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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Con l'espressione “socratici minori” si intende quei filosofi che si sono, almeno parzialmente, ispirati a Socrate e hanno avuto un impatto minore rispetto alla filosofia di Platone, che ne era il principale discepolo.

Diogene ci narra che dopo la morte di Socrate, molti di coloro che lo avevano frequentato, si trasferirono a Megara, presso Euclide, per scongiurare di essere, essi stessi, perseguitati. Tra loro, solo alcuni, tra cui Platone, fecero ritorno ad Atene.

I discepoli di Socrate diedero vita a diverse correnti di pensiero, tale pluralismo di idee è giustificato dallo stesso insegnamento socratico che si fondava sul principio dell'assoluta libertà di pensiero. Alcuni di essi si riconoscevano anche in alcune posizioni tipiche dei sofisti, da cui lo stesso Socrate non era del tutto estraneo.

A differenza della filosofia platonica, queste scuole sono accomunate dal fatto di non aver voluto dar corpo a teorie sistematiche, di essersi rivolte prevalentemente alla riflessione etica e pratica dell’esistenza rinunciando alla ricerca ontologica, di aver valorizzato la dimensione individuale e privata della riflessione filosofica rispetto a quella pubblico-politica.

La scuola megarica di Euclide di Megara (445-375 a.c.) esaltò i limiti delle parole e del discorso per affermare l’impossibilità della conoscenza e dell’accordo politico. Egli pur essendo molto legato a Socrate è fortemente influenzato dalla filosofia della scuola di Elea. Secondo Euclide non è possibile individuare un discorso vero a causa dei limiti degli strumenti che l’uomo ha in dote ovvero il linguaggio. La realtà è unica mentre i termini per definirla, usati dagli uomini, sono molteplici da cui ne consegue che sia i ragionamenti sia i concetti possono essere considerati tutti veri data la convenzionalità delle parole e dei nomi. Egli sosteneva pertanto che la parola non poteva esprimere l’essere, perché mentre quest’ultimo è caratterizzato dalla sua unicità, le parole e i discorsi sono molteplici. L’essere per Euclide coincide con il concetto di Bene di Socrate. In un certo senso si può affermare che esso può essere solo avvertito nella sua verità-unicità-bontà, ma non può essere né conosciuto né insegnato. Come Zenone Euclide usa dimostrazioni per assurdo per far valere le sue tesi, e l’ironia socratica per mettere in evidenza le contraddizioni di chi sosteneva di potersi affidare al linguaggio.

Tra i seguaci di Euclide troviamo Eubulide di Mileto. Diodoro Crono, Stilipone di Megara.

Eubulide è rimasto celebre per i suoi paradossi costruiti sul modello di quelli di Zenone, tra essi vi sono almeno quattro argomenti da esporre, che anticipano l’indicibilità (indimostrabilità della verità o falsità) di alcune affermazioni.

Primo è l’argomento del calvo, se un uomo inizia a perdere i capelli esso prima o poi diventerà calvo, ma dove inizia la calvizie? Se egli ogni giorno perdesse un capello bisognerebbe affermare che la differenza tra l’essere Calvo e non esserlo è di solo un capello, infatti, la differenza tra il giorno in cui l’uomo è detto calvo e quello in cui ancora non lo è, è di solo un capello.

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Secondo è l’argomento del sorite, ovvero del mucchio, quando un numero di oggetti formano un mucchio? Se io ho un mucchio di chicchi di riso, e ne sottraggo uno alla volta quando esso smette di essere un mucchio? Sembra che anche in questo caso la differenza tra un mucchio e un non mucchio sia di solo un chicco, e che due chicchi possano essere ancora considerati un mucchio.

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Terzo quello delle corna. Tu hai ancora ciò che non hai perduto. Ma tu non hai perduto le corna. Quindi sei cornuto.

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Infine il paradosso del mentitore. Un uomo dice che egli sta mentendo. Ciò che egli dice è vero o falso? Ovvero che valore di verità posso attribuire all’affermazione “io sto mentendo”.

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Questo paradosso ha impegnato i logici di ogni epoca, la sua soluzione, ancora oggi, è solo parziale.

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La scuola Cinosarge, o cinica (Cinosarge alla lettera sta per cane bianco https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRhf90b-CrnWPQXSCngVWftmZjOa7OctHsDK9E257zEjZC0aa762w ), di Antistene (444-365 a.c.) affermava che il processo e l’uccisione di Socrate erano la prova della radicale incomunicabilità tra gli uomini. Antistene, l’unico degli allievi di Socrate a non migrare dopo la sua morte, è considerato il maggior avversario da Platone. Antistene all’opposto di Platone non pensa di poter individuare un traguardo nella ricerca filosofica, egli punta l’accento sull’impossibilità di conoscere l’universale. La filosofia serve pertanto a individuare i limiti della conoscenza. Contro Platone dirà che egli vede un cavallo e non la “cavallinità”. Secondo Antistene, che si fa portatore di un rigido nominalismo, non è possibile parlare di uomo o di animale in senso generale, ma solo riferirsi a singole entità come questo uomo o questo animale. Gli unici giudizi leciti sono solo i quelli tautologici come "l'uomo è l'uomo", perché gli altri tipi di giudizi presupporrebbero l'esistenza di concetti universali applicabili a più soggetti particolari. Dal suo scetticismo in ambito conoscitivo scaturisce la sua attenzione verso l'ambito pratico e morale. La filosofia deve servire, innanzitutto, a rendere l'uomo libero: egli identifica la libertà dell'uomo con l'autarchia ovvero come la totale indipendenza e autosufficienza del singolo rispetto alla dimensione sociale, o a qualsiasi altra condizione esterna. Da ciò segue anche la ricerca dell'apatia, assenza di emozioni, grazie alla quale l'uomo si libera di ogni turbamento e la critica al perseguimento del piacere in quanto è sempre una forma di asservimento dell'uomo a qualcosa di altro.

Le posizioni di Antistene vengono estremizzate da Diogene di Sinope (412-323 a.c.), considerato il vero fondatore della scuola cinica, cinico ovvero cane.

interrogato per quali azioni fosse chiamato cane, rispose:" scodinzolo festosamente verso Chi mi dà qualcosa, abbaio Contro chi non dà niente, mordo i ribaldi" (Diogene Laerzio, Vita dei filosofi)

Ci racconta Laerzio che egli si presentò da Antistene per diventare suo uditore, ma Antistene non voleva allievi e siccome continuava a seguirlo lo respinse brandendo un bastone di fronte a ciò Diogene esclamò:

colpisci pure, che non troverai un legno così duro che possa farmi desistere dal ottenere che tu mi dica qualcosa, come a me pare che tu debba. (Diogene Laerzio, Vita dei filosofi)

Come Antistene si pone contro la pretesa di Platone di aver trovato l’universale (le idee).

Platone aveva definito l'uomo un animale bipede, senza ali, ed aveva avuto successo. Diogene spennò un gallo e lo porto in aula esclamando: "Ecco l'uomo di Platone". […] http://4.bp.blogspot.com/-svntNvSYHHc/TrcTdrdFKpI/AAAAAAAAArU/fzAfxLBzk6g/s1600/pollo-spennato.jpg

Discorrendo Platone intorno alle idee e usando 'tavolità' e 'coppità' in vece di 'tavola' e ‘coppa', Diogene disse: “Io, o Platone, vedo la tavola e la coppa; ma le idee astratte di tavola e coppa non le vedo". E Platone: "è giusto, hai gli occhi per vedere la coppa e la tavola: non hai la mente per vedere le idee astratte di tavola e coppa". (Diogene Laerzio, Vita dei filosofi)

Per Diogene conta solo la sfera privata e la coerenza di comportamento rispetto a determinati principi personali. Da cui segue uno stile di vita di simile da quello comunemente accettato, e il provocatorio rifiuto delle convenzioni sociali, manifestate in modo particolare dall'assenza di pudore e di rispetto.

una volta aveva ordinato ad un tale di provvedergli una casetta; poiché quello tardava egli si scelse come abitazione una botte che era nel Metroo, come attesta egli stesso nelle Epistole. e d'estate Si rotolava sulla sabbia ardente, d'inverno abbracciava le statue coperte di neve, volendo in ogni modo temprarsi alle difficoltà. (Diogene Laerzio, Vita dei filosofi)

Diogene disdegna il piacere e il benessere. Predicava la comunanza delle donne e dei figli. Ostentava disprezzo per tutti i fini e i valori e asseriva che l'unica cosa che contava era cercare l'uomo quello vero quello in grado di essere completamente autonomo dalle vane lusinghe del mondo.

Durante il giorno andava in giro con la lanterna accesa, dicendo:" Cerco l'uomo". Una volta Egli stava immobile sotto uno scroscio di pioggia; Platone che era presente disse: "Se volete commiserarlo allontanatevi", alludendo alla sua vanità. (Diogene Laerzio, Vita dei filosofi) https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRP1KF80yqFxSVylO3H370yGtrUKVDJMdkltk9HqKQoxInYXhxQ

Il cinismo di Diogene cerca di riportare alla naturalità primitiva l’uomo, per riaffermarne la forza d’animo, attraverso l’ostentata sfacciataggine verso qualsiasi situazione in particolare verso tutte le convenzioni sociali e i tentativi di costruire sapere e scienza.

Interrogato quale vantaggio avesse tratto dalla filosofia rispose:" Se non altro l'essere preparato ad ogni evento" interrogato sulla sua patria, rispose: "Cittadino del mondo". (Diogene Laerzio, Vita dei filosofi).

È in buona parte a causa della sua figura che, affianco alle altre immagini stereotipate della filosofia, si è diffusa nell’opinione popolare quella del filosofo come colui che non da importanza agli eventi mondani, e prende tutto con filosofia.

Platone, a chi gli domando la sua opinione su Diogene, rispose: "È un Socrate divenuto matto" (Diogene Laerzio, Vita dei filosofi)

Si tramanda che Diogene morì ad oltre novant’anni lo stesso giorno che Alessandro Magno morì a babilonia. La scuola cinica ebbe un notevole influsso sul pensiero ellenistico successivo, in particolare per il tramite di Cratete di Tebe sullo stoico Zenone di Cizico.

La scuola cirenaica di Aristippo (435-360 a.c.) si ritrovava in alcune tesi di Protagora, essa dubita riguardo alla possibilità di una conoscenza assoluta della realtà, ritiene che l’unica cosa vera siano le sensazioni prodotte dagli oggetti, ma che di questi non sia data conoscenza. Anche i cirenaici in virtù della sfiducia nel sapere scientifico e speculativo dedicarono la loro attenzione alla morale e alla vita pratica dell’uomo. Essi fanno coincidere il bene con il piacere, edonismo. La felicità consiste nel piacere e nella libertà di godere del momento presente, liberato dal dominio del desiderio che proietta l’uomo nel dolore dell’attesa. Per queste idee Aristippo sarà apprezzato da Orazio la cui etica si incarna nel carpe diem.