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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Aurelio Agostino nacque nel 354 a Tagaste, nell’Africa romana. Suo padre Patrizio era pagano; sua madre Monica era cristiana ed esercitò su di lui una profonda influenza. Agostino trascorse la fanciullezza tra eccessi e irresolutezza ti cui si penti anni dopo. Si dedicò studi classici la lettura di Cicerone lo avvicino alla filosofia. Nel 374 aderì alla setta dei manichei. Iniziò a insegnare retorica a Cartagine e continuò fino ai 29 anni, tra amori di donne e affetti di amici.

A 29 anni, nel 383, Agostino si recò a Roma, dopo un anno non avendo trovato dei buoni scolari si recò a Milano, per tenervi l’insegnamento ufficiale di retorica che aveva ottenuto dal prefetto Simmaco. Qui l’esempio e la parola del vescovo Ambrogio lo persuasero della verità del cristianesimo e divenne catecumeno. La lettura degli scritti di Plotino fornì ad Agostino l’orientamento definitivo.

Nell’autunno del 386 Agostino lasciò l’insegnamento e si ritirò, con una piccola schiera di parenti e di amici, nella villa di Verecondo, a Cassiciaco, presso Milano. Dalla meditazione in questa villa e dalle conversazioni con gli amici nacquero le sue prime tra cui Contro gli Accademici, Soliloqui.

Il 25 aprile del 387 ricevette il battesimo dalle mani di Ambrogio. Da quel momento la vita di Agostino fu una continua ricerca della verità e una continua lotta contro l’errore. Dopo una nuova permanenza a Roma, ritornò a Tagaste, dove nel 391 fu ordinato sacerdote e nel 395 fu consacrato vescovo di Ippona. La sua attività si rivolse alla difesa e al chiarimento dei principi della fede, ma anche alla lotta contro i nemici della Chiesa. Dopo il sacco di Roma del 410, Agostino compose La città di Dio come risposta alle accuse mosse dai pagani ai cristiani. Intanto l’invasione dei Vandali si abbatté nel 428 sull’Africa romana. Già da tre mesi le truppe di Genserico assediavano Ippona, quando, il 28 agosto del 430, Agostino morì. Le sua opera principali e è le Confessioni.

La consapevolezza di una differenza tra ragione e fede è in generale estranea al platonismo cristiano convinto come è che tutte le verità provengano dal Logos e che perciò ragione e fede sono concorrenti e intimamente congiunte. Tale il senso della formula agostiniana - credo ut intelligam – credo per capire. Agostino fonde religione e filosofia in un unico concetto di ricerca interiore (l’uomo infatti non cercherebbe Dio se non lo avesse già trovato).

La filosofia in quanto riflessione dell’uomo sull’uomo si identifica con la ricerca interiore, come via per conoscere se stessi e, attraverso se stessi, Dio; dall’esteriorità all’interiorità, dall’interiorità a Dio. La via dell’interiorità che Agostino ha indicato come senso più profondo della ricerca e della certezza implica innanzi tutto il superamento del dubbio scettico. Già nel Contra Accademicos Agostino aveva mostrato la contraddittorietà del concetto di Verosimile: attenersi al verosimile e negare si possa conoscere il vero è come affermare la somiglianza di una persona ad un’altra che non si conosce. Ma vi è anche un altro motivo più profondo che vince in modo irresistibile lo scetticismo: chiunque dubita si rende conto immediatamente di una cosa assolutamente certa, cioè di essere in dubbio, si fallor sum, se posso essere in errore ho la coscienza assoluta di esistere come essere che sbaglia nel dubitare di sé, la coscienza di sé è pertanto il primo momento della conoscenza della propria anima.

Se m’inganno vuol dire che sono [si enim fallor, sum]. Non si può ingannare chi non esiste: se dunque m’inganno, per ciò stesso io sono [nam qui non est, utique nec falli potest: ac per hoc sum, si fallor]. Poiché dunque esisto, dal momento che m’inganno, come posso ingannarmi a credere che esisto, quando è certo che io esisto dal momento che m’inganno? Poiché dunque, anche nell’ipotesi che mi inganni, esisterei pur ingannandomi, non mi inganno certamente nel conoscere che esisto. (Agostino, La città di Dio)

Inoltre affermare come fanno gli scettici che non esistono verità equivale, in virtù della conseguenza mirabilis ad affermare che una verità esiste e quant’anche io mi ingannassi circa l’esistenza della verità sarebbe pur vero che io mi inganno: «chiunque avverte se stesso nel momento in cui dubita avverte qualcosa di vero e di questo a piena certezza, dunque è certo del vero. Chi dubita, quindi, se vi sia la verità, ha in se stesso qualcosa di vero che cancella il suo dubbio; qualcosa che è vero proprio grazie alla verità. È necessario dunque che non dubiti della verità chi a ha potuto dubitare per qualche motivo».

L’uomo dunque per il fatto stesso che dubita si accorge innanzi tutto di esistere (che io esisto è certo) quindi di conoscere giacché egli avverte di esistere e questa e pur sempre una conoscenza (so di esistere e conosco questa mia esistenza); in terzo luogo so di volere, poiché egli vuole esistere e conoscere (amo questo essere e questo sapere).

Io sono, io conosco, io voglio. Sono in quanto so e voglio; so di essere e di volere; voglio essere e sapere. Veda chi può come in queste tre cose ci sia una vita inseparabile, un’unica vita, un’unica mente, un’unica essenza e come la distinzione sia inseparabile e, tuttavia, ci sia. (Agostino, Confessioni)

Queste tre certezze esse nosse velle (essere, conoscere, volere) costituiscono il principio di ogni possibile conoscenza. E siccome queste tre certezze si acquisiscono attraverso un esame di se stessi e non attraverso un esame del mondo esteriore, Agostino (come Plotino) conclude che la Verità si acquisisce ripiegandosi in se stessi e non guardando al mondo esteriore (in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas).

Essendo l’uomo immago Dei, Agostino nell’evidenziare la natura dell’anima umana ci illustra anche la natura trinitaria di Dio: infatti Dio è essere (esse), Cristo (il figlio) è la conoscenza che si ha di lui (nosse) , lo Spirito Santo è la volontà che si concretizza (velle).

Mentre le prime tre certezze (esse, nosse, volle) gli appaiono lucidamente in quanto sono le verità interiori che condizionano ogni nostro atto, la del mondo che ci circonda invece non è altrettanto chiara e certa (le cose che ci circondano sono conosciute come in uno specchio come nel mito della caverna di Platone).

La conoscenza del mondo è fondata su idee che affiorano dalla nostra mente per un atto d’illuminazione compiuto da Dio che le fa riaffiorare alla coscienza

Secondo Agostino sono verità che risplendono nella mente di ogni uomo in virtù di una luce interiore: questa luce è Cristo, sapienza di Dio, che illumina le menti perché esse possano comprendere la verità.

La teoria dell’illuminazione è diversa dalla teoria della reminescenza di tradizione platonica (Platone nel Menone afferma che le idee giungono da dentro di noi perché le abbiamo contemplate prima di venire al mondo). Agostino non sostiene che l’anima ha visto le verità eterne prima di cadere nel corpo. Le verità eterne risplendono nell’anima in virtù della luce interiore (Cristo, Lógos o Verbo di Dio), che abita in ogni uomo.

Agostino rifiuta la tesi greco-classica che vede Dio come ordinatore di una materia preesistente o come ciò che conferisce forma alla sostanza. Per Agostino Dio crea dal nulla, non quindi l’ordine e la disposizione, ma la sostanza stessa.

Ciò che uno fa, o lo fa dalla sua sostanza o da un qualcosa fuori di sé o dal nulla. L’uomo, che non è onnipotente, dalla sua sostanza genera il figlio e, come artefice, dal legno fa l’arca, ma non il legno; ha potuto fare il vaso, ma non l’argento. Nessun uomo può fare qualcosa dal nulla, cioè fare che sia ciò che assolutamente non è. Dio invece, perché onnipotente, e dalla sua sostanza ha generato il Figlio, e dal nulla ha creato il mondo, e dalla terra ha plasmato l’uomo. (Agostino,Contro Felice Manicheo)

Se dunque il mondo è stato creato dal nulla ci so potrebbe chiedere cosa faceva Dio prima della creazione. A questo Agostino risponde che Dio ha creato il mondo e con esso il tempo, non ha pertanto senso per Agostino la domanda che implica l’utilizzo di avverbi temporali come prima o dopo, che presuppongono già l’esistenza del tempo. In sostanza è inutile chiedersi perché il mondo non sia stato creato prima, in quanto non esisteva prima della creazione alcun prima, io Dio non c’è né un prima né un dopo, ma un eterno presente.

Tu dunque sei l’iniziatore di ogni tempo, e se ci fu un tempo prima che tu creassi il cielo e la terra, non si può dire che ti astenevi dall’operare. Anche quel tempo era opera tua, e non potevano trascorrere tempi prima che tu avessi creato il tempo. Se poi, prima del cielo e della terra, non esisteva tempo, perché chiedere cosa facevi allora? Non esisteva un allora dove non esisteva un tempo. (Agostino, Confessioni)

Dio e l’eterno ciò che è sempre uguale a se stesso, non è mutazione o cambiamento quindi il suo essere non è nel tempo. La domanda dunque si sposta su quale sia la vera natura del tempo. Agostino scrive in proposito «se nessuno me lo chiede, lo so; se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più. Di per sé il tempo non esiste non è un’entità oggettiva. Il distendersi del tempo in presente, passato, futuro ha valore solo da un punto di vista esteriore, empirico. Il passato e il futuro non sono entità reali per Agostino, solo il presente lo è, ma questo è impercettibile e mentre lo misuriamo è già passato o non è ancora. Sembra dunque che ci si trovi davanti ad una contraddizione. Tuttavia si può comprendere il tempo attraverso se stessi, a partire dall’interiorità della propria anima (mente) che attende, considera e ricorda: il passato può essere inteso come presente memoria, il futuro come presente aspettazione o attesa; sia la memoria che l’attesa appartengono al presente rappresentazione ovvero ciò che è; il tempo è un fatto psicologico, è una distensione dell’anima (distensio animi) e l’anima è la misura del tempo. In sostanza è il modo con cui l’anima può rendere misurabili i suoi fenomeni, per usare le parole di Agostino «un presente di cose passate, un presente di cose presenti ed un presente di cose future […] il presente delle cose passate è la memoria; il presente delle cose presenti è la vista; e il presente delle cose future è l’attesa». Per quanto concerne la conoscenza del cosmo Agostino sostiene che, rispetto agli interrogativi messi davanti ai nostri occhi dalla natura delle cose, non vi è la necessità di indagarli come avevano fatto i fisici greci; era sufficiente credere che la causa «di tutte le cose create, celesti o terrene, visibili o invisibili, è la bontà del Creatore, il solo vero Dio; e che nulla esiste, ad eccezione di Lui stesso, che non derivi da Lui la sua esistenza». Agostino stesso credeva addirittura improbabile che la Terra fosse sferica, e, quantunque lo fosse, non sarebbe stata abitata nel suo emisfero australe; questo perché secondo lui è assurdo credere che uomini della nostra parte del mondo possano aver navigato sopra l’Oceano fino all’altra parte, di conseguenza non vi potevano essere là discendenti di Adamo. Anche rispetto alla organizzazione dei cieli, Agostino è legato alla concezione biblica che li vede pieni d’acqua, tali che Saturno sarebbe così il pianeta più freddo (essendo il più distante), anziché quello più caldo a causa del moto più rapido. Malgrado tutto ciò il filosofo cristiano mantenne sempre una certa ammirazione per la perfezione e per la vastità dell’opera scientifica dei greci.

L’origine del male e la Polemica anti manichea. Per i manichei il principio del male esiste ab eterno non meno del principio del bene. Il male per Agostino è il negativo (nel senso della negazione), ovvero è il non-essere e perciò non appartiene all’ordine della natura e delle cose, le quali –poiché create da Dio- sono tutte buone, cioè partecipano, sia pure in maniera diversa, secondo un gerarchia, alla somma bontà divina. Il male metafisico (ontologico, ovvero inteso come essere) dunque non esiste. Il manifestarsi del male è la conseguenza della volontà umana, è il peccato che l’uomo commette quando si allontana coscientemente dall’ordine stabilito da Dio. Il male morale è un difetto di volontà ed ha in sé la propria pena perché si preclude il godimento di Dio.

Dunque tutto ciò che esiste è bene, e il male, di cui recavo l’origine, non è una sostanza, perché, se fosse tale, sarebbe bene: infatti o sarebbe una sostanza incorruttibile, e allora sarebbe inevitabilmente un grande bene; o una sostanza corruttibile, ma questa non potrebbe corrompersi se non fosse buona. Così vidi, così mi si rivelò chiaramente che tu hai fatto tutte le cose buone. (Agostino, Confessioni)

La volontà è libera può volgersi verso Dio ed in questo caso è buona, può distogliersi da Dio ed in questo caso e malvagia. L’alternativa tra il bene e il male non precede la volontà, ma è istaurata da questa. Il male fisico, il dolore, non è propriamente male perché nella misura in cui rientra nei piani provvidenziali di Dio è bene e rende giusta la pena: pene e dolori che scaturiscono dall’agire umano sono risultano coerenti con il disegno provvidenziale e con la giustizia divina.

Come si concilia la prescienza divina con la libertà dell’uomo? Nel De libero arbitrio Agostino sostiene che Dio prevede la nostra volontà, ma la prevede appunto come volontà, il che significa che dio sa già come noi agiremo ma non determina il nostro agire; la nostra volontà è in nostro potere e non sarebbe in nostro potere se noi non fossimo liberi; la prescienza divina non toglie all’uomo la sua libertà, essa è infatti un dono, il più prezioso, pertanto Dio non può toglierla all’uomo pur sapendo che egli in virtù di essa peccherà e compirà il male, se infatti Dio la togliesse questo sarebbe un atto malvagio che Dio appunto per sua natura di immensa bontà non può compiere. Agostino nega ogni valore salvifico e meritorio alle opere dell’uomo per attribuirlo completamente alla Grazia. Tutti gli uomini sono solidali nel peccato di Adamo e dalla schiavitù del peccato in cui tutti gli uomini sono caduti in conseguenza del peccato originale essi non potrebbero mai risollevarsi da soli. La volontà dell’uomo è diventata deficiente, si è volta verso i beni inferiori; è diventata concupiscente, la sua libertà e solo la libertà di fare il male (non potest non peccare), tutta l’umanità è una massa dannata, votata alla condanna eterna. Questa prospettiva si opponeva al monaco Pelagio che sosteneva invece che il peccato originale potesse essere combattuto tramite uno sforzo morale degli uomini attraverso la pratica delle buone azioni e l’agire virtuoso, una prospettiva troppo vicina alla morale Stoica, diretta concorrente del cristianesimo, e che come tale non poteva essere accettata da Agostino, che sosteneva che solo Dio poteva mettere l’uomo in grado di essere virtuoso.

In proposito Agostino ricorda che Adamo che aveva il libero arbitrio in assenza di Dio andò in contro al peccato in virtù della sua natura di uomo. In quanto discendenti di Adamo tutti gli uomini sono dannati e condannati a peccare. In questa concezione pessimistica la salvezza può venire solo da Dio. Dio sceglie e salva quelli che vuole (mercé la grazia divina) un atto di grazia non meritato e che all’uomo può sembrare arbitrario, ma che ha il suo criterio nella prescienza (che è bontà e giustizia). Tale salvezza è la grazia; le grazie non sarebbero più tali se, invece di essere un dono gratuito, fosse una ricompensa; la salvezza allora tornerebbe a gloria dell’uomo e non di Dio se dipendesse dalle opere umane. Questi argomenti furono in un primo tempo accolti dalla Chiesa, ma con il tempo le tesi di Agostino vennero sempre meno diffuse, per essere in fine abbandonate dalla Chiesa dopo che queste furono riprese da Calvino ed in generale dall’etica protestante.

La caduta dell’Impero romano e il sacco di Roma del 410 d.c. aveva fatto cadere sui cristiani la maledizione e l’accusa di essere la causa della rovina di Roma. Agostino nel De Civitate Dei risponde: la caduta dell’Impero lungi dall’esser una prova contro i cristiani è la realizzazione della volontà divina, la giusta punizione dei mali e dei vizzi di una cultura. Agostino elabora la dottrina delle due città, la civitas Dei e la civitas hominum.

L’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio genera la città terrena; l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé genera la città celeste. Quella aspira alla gloria degli uomini, questa mette al di sopra di tutto la gloria di Dio testimoniata nella coscienza [...]. I cittadini della città terrena sono dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri; i cittadini della città celeste si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità e rispettano docilmente i doveri della disciplina sociale. (Agostino, La città di Dio)

La città di Dio è dominata dall’amor dei di cui Abele è il primo cittadino, i suoi abitanti mettono al primo posto la ricerca di Dio; la città terrestre è dominata dall’amor sui di cui Caino è stato il fondatore, i suoi cittadini perseguono il soddisfacimento dei propri desideri. Queste due città non sono come detto identificate con specifiche istituzioni (non rappresentano il dualismo Stato-Chiesa), ma due modelli di vita che su questa terra sono destinati a convivere: nella misura in cui sono mescolate e confuse in questo mondo, risentono l’una delle vicende dell’altra, ma non sono coinvolte in un unico destino per l’incommensurabile trascendenza dell’una rispetto all’altra. Da ciò si spiega anche il declino della civiltà romana, infatti Agostino nota come in ogni epoca le gli uomini delle due città entrino in tensione tra loro, l’umanità è figlia dello scontro tra Caino ed Abele, allo stesso modo la civiltà romana è figlia dello scontro tra Romolo e Remo. Il saccheggio di Roma dunque è il realizzarsi della giustizia divina. Questa prospettiva permette di svincolare la storia alle sorti della nazione romana, questo passaggio diviene obbligatorio in virtù degli eventi, serve una nuova filosofia della storia che permetta di continuare a pensare all’umanità come un unico grande organismo che segue un disegno preciso. Per Agostino è la venuta di Gesù il fatto culminante della storia, esso ha inaugurato il costituirsi della città di Dio sulla terra è l’ultimo stadio della storia del mondo che si chiuderà con il grande sabato, con il trionfo dei beati. La felicità vera è dunque solo nella città celeste che raccoglie l’umanità peregrina sulla terra e che sarà compiuta solo quando Dio sarà omnia in omnibus e gli uomini saranno sollevati dal non posse non peccare al non posse peccare.

 

 

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