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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Il fine dell'uomo, inteso come ricerca del piacere connesso al suo essere più proprio cioè la realizzazione dell'anima razionale, è l'oggetto di ricerca dell'etica. In proposito Aristotele ha composto due scritti. Il primo scritto e l'Etica Eudemia così chiamata perché composta con il contributo dell'allievo Eudemio. Successivamente Aristotele ha composto la più nota Etica Nicomachea, resa pubblica dall'aristotelico Nicomano. In seguito gli allievi di Aristotele hanno composto anche la Grande etica che è un sommario delle precedenti.

La felicità è intesa come realizzazione del proprio essere e avvicinamento al bene che per Aristotele consiste nella realizzare la propria natura, mentre la natura dell'animale lo porta a realizzarsi attraverso il sentire, lo sfamarsi e il vivere, per l'uomo non è sufficiente prendersi cura del suo corpo perché la sua realizzazione è intrinsecamente connessa alla sua funzione razionale dell'anima.

Diciamo che è perfetto in senso assoluto ciò che è sempre scelto per se stesso e mai a motivo di altro. Ora una tale cosa tutti ritengono che è soprattutto la felicità. Questa infatti noi scegliamo sempre per se stessa e non mai a motivo di altro; invece l’onore, il piacere, l’intelligenza e ogni virtù li scegliamo sì anche per se stessi […], ma li scegliamo anche in vista della felicità, supponendo che mediante essi saremo felici. (Aristotele, Etica Nicomachea)

Nell'etica Aristotele differenzia tra i fini e i beni relativi e quelli invece assoluti, il sommo bene, al quale si giunge grazie alle virtù; la virtù è in potenza in ogni uomo ma si realizza solo attraverso l'educazione.

La virtù etica, infatti, ha a che fare con piaceri e dolori, giacché è a causa del piacere che compiamo le azioni malvagie, ed è a causa del dolore che ci asteniamo da quelle belle. Perciò bisogna essere guidati in un certo modo subito, fin da piccoli, come dice Platone, a godere e a soffrire di ciò che è conveniente: la retta educazione è infatti questa. (Aristotele, Etica Nicomachea)

Per virtù egli intende l'agire in modo retto, ma anche soprattutto la ricerca dell'equilibrio che si può ottenere solo con l'uso della ragione che individua il giusto mezzo (come tradurranno i latini in medio stat virtus), così per esempio la generosità e virtù perché è il giusto mezzo, l'equilibrio, tra l'avarizia e la prodigalità. Va rilevato che per Aristotele la medietà non equivale a mediocrità, ma è invece l'essenza della virtù.

Le virtù sono raggruppate in virtù etiche, finalizzate all’agire, e dianoetiche, finalizzate alla conoscenza.

Anche la virtù, poi, si divide conformemente a questa divisione dell’anima. Infatti diciamo che delle virtù alcune sono dianoetiche, altre etiche. La sapienza, l’intelligenza e la saggezza sono virtù dianoetiche; la liberalità e la moderazione, invece, sono virtù etiche. (Aristotele, Etica Nicomachea)

Le virtù etiche riguardano l'agire e la condotta dell’uomo, esse non sono numerabili, ma tra esse troviamo la forza d'animo, la temperanza, la magnanimità, il coraggio....esse sono il giusto atteggiamento mediano tra gli estremi. Queste virtù sì raggiungono di imponendo alle passioni una regola, una disciplina attraverso l'esercizio e l'addestramento. La giustizia è per Aristotele la strada per individuare il giusto mezzo tra il troppo e il troppo poco. Egli distingue la giustizia in: distributiva (distribuzione dei beni rispetto al merito di ognuno); commutativa o contrattuale (assegnare ad ogni bene il giusto valore); giudiziaria (rivolta a risarcire un danno o una perdita).

Quelle dianoetiche riguardano invece l'attività intellettuale e si coltivano attraverso lo studio disinteressato esse sono la saggezza (phrónesis che regola la condotta complessiva della vita, sceglie il giusto mezzo e guida l’uomo nelle azioni morali), l'intelletto (noûs che coglie intuitivamente i principi indimostrabili di ogni scienza), la scienza (epistéme che è il sapere dedotto dai principi indimostrabili), l'arte (techné che progetta e produce opere adatte allo scopo) e la sapienza (sophía che è contemplazione dei principi primi dell’essere).

Aristotele distingue tra sapienza e saggezza: la saggezza ha per oggetto le faccende umane che sono mutevoli e non sono al livello più alto di conoscenza, la sapienza invece ha per oggetto l'essere è necessario. Il sapiente ha in sé sia la scienza sia l’intelligenza e non si limita a dedurre i principi delle cose come il saggio, ma sa anche giudicare la verità degli stessi principi. Da questa distinzione si comprende che le virtù dianoetiche, ovvero quelle riguardanti la vita teoretica del soggetto, sono poste a un livello superiore rispetto alle virtù etiche, proprio perché le virtù dianoetiche avvicinano l'uomo alla verità che scaturisce dai principi primi ed in particolare dalla sostanza divina che è all'origine sia dell'essere in senso metafisico sia dei principi dell'essere in senso fisico.

Tuttavia l'etica aristotelica è inseparabile dalla politica, infatti, il raggiungimento del sommo bene del singolo è sempre subordinato al raggiungimento del bene comune.