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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Con Aristotele la fisica torna ad essere una scienza, come lo era stata per i naturalisti, e non solo un’ipotesi intorno ai fenomeni come invece è presentata in Platone. Questo è dovuto al fatto che per Aristotele le forme, le idee, sono nelle cose del mondo sensibile è quindi indagando la fisica, ovvero le cose che divengono, si fa scienza. In particolare la fisica si occupa dell’essere in movimento:

La fisica aristotelica è caratterizzata da due presupposti che ne rappresentano anche i limiti principali. Il primo presupposto è che essa analizza i fenomeni soprattutto dal punto di vista qualitativo, ciò rappresenta, per certi aspetti, un arretramento rispetto alla visione pitagorica e platonica che si avvaleva di rapporti matematici che se pur distanti dalla visione quantitativa della fisica moderna ne rappresenta il presupposto. Il secondo presupposto, in parte di matrice platonica, è una rigida distinzione tra la fisica del mondo celeste e quella del mondo terrestre. Questa divisione rappresenta un vero è proprio dualismo fisico. Il mondo del cielo e degli astri, supra lunare, è considerato come le idee di Platone, immutabile e incorruttibile, quello terrestre, sub lunare, mutevole e corruttibile. http://ppp.unipv.it/Media/Videoconferenze_JPG_basse/1238.jpg

La fisica e comunque strettamente connessa con la Metafisica, in particolare in essa troviamo eplicata: la dottrina delle quattro cause che spiegano il divenire, cioè il passaggio dalla potenza all’atto, di cui il movimento né è manifestazione; il motore immobile, o sostanza divina che è il fine a cui tutto tende e l’origine del movimento. L’idea dell’esistenza di un fine ultimo non esclude la possibilità dell’errore e dell’imperfezione, la natura infatti tende verso il suo fine, ma non necessariamente riesce a realizzarsi in modo compiuto e questo dipende dalla resistenza che la materia oppone alla forma.

Il mondo sub lunare è composto dai quattro elementi empedoclei che mescolandosi danno origine ai corpi. https://cultura.biografieonline.it/wp-content/uploads/2014/06/image2-1024x422.jpg

I tipi di movimenti propri del mondo sub lunare sono: quello sostanziale cioè quello di generazione e corruzione degli enti; quello qualitativo, cioè il mutamento e l’alterazione; quello quantitativo cioè l’aumento o la diminuzione; quello locale cioè il moto propriamente detto.

A sua volta il moto locale, che prevede lo spostamento di un corpo da un qui ad un lì, si suddivide in moto naturale e moto violento. Il moto naturale, cioè quello che appartiene per natura ai corpi è spiegato con la teoria dei luoghi naturali. Secondo tale teoria ognuno dei quattro elementi tende a muoversi verso il suo luogo naturale, la terra tende verso il centro del mondo e quindi tende verso il punto più basso, l’acqua è situata sopra la terra ed anche essa tende verso il basso. L’aria e il fuoco invece hanno il loro luogo naturale sopra la terra e l’acqua e per questo motivo tendono verso l’alto. In virtù di tale teoria, che spiega così anche la tendenza dei corpi pesanti, gravi, a cadere verso il basso (va ricordato che la legge di gravità fu scoperta solo nel 1600), i moti naturali sono rettilinei, rispettivamente: verso il basso quelli di terra e acqua, verso l’alto quelli di aria e fuoco.

Il moto violento o artificiale è invece quello prodotto dagli agenti esterni, ad esempio quando una persona lancia un sasso. Aristotele, che non ha il concetto di forza che interagisce a distanza, sostiene che il corpo continua il suo moto perché spinto dall’aria circostante che funge da motore del corpo stesso. Da ciò seguiva per Aristotele l’impossibilità dell’esistenza del vuoto, perché diversamente il movimento sarebbe interrotto.

Lo studio del modo supra lunare è condotto nel De Caelo e nella Meteorologia. Nella prima parte del De Caelo Aristotele affronta il problema dell’estensione dell’Universo, affermando che questo non può essere infinito, perché, se così fosse, un corpo infinitamente lontano non potrebbe compiere una rotazione attorno alla Terra in un tempo definito. Inoltre, a differenza di Platone, Aristotele non crede che il mondo abbia un inizio, un principio nel tempo; egli sostiene che il mondo sempre è stato e sempre sarà; a sostegno di tale affermazione egli dice che, se così non fosse, gli astri ed i corpi celesti non potrebbero essere incorruttibili; sono, infatti, le cose mondane che vengono generate dalla corruzione della materia e vanno incontro al processo del divenire. Aristotele ritiene che l’universo sia sferico in quanto è la sfera il corpo più perfetto tra i solidi così come il cerchio lo è tra le figure piane. Queste figure sono delimitate da una sola superficie o da un solo segmento (la circonferenza) e in una rotazione su se stesse queste occupano sempre lo stesso spazio.

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La sostanza del cielo è l’etere tale sostanza è incorruttibile e da ciò segue la perfezione e l’immutabilità del cielo.

Sui moti Aristotele afferma che è inutile dover ammettere che le stelle e i pianeti siano in movimento sulle sfere, è sufficiente che questi siano imperturbabili ed in quiete sulle sfere e siano queste a muoversi in quanto a loro è trasmesso il movimento dal primo motore immobile.

Per confermare questa ipotesi, egli ci dice che corpi così grandi, se fossero in movimento, produrrebbero dei rumori così grandi da non poter essere ignorati, come sostenevano i pitagorici; egli dice, infatti, che se un semplice tuono è in grado di mandare in frantumi un cristallo, lo spostamento di un pianeta, per quanto distante, produrrebbe un boato enorme.

L’etere si muove esclusivamente di moto circolare uniforme. I corpi celesti, i così detti corpi erranti (i pianeti), sono trascinati da sfere cristalline. L’idea delle sfere cristalline non è del tutto originale, essa è anticipata da Eudosso di Cnido all’Accademia per spiegare i moti planetari, la differenza tra Eudosso e Aristotele è che per il primo si trattava di sfere ideali che avevano una realtà matematica e geometrica, mentre per il secondo divengono sfere reali esse stesse composte di etere. Mentre il sistema di Eudosso delle fere omocentriche, così dette perchè il loro centro risiede nella Terra e pertanto corrisponde al punto di osservazione dell'uomo, è un artifizio per salvare i fenomeni cioè un modo per rispondere a uno dei quesiti che Platone aveva posto all'Accademia ai sui allievi più illustri, il cosmo aristototelico è una descrizione fisica del mondo e pertanto le sfere celesti sono da considerarsi reali e componenti essenziali dell'universo. Aristotele però si rende conto che, attribuendo realtà fisica alle sfere, diviene necessario impedire che queste nel muoversi si disturbino a vicenda, in quanto, per esempio, l’ultima sfera di un pianeta si muove in direzione opposta alla prima sfera del successivo; perciò si vide costretto ad inserire un certo numero di sfere addizionali «non rotanti». Egli introdusse per ciascuno degli astri un numero di sfere minore di una unità rispetto alle sfere operanti già previste nel sistema di Callippo: dunque tre sfere per Giove, quattro per Marte, Mercurio, Venere e il Sole. La Luna invece non ne richiedeva alcuna in quanto sotto non c’era niente che ne potesse disturbare il moto.

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Nell’Universo sferico la sfera più perfetta è quella che è animata dal moto più perfetto, che per definizione è anche quello più veloce, essa quindi deve essere collocata all’estremità esterna del mondo. Tale sfera è mossa direttamente dalla causa prima (il primo motore immobile) che trasmette dall’esterno il movimento a tutti i corpi, attraverso una sorta di forza attrattiva di questi verso di sé. Dunque, a differenza del focolare dei pitagorici (che è situato al centro del mondo) e dell’anima del mondo del Timeo (che compenetra ogni cosa), il principio di ogni movimento ed ordine risiede all’estremità del cosmo; scrive Aristotele:

il centro è ciò che dev’essere definito, ma ciò che definisce è il limite; e ciò che contiene e che è limitato è più eccellente di ciò che è terminato; quest’ultimo è materia, mentre il primo è l’essenza del composto

Ricapitolonda il mondo di Aristotele è così decritto.

Il moto del cielo va da Est ad Ovest con un moto circolare uniforme. Gli astri, le sfere e le stelle non sarebbero composti di fuoco (che appartiene con gli altri tre elementi acqua, terra e aria al mondo Sublunare, alla terra imperfetta), ma di etere, una sostanza primaria ed incorruttibile; il sistema cosmico di Aristotele separa nettamente la regione dei cieli, che è il luogo dove è rappresentato l’ordine immutabile e il moto perfetto, e quella collocata al di sotto della sfera lunare, dove tutto è disordine e mutamento e l’unico moto possibile è quello rettilineo. Quest’ultima regione appunto è occupata dai quattro elementi, tra i quali la terra, essendo la più pesante, occupa il luogo più vicino al centro, ad essa segue l’acqua, poi l’aria e dopo il fuoco; è sulla base di queste considerazioni che si tende a chiamare il mondo aristotelico Universo a due sfere. Il calore e la luce emanati dagli astri, dunque, non sono dati dalla combustione, ma dall’attrito causato dalla rotazione dei corpi celesti che così facendo sfregherebbero con l’etere circostante sollecitandolo. Essendo il Sole più grande e ruotando più veloce (in quanto è più lontano) della Luna, dice Aristotele, solleciterà di più l’etere ed è per questo che emanerà anche più luce e più calore, nonostante la maggior prossimità di quest’ultima. Egli sostiene, a differenza dei suoi predecessori, che i pianeti non sono corpi viventi e che seguono quest’ordine Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno; tutto il cosmo è delimitato e racchiuso nella sfera delle stelle fisse, ogni sfera è racchiusa in questo sistema e a centro nella Terra che è immobile in mezzo al cosmo.https://3.bp.blogspot.com/-pPABh8kW3QU/V1FJ--1L2UI/AAAAAAAABCQ/ByZLgZmSmmIV9EyxGwb6qTfO37Gd24FCACLcB/s1600/cosmo.jpg

Per quanto riguarda il mondo degli esseri viventi Aristotele ha lasciato un immenso lavoro di classificazione di tutte le specie che ha potuto identificare. L'idea centrale della biologia aristotelica è che tutto tende alla sua perfezione, alla quale si giunge in grado diverso. Per questo Aristotele immagino una scala naturale: al primo gradino o use i minerali, al secondo i vegetali, al terzo gli animali dal menù perfetto al più perfetto; infine, sul gradino più alto, l'uomo. All'interno di questa gerarchia non viene evoluzione, Aristotele, infatti, è convinto che niente muta all'interno delle specie che pertanto risultano eterne. Da ciò consegue che l'animale è perennemente un uomo imperfetto, il pesce è un animale perennemente imperfetto, e così via.

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