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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Il corpus Hermeticum indica un insieme di scritti su temi religiosi, cosmologici, nonché legati all’alchimia e alla magia. Questi scritti spesso sono stati considerati molto antichi, ma la loro composizione va collocata al più tra il II e il IV secolo dopo cristo, la loro sistemazione è datata tra il VI e l’IX secolo. Il nome del corpus trae origine dal nome Hermes o Ermete (Mercurio romano) che i greci avevano attribuito al Dio Thot della tradizione egizia, il famoso Dio dell’invenzione e della scrittura e della misura del tempo (ma anche della magia, dell’alchimia e dell’astrologia), ma va precisato che furono gli umanisti italiani in prevalenza a diffondere l’idea che questi scritti, per altro eterogenei fossero stati scritti da Ermete (Ermete Trismegisto, ovvero tre volte grande).

In questi testi si trovano mescolate idee appartenenti al platonismo e al neoplatonismo con elementi del pensiero stoico aristotelico e giudaico, ed ovviamente i culti dell’antico egizio. Nel periodo di crisi in cui la società occidentale si stava inesorabilmente avviando, divenne fondamentale la ricerca di un antica e originaria sapienza che potesse riportare in alto la civiltà e tale antica sapienza non poteva non essere legata ai culti orientali dei Magi persiani e degli antichi Egizi, ripercorrendo per così dire la strada che già i primi pensatori greci Talete e Pitagora avevano compiuto in quei luoghi. Questa era dunque una sorta di ricerca di un fondamento più solido e leggendario per la cultura greca ed ellenistica che stava vacillando.

Nel testo Pimandro, uno dei primi libri del Corpus Hermeticum, Pimandro appare in forma trasfigurata ad Ermete al quale dichiara di essere il Dio-Nous, suo dio. Egli dichiara che da esso sgorga la parola luminosa, la luce, il Logos che è il Figlio di Dio. Grazie a questa rivelazione la mente di Ermete si illuminò permettendogli così di vedere l’infinità del mondo. Sollecitato da tale immagine Ermete chiese a Pimandro da cosa nascesse la natura degli esseri. Pimandro rispose dalla volontà di Dio, ossia da esso. Il Dio afferma che essa scaturisce da se stesso, che è Dio-Nous, che vive come luce ed è sia maschio che femmina, da egli si generò un secondo Nous-Demiurgo il quale essendo Dio del fuoco e del pneuma (soffio) ha modellato sette governatori che corrispondono alle sette potenze demiurgiche (creatrici), essi con le loro sette sfere avvolgono il mondo sensibile, governandolo tramite il destino.

In quel momento il Logos usci dagli elementi materiali che volgevano verso il basso e si andò ad unire con il Nous-Demiurgo. Da questa scissione deriva la materia irrazionale. Il Nous-Demiurgo e il Logos danno origine alla rotazione delle sfere, si tratta del moto circolare delle sfere celesti. Il loro moto permette agli elementi senza ragione, la materia, di generare gli animali non razionali: l’aria produsse gli uccelli; l’acqua i pesci; la terra i quadrupedi i rettili e tutte le bestie.

Dopo aver spiegato a Ermete la nascita del mondo, il Dio racconta della creazione dell’uomo. Il Dio-Nous creo l’Uomo originario simile a sé, e se ne innamorò come di un figlio perché era simile a lui, ed a lui assegnò il dominio su tutte le cose. Così il Primo Uomo dopo aver scorso la creazione fatta dal Demiurgo-Nous volle egli stesso diventare creatore e il Dio-Nous glielo consentì. L’Uomo entrò in contatto con il mondo generato dal Demiurgo-Nous ovvero con le sette potenze, i governatori, ricevendo da loro i poteri demiugici. L’Uomo una volta ricevuti i poteri ruppe una sfera per potersi sporgere verso gli esseri mortali e gli animali, fu così che la Natura si innamorò dell’Uomo vedendo la sua ombra proiettata sulla terra e a sua vota l’Uomo si innamorò della Natura, questo accadde perchè in realtà egli vide la sua stessa divina immagine rispecchiata nell’acqua. Da questo amore nacque l’unione tra i due. L’Uomo dunque assunse un corpo mortale per vivere con la Natura, ed è per questo che tra i mortali egli è l’unico ad avere un adoppia natura, mortale quella del corpo, immortale, riguardo la sua essenza di primo Uomo.

Per questo l’uomo è sottoposto ad entrambe le condizioni di mortalità e immortalità. Dall’unione tra la Natura e l’Uomo nacquero sette uomini, sette come le doti donate dai Governati e ad essi corrispondenti, essi erano al tempo stesso maschio e femmina e si innalzavano fino al cielo. La generazione dei sette uomini è data dalla mescolanza della terra che rappresenta il femminile, dell’acqua che è l’elemento generatore, del fuoco che rappresenta la crescita e la maturazione degli essere, e del soffio vitale donato dall’etere alla Natura, e la Natura ha dare la forma ai corpi in modo che siano simili all’Uomo. Dopo questo processo l’Uomo trasmutò da vita e luce ad anima e intelletto (così che anima e vita, e luce intelletto).

Dopo un certo periodo, per volere di Dio, l’unità di genere delle creature fu rotta, e sia gli uomini che tutte le creature furono divise in maschi e femmine, e fu allora che Dio pronunciò il suo comando andate e moltiplicatevi.

Pimandro dopo questo racconto ammonisce Ermete su come l’uomo debba comportarsi. L’uomo dovrà iniziare conoscendo se stesso, perché chi conosce se stesso procede verso se stesso, cioè verso la sua vera natura. «Tu sei luce e vita, come Dio Padre, da cui nacque l’uomo. Pertanto se apprenderai a conoscerti in quanto costituito di vita e luce…ritornerai alla vita». Ovviamente solo l’uomo dotato di intelletto potrà intraprendere questo percorso, e solo chi condurrà una vita santa e pura onorando Dio potrà rielevarsi verso di esso. Se questo percorso sarà condotto con successo alla morte il corpo si dissolverà nei quattro elementi e lo spirito ascendendo attraverso le sfere dei governati verrà purificato della sua natura mortale, compiuto ciò potrà ricongiungersi con Dio-padre.

L’importanza di questi scritti è legata prevalentemente all’influsso che essi ebbero sulla tradizione umanistica e rinascimentale, ma anche su personalità stravaganti del medioevo come Raimondo Lullo. Inoltre essi vennero presi in grande considerazione anche dal neoplatonismo cristiano, in particolare da Agostino d’Ippona.