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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Platone condivide con Socrate la superiorità della tradizione orale su quella scritta, questo tuttavia non gli impedisce di scrivere un’enorme mole di scritti. Anzi possiamo affermare che, malgrado la convinzione che il vero sapere non possa essere trasmesso grazie alla scrittura, Platone fu il più grande scrittore dell’antichità. Già da giovane si era dedicato alla letteratura, alla poesia e alla tragedia coltivando l'amicizia con Euripide. Come riuscì dunque a conciliare l’avversione per la scrittura con la creazione delle migliori opere antiche di tutti i tempi?

Innanzi tutto vediamo da cosa dipendeva l’idea che il sapere scritto fosse considerato dannoso. Secondo Platone e Socrate il sapere scritto dona all’uomo solo la presunzione del sapere una conoscenza superficiale ma non la sapienza, questa posizione viene presentata da Platone nel dialogo Fedro dove il protagonista Socrate narra dell'incontro tra il Dio egizio delle invenzioni Theuth (identificato talvolta con il dio greco Ermes) e il faraone Thamus. http://www.detectivesdelahistoria.es/wp-content/uploads//2015/06/thot.jpg

Ho sentito narrare che a Naucrati d'Egitto dimorava uno dei vecchi dei del paese, il dio a cui è sacro l'uccello chiamato ibis, e di nome detto Theuth. Egli fu l'inventore dei numeri, del calcolo, della geometria e dell'astronomia per non parlare del gioco del tavoliere e dei dadi e finalmente delle lettere dell'alfabeto.

Re dell'intero paese era a quel tempo Thamus, che abitava nella grande città dell'Alto Egitto che i Greci chiamano Tebe egiziana e il cui dio è Ammone. Theuth venne presso il re, gli rivelò le sue arti dicendo che esse dovevano esser diffuse presso tutti gli Egiziani.

Il re di ciascuna gli chiedeva quale utilità comportasse, e poiché Theut spiegava, egli disapprovava ciò che gli sembrava negativo, lodava ciò che gli pareva dicesse bene. Su ciascuna arte, dice la storia, Thamus aveva molti argomenti da dire a Theuth, sia contro che a favore, ma sarebbe troppo lungo esporli.

Quando giunsero all'alfabeto: «Questa scienza, o re - disse Theuth - renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina per la sapienza e la memoria». E il re rispose: «O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l'alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall'interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l'apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d'essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienza». (Platone, Fedro)

 Dal Dialogo emergono due problemi legati alla scrittura. Il primo riguarda l’anima dell’uomo che paga di avere dei simboli scritti a cui affidarsi smetterà di riflettere sul vero significato del mondo e si ridurrà a ripeterli meccanicamente. Potremmo dire che è la stessa critica che oggi facciamo quando qualcuno ha imparato un testo, un argomento, ma non ne ha compreso il senso e quindi non può essere considerato sapiente in quanto non sa realmente quello che ha memorizzato. Potremmo dire che Platone per primo pone l'accento sul fatto che sapere qualcosa non consiste nell'impararlo a memoria ma nell'averci riflettuto sopra nell'aver introiettato il senso dell'argomentazione. https://www.allevamentopappagallivaltellina.it/foto/ros15.jpg  La seconda critica è che il possesso di tante informazioni scritte fa credere di possedere la sapienza, ma in realtà uno possiede solo nozioni di cui non conosce né la veridicità né il valore. Questo oggi si verifica ogni volta che, invece di ricercare con le proprie riflessioni e capacità intellettive l’interpretazione di un fenomeno o di un problema, andiamo a cercare acriticamente informazioni su qualche banca dati digitale o cartacea, accettando un'idea dogmatica del sapere riassumibile in espressioni del tipo "ho trovato scritto ciò, pertanto è giusto".  https://studiolapsus.altervista.org/wp-content/uploads/2020/09/studio2.jpg

La soluzione adottata da Platone per risolvere questi due problemi senza rinunciare alla produzione di opere risiede nella scelta della forma dialogica che permette di non preservare gli elementi educativi e formativi della tradizione orale. http://www.summagallicana.it/lessico/a/Aristotele%20Platone%20Luca_della_Robbia.JPG Il dialogo, infatti, non fornisce semplici informazioni ma obbliga il lettore a partecipare alla discussione come se effettivamente partecipasse alla ricerca della verità. I dialoghi platonici, spesso, non conducono a una conclusione (in particolare questo vale per i dialoghi giovanili o socratici detti perciò aporetici, “senza uscita”), in essi l’esperienza del dialogo è usato come strumento di formazione alla ricerca filosofica. Non a caso Platone non parla mai in prima persona, il più delle volte parla per bocca di Socrate, talvolta per bocca di altri personaggi. Nei dialoghi platonici troviamo diversi personaggi, alcuni contemporanei altri precedenti a Platone, che si misurano su temi e questioni filosofiche e dove il protagonista mette in pratica le tecniche socratiche volte a demolire le idee preconcette a farne partorire di nuove. La filosofia, come la propone Platone, non può essere imparata leggendo dai libri essa è paragonata a una luce interiore che si accende come una scintilla nell’anima umana solo attraverso il confronto e la riflessione.

Tuttavia Platone, a differenza di Socrate, lascia intendere che vi è una verità che può essere raggiunta con la dialettica filosofica. In particolare nei dialoghi della maturità e della vecchiaia, Platone espone le sue teorie filosofiche, o almeno ne espone una parte, che rappresentano il punto di approdo del filosofo. È possibile che nelle lezioni all’Accademia abbia esposto con ancor maggior chiarezza e determinatezza la sua filosofia; di tali dottrine, dette appunto “dottrine non scritte”, ci rimangono tuttavia solo poche testimonianze tratte da Aristotele e dagli altri allievi di Platone. Ad oggi gli studiosi si dividono tra chi sostiene che queste ultime dottrine non aggiungano niente di significativo a quello che Platone ha scritto e chi invece ritiene che in tali dottrine vi fosse il vero nucleo dell’insegnamento platonico. Non è da escludere questa ultima interpretazione, prevalentemente studiata dai professori della scuola tedesca di Tubinga, perché Platone, fortemente colpito dalla fine di Socrate, non ritiene affatto che il sapere sia per tutti, da cui la leggenda che la frequentazione dell’Accademia fosse riservata agli esperti in geometria. Inoltre Platone era fortemente legato alla tradizione pitagorica che separava le dottrine rivolte ai più da quelle riservate ai matematici.

Oltre allo strumento del Dialogo Platone si avvale del mito. Ma il mito di Platone non è come quello della cultura pre-filosofica ovvero un sostituto della verità.

Esso serve innanzi tutto a creare un collegamento tra il sapere proposto da Platone e l’antica tradizione culturale greca, in antitesi al sapere dei sofisti che si poneva contro la tradizione. Inoltre il mito platonico non è una mera allegorica, ma pensiero razionale espresso in poesia, è una metafora per cogliere l’essenza della verità che non si può esprimere fino in fondo con il semplice linguaggio. Il mito pertanto ha una funzione filosofica, perché permette alla ragione umana di valicare i suoi limiti, ha una funzione retorica, perché permette di esprimere il pensiero, ha una funzione pedagogica, perché si imprime meglio nell’animo umano.

Gli scritti platonici si compongono di una quarantina di dialoghi (non tutti forse autentici) e tredici lettere, di cui però solo tre sono attribuibili a Platone. Questi si dividono in tre gruppi in base a quando sono stati composti, ovvero gioventù, maturità e vecchiaia.

-nei dialoghi della giovinezza (o socratici) Platone difende la memoria di Socrate e ne interpreta il metodo filosofico;

-nei dialoghi della maturità espone il suo pensiero teorico e politico;

-nei dialoghi della vecchiaia approfondisce aspetti fondamentali del suo pensiero.

Tra quelli giovanili troviamo: Apologia di Socrate, che narra la vita di Socrate e il processo; l’Eutifrone, che contiene un abbozzo della teoria delle idee; il Protagora, che vuole dimostrare l’impossibilità di insegnare la virtù; il Gorgia, sulla contrapposizione tra retorica e filosofia; il Menone, che contiene la teoria dell’anamnesi e il tema dell’insegnamento della virtù; Il Cratilo sui limiti del linguaggio.

Tra quelli della maturità troviamo: il Fedone, che tratta dell’immortalità dell’anima e della teoria della reminiscenza; la Repubblica che tratta dell’utopia della città giusta e del problema della conoscenza; il Simposio che tratta dell’Eros; il Fedro che tratta delle caratteristiche dell’anima;

Tra quelli della vecchiaia troviamo: il Parmenide, che tratta del rapporto tra le idee e le cose; il Sofista, che tratta del rapporto tra idee e della dialettica; il Filebo che tratta dell’idea del Bene e del rapporto tra unità e molteplicità; il Timeo, che tratta della verosimile generazione del cosmo e della sua struttura; le Leggi che contengono le ultime riflessioni di Platone.

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