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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Nei dialoghi dialettici Platone cerca di rispondere ad alcune domande che riguardano in particolar modo la dottrina delle idee e il suo rapporto con la realtà. Egli si domanda:

  • come si articola il rapporto tra mondo delle idee e mondo sensibile?
  • come si rapportano le idee fra di loro?
  • esistono idee più generali di altri o sotto questo profilo sono tutte sullo stesso piano?
  • come va inteso il rapporto fra le idee il loro principio l'idea del bene?
  • esiste un fondamento comune a tutta la realtà oppure i due livelli possiedono principio assolutamente distinti?

La prima domanda riguarda in particolar modo il problema legato alla molteplicità delle idee. Come si è visto le idee hanno pressoché le stesse caratteristiche dell'essere parmenideo, tuttavia va ricordato che l'essere parmenideo ha come caratteristica principale quella di essere unico e omogeneo, diversamente le idee di Platone risultano essere molteplici.

Platone affronta questo problema nel dialogo il Parmenide. Ivi si narra di un incontro, sicuramente inventato, tra un giovanissimo Socrate, l’anziano Parmenide e il suo discepolo Zenone. Nel dialogo Socrate fa notare a Zenone che il suo paradosso sul molteplice potrebbe essere superato ricorrendo alla dottrina delle idee, infatti, le idee sono in rapporto di partecipazione con le cose. http://www.didatticarte.it/public/triangoli.jpg

In particolare il rapporto tra idee e cose può essere riassunto così:

Da questi rapporti possiamo affermare che le idee e le cose sono tra loro in un rapporto di "Parusia" ovvero che nelle cose sensibili sono presenti le idee ad essa corrispondenti.

Tuttavia questa soluzione non può essere sufficiente. Il vecchio Parmenide fa notare che in questo modo sarebbe necessario che esistesse un'idea per ogni cosa esistente, non si capisce, infatti, come un solo esemplare possa essere presente, partecipare, in più cose senza perdere la sua unicità. La conclusione che Platone fa intravedere nel dialogo lascia intendere la necessità di andare oltre la logica parmenidea, infatti, se non si modifica il modo di ragionare di Parmenide si incontrano due inevitabili conseguenze: da un lato risulta inspiegabile il rapporto delle idee tra di loro in quanto in ogni relazione tra esse viene individuata una diversità e dunque un non essere, dall'altro lato come si è visto risulta impossibile il rapporto tra idee e mondo sensibile che è molteplice e quindi anch'esso ricco di differenze.

Platone confuta sia che l'essere sia uno, sia che l'essere sia molti; quindi ammette che l'essere deve essere uno e molti contemporaneamente. Questo è l’unica possibilità affinché la dialettica possa approdare a risultati positivi, senza limitarsi alla confutazione. Tuttavia in questo dialogo non si giunge ad una soluzione.

Nel dialogo il Sofista Platone prova a formulare una soluzione. Nel dialogo il protagonista è uno "straniero di Elea" e non con Socrate, questo probabilmente per sottolineare che in questo racconto ci si concentra sulla logica parmenidea e su come possa essere possibile superarla senza negare l'esistenza della verità e delle idee.

Proprio partendo dalla definizione di chi è il “Sofista” Platone va a toccare uno dei problemi più significativi della dottrina delle idee se essa si avvale della logica di Parmenide. Infatti nella definizione di “Sofista” viene sottolineato che egli è colui che esprime l’apparenza ovvero “ciò che non è”. Di conseguenza se ci avvaliamo della logica di Parmenide dovrebbe risultare impossibile dire e pensare il non essere proprio perché appunto “non è”. Nell’affrontare questo problema, prima di Platone, si giungeva a due conseguenze entrambe insoddisfacenti: la prima era che fosse impossibile parlare del non essere e dunque fosse impossibile dire la falsità, ma ciò avrebbe avuto come conseguenza che qualsiasi affermazione sarebbe dovuta essere vera, ma è facile dimostrare che chiunque può dire cose false e non vere e pertanto la tesi non pare plausibile https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTs7o7JQ0faLWUBbRlATYs1Lo08CsUzv3YuCJm5Qm0kpKh5RlTr . L'altra soluzione era quella accolta dalla scuola di Megara, i suoi sostenitori affermano che parlare del non essere fosse scorretto e dunque dovesse essere vietato, ma tale considerazione aveva come conseguenza di limitare le affermazioni alle "tautologie" ovvero ad affermazioni del tipo "bianco è bianco" o "foglio è foglio". Infatti anche la semplice affermazione il foglio è bianco contraddice le regole parmenidee perché "foglio" e "bianco" sono due idee diverse dove l’una non è l'altra, e l’una rispetto all’altra rappresenta il suo non essere. https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQY7m8y8YaFmtu6lKKrhuG8BPE2LSTAO95LQIxi3tJcQ5GtU_6k

In questo dialogo Platone ripropone in parte il problema sollevato dall’obiezione detta del “terzo uomo”. L’obiezione era stata formulata dai megarici, ma sarà fatta propria anche da Aristotele che criticava l’esistenza delle idee. L’argomento è piuttosto semplice se vi è un rapporto di mimesi tra l’idea di cavallo ed un cavallo vi deve essere un’idea intermedia che esprima il grado di partecipazione tra questi due termini (in altre parole posto che l’idea di cavallo sia data da un insieme di caratteristiche, e il cavallo a sua volta da un insieme di caratteristiche, dovrà esistere una idee intermedia che contiene le caratteristiche comuni dell’idea pura di cavallo e del cavallo. Fatto ciò però risulterebbe necessario un ulteriore idee intermedia che abbia come insieme le caratteristiche comuni alla prima idea intermedia e all’idea pura di cavallo, e così via all’infinito)

La soluzione avanzata da Platone è quella di fare chiarezza sull'utilizzo delle espressioni come "è" e "non è", che come abbiamo visto non erano per nulla chiare all'interno della scuola di Elea. Platone chiarisce che ci sono due modi di utilizzare il verbo essere. Il primo come "predicato del soggetto" ad esempio "l'astuccio è" che sta intendere "l'astuccio esiste". https://images-eu.ssl-images-amazon.com/images/I/41fzwv1d09L.jpg Il secondo è invece il modo "copulativo" ovvero quando il verbo essere viene utilizzato per collegare il soggetto con un altro predicato per esempio possiamo dire "l'astuccio non è una penna" ciò non vuol dire "l'astuccio non esiste" o che "esso è nulla", ma semplicemente che "è diverso dalla penna". http://www.moronigomma.it/shop/4594-large_default/astuccio-da-colorare.jpg Questa distinzione che a noi oggi sembra banale all'epoca fu una vera e propria innovazione logica e linguistica. Platone aveva così distinto il concetto di essere in "senso ontologico", quando esso indica l'esistenza o la non esistenza di qualcosa, dal concetto di essere in "senso logico", il quale nega soltanto uno o più attributi di ciò che esiste. A questo punto il rapporto di partecipazione non si limita più al rapporto idee-cose, ma anche e soprattutto tra le idee stesse, immaginando che le idee sono si uniche nella loro dimensione individuate ma legate e in movimento rispetto alle altre idee.

Questo è quello che egli stesso definì scherzosamente un quasi "parricidio" intendendo con ciò il superamento di Parmenide che escludeva sia il molteplice sia il movimento dell’essere. Con questa nuova teoria si ammette invece sia l'esistenza di una molteplicità di idee, sia che è possibile affermare cose non vere.

In questo dialogo è anche narrato il procedimento dialettico utilizzato da Platone per definire le idee. La dialettica ha il compito di scoprire i rapporti veri (corretti) tra le idee: le caratteristiche che le accomunano e le differenze che le distinguono. Perciò è detta arte dell’unificazione e della divisione delle idee. Tale procedimento, infatti, si articola in due momenti: sinottico o dell’unificazione: il pensiero riconduce una molteplicità di idee a un’idea superiore che le comprende; diairetico o della divisione: un’idea più complessa è divisa in idee più semplici.

OSPITE: Dopo di questo c'è poi l'aspetto intero relativo all'apprendimento, e quello che riguarda la conoscenza, l'arricchimento, la lotta, la caccia, perché nessuno di questi fattori lavora direttamente, ma, con fatti e ragionamenti, cerca di impadronirsi di ciò che è ed è stato fatto, ma è di ostacolo anche a chi tenta di impadronirsene, ma attraverso tutte queste parti ben si intravvede un'arte che può essere definita "arte dell'acquistare".

TEETETO: Si può anche convenire.

OSPITE: Fra tutte le arti che esistono, quali quella dell'acquistare e quella del creare: l'una è quella dello scambio tra persone consenzienti e altre pure consenzienti mediante doni, ricompense, compravendite; quel che resta invece è tutto l'impossessarsi con fatti e con parole, e può chiamarsi arte del sequestrare.

TEETETO: Da quanto è stato detto almeno, pare così.

OSPITE: Ebbene? Quest'arte del sequestrare non può essere divisa in due parti?

TEETETO: Come?

OSPITE: Ponendo come "lotta" tutta quella parte di essa che avviene in maniera manifesta, e come "caccia" quella invece che si svolge di nascosto.

TEETETO: Sì.

OSPITE: Ma il non dividere quella della caccia in due parti ancora è una cosa illogica.

TEETETO: Di' pure come.

OSPITE: Dividendo l'uno del genere inanimato, l'altra invece del genere animato.

TEETETO: E perché no, se è vero che esistono tutti e due.

OSPITE: E come potrebbero non esserci? Ma occorre che noi lasciamo perdere il genere di quelle non animate, che è anonimo, fatta eccezione per alcune, quali quella del palombaro, e alcuni altri piccoli rami un presso a poco simili, e l'altra invece che è la caccia di essere dotati di vita, chiamarla caccia di esseri viventi.

TEETETO: Sia pure così.

OSPITE: Ma anche di questa caccia di esseri viventi si potrebbe enunciare a ragione un duplice aspetto, l'uno del genere di chi va a piedi, distinta anche questa in varie specie e con vari nomi, e quindi caccia d'animali terrestri, l'altra invece della schiatta atta al moto e può definirsi in complesso caccia acquatica.

TEETETO: Ma bene.

OSPITE: Ma del genere nuotante noi vediamo una specie alata, e l'altra acquatica.

TEETETO: Come no?

OSPITE: E la caccia del genere alato noi la chiamiamo in generale caccia agli uccelli

TEETETO: Infatti, si dice così.

OSPITE: E complessivamente quella acquatica la chiamiamo pesca.

TEETETO: Sì.

OSPITE: Ebbene? Questa specie di caccia non la divideremo a sua volta in due grandissime branche?

TEETETO: E secondo quali criteri?

OSPITE: A seconda che questa caccia faccia in modo che l'avvolgimento di quel che si pesca avvenga da sé o con un colpo.

TEETETO: Come dici e in qual modo distingui l'uno dall'altro?

OSPITE: L'uno, tutto quello che avvolgendo qualcosa lo trattiene per impedimento è giusto chiamarlo laccio.

TEETETO: Molto bene.

OSPITE: Nasse, reti, lacci, ceste e altri simili oggetti, quale altro nome possono avere se non avvolgimenti?

TEETETO: Nessuno.

OSPITE: E questo genere di caccia noi la chiameremo "avvolgente" o qualcosa di simile.

TEETETO: Sì.

OSPITE: Ma quello che avviene con gli uncini, con i tridenti, mediante un colpo ed è cosa diversa da questa, occorre che noi con una sola parola la chiamiamo la caccia "percussoria". Oppure c'è qualcuno che può chiamarla in maniera migliore?

TEETETO: Non curiamoci del nome. Questo basta.

OSPITE: Ma di questa caccia percussoria quella che avviene di notte con la luce della fiamma è stata chiamata, credo, proprio da quelli che la fanno "caccia alla luce delle torce".

TEETETO: Certamente.

OSPITE: Ma quella effettuata di giorno, dato che i tridenti sulla sommità hanno degli ami si chiamerà "pesca con l'amo".

TEETETO: Infatti si chiama così.

OSPITE: Ma della pesca percussoria, che si effettua dall'alto in basso, per il fatto che soprattutto in quel tal senso vengono usati i tridenti, viene chiamata "pesca con il tridente".

TEETETO: Alcuni la chiamano proprio così.

OSPITE: Tutto il resto è, per così dire, ancora un solo aspetto.

TEETETO: Quale?

OSPITE: La pesca invece che viene effettuata con un colpo in senso contrario a quella effettuata con l'amo, e che non coglie nel corpo i pesci là dove capita, come con i tridenti, ma che colpisce ogni volta la testa e la bocca del pesce accalappiato, dal basso in alto, e lo trascina in su con delle bacchette e delle canne, non diremo, Teeteto, che occorre attribuirle un qualche nome?

TEETETO: Ritengo che quello che poco fa ci eravamo posti innanzi, ora l'abbiamo portato a compimento.

OSPITE: Ora sulla pesca effettuata con l'amo tu e io abbiamo concordato non soltanto il nome, ma ne abbiamo colto sufficientemente anche la ragione e il compito in sé. Di tutta l'arte in generale per metà una parte era arte di acquistare, e la metà di questa è arte di impossessarsi, di questa poi metà è arte della caccia, e parte della caccia è dare la caccia a schiatte viventi, e la metà di questa è la caccia delle specie acquatiche, e quella della caccia delle specie acquatiche la parte più in basso è tutta la pesca: una metà di questa è percussoria, poi metà della percussoria è la pesca ad amo; di questa poi quella che si esegue mediante un colpo tirato dal basso in alto, dalla stessa azione traendo un nome simile, viene detta pesca a sbalzi, che è poi la pesca alla lenza che ora veniva ricercata

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Nel Sofista Dopo aver affrontato e superato il problema legato alla logica di Parmenide, Platone risponde anche alla domanda se esistono idee più generali di altre. Ed afferma che esistono cinque idee, che Platone chiama generi sommi, che sono comuni (partecipano) di tutte le idee. Queste sono l’"essere", il "moto", la "quiete", l’"identico" e il "diverso". Ogni idea infatti è; è identica a se stessa; è diversa dalle altre; è in quiete rispetto a se stessa; è in movimento rispetto alle altre.

Una volta affermato che le idee partecipano tra loro e possono tra loro combinarsi possiamo stabilire una elenco strutturato a seconda del maggior o minor grado di estensione dell'idea ovvero in base al numero di altre idee con cui è in relazione (in relazione a tutte sarà l'essere, in relazione alla metà sarà la quiete o il moto, in relazione a poche sarà l'idea particolare di vivente). Da questa impostazione deriva che il "vero", ovvero la scienza, corrisponde alle combinazioni corrette tra idee e il "non vero" a quelle scorrette o contraddittorie. Ovviamente le relazioni corrette sono meno di quelle scorrette, che di per sé sono infinite. Ecco perché Platone può dire che è "molto è l'essere" mentre "infinito per numero è il non essere". Il filosofo, il dialettico, allora è colui che riesce a individuare la struttura di questo essere, in mezzo al non essere, e che sa scoprire e descrivere il nucleo ridotto di rapporti corretti e di giudizi veri.