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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Lo stoicismo è la scuola filosofica più duratura tra quelle fondate in età ellenistica e nell'arco della sua evoluzione il pensiero stoico è soggetto a diversi mutamenti. Da principio lo stoicismo era estremamente legato al materialismo dei Cinici e alle teorie di Eraclito, tuttavia con lo scorrere dei secoli riconobbero sempre di più come punto di riferimento la dottrina socratica e subirono la contaminazione del platonismo che mitico il materialismo presente nelle loro tesi. Delle sue idee originali rimasero costanti solo quelle relative all'etica per le quali la scuola è stata riconosciuta e ricordata nei secoli. L'etica Stoica rappresenta una specie di religione laica, fondata sulla ragione e la razionalità che corrispondono alla virtù, questo è il motivo principale per cui fu estremamente avversata in epoca cristiana e per cui ad oggi non rimangono che pochi frammenti, perlopiù riportati in opere scritte da autori che ne intendevano confutare le tesi, e fatta eccezione per le opere degli esponenti della tarda e stoà vissuti nella Roma imperiale.

Per quanto riguarda la periodizzazione della scuola viene convenzionalmente suddivisa in tre periodi: l'antico stoicismo, che percorre tutto il terzo secolo a.c. e a come figure principali Zenone di cizio (333-263 a.c.), Cleante di Asso (304-232 a.c.), Crisippo di Tarso (281-204 a.c.); il medio stoicismo, che va dalla metà del II secolo a.c. alla metà del primo secolo a.c. che vede tra le sue figure principali Panenzio di Rodi (185-110 a.c.) e Posidonio di Apamea (135-51 a.c.); il nuovo stoicismo o stoicismo romano, che trova la sua origine all'interno del circolo degli Scipioni e si sviluppa nei primi due secoli dell'Impero Romano in particolare grazie a Seneca (4 a.c.-65 d.c), Epiteto (50-138 d.c.), Marco Aurelio (121-180 d.c.) https://staticfanpage.akamaized.net/wp-content/uploads/sites/17/2015/02/euyhfkrej.jpg

Le fonti principali per ricostruire le teorie della scuola Stoica sono, oltre alle opere dei pensatori latini dell'età Imperiale, gli scritti di Cicerone, la vita dei filosofi di Diogene Laerzio e i testi dello scettico Sesto Empirico (volti però a contrastarne la validità).

Zenone era originario di Cipro, appartenente a una famiglia di mercanti, giunse ad Atene secondo la testimonianza di Diogene Laerzio all'età di 30 anni (forse dopo aver perduto un carico al largo del Pireo o dopo averlo venduto). http://slideplayer.it/slide/976205/3/images/1/Ellenismo+filosofico:+Lo+Stoicismo.jpg  Ad Atene, narra Laerzio, Zenone trovò nella bottega di un libraio i commentari di Senofonte e dopo la sua lettura esclamò se si potessero ancora trovare uomini come Socrate, proprio in quel momento passata di lì Cratete, della scuola socratica dei cinici, allievo di Diogene di Sinope, e il libraio glielo indicò dicendo "segui quest'uomo"; da quel momento Zenone divenne allievo di Cratete.

In seguito Zenone, probabilmente non potendo acquisire una casa perché non era ateniese, tenne le sue lezioni passeggiando su e giù nel quadriportico dipinto dell'agorà di Atene, (Stoà poikíle), designato come dipinto per i quadri di Polignoto. https://vociantiche.files.wordpress.com/2017/07/poikilecol.gif Per questo gli allievi che venivano ad ascoltarlo furono chiamati stoici così come in seguito tutti i seguaci di quegl’insegnamenti. Erede di Zenone nell’insegnamento fu prima Cleante e poi Crisippo. https://claudiochiaramonte.files.wordpress.com/2015/10/stoicismo.jpg?w=791&h=593

Lo stoicismo iniziale si presenta come continuazione della dottrina cinica; anche gli stoici cercarono la felicità per mezzo della virtù e non la scienza, ma a differenza dei Cinici sostengono la necessità della Scienza per raggiungere la virtù (ricordava Seneca che la filosofia è esercizio di virtù, la sapienza è scienza delle cose umane e diviene attraverso la virtù).

È per questo che gli stoici si consideravano gli unici veri eredi del socratismo, e la loro etica si presenta come una forma di radicalizzazione dell’intellettualismo etico, ovvero dell'idea che dalla conoscenza del bene scaturisce necessariamente la conduzione di una vita virtuosa. La differenza più marcata con l'insegnamento socratico consiste nell'affermare però che solo il sapiente può essere virtuoso ed esso è ben distinto dall'uomo comune. Le virtù sono la natura (fisica) la morale (etica) la razionalità (logica) essi partivano dalla filosofia della logica per passare alla fisica e giungere all'etica. Queste corrispondono anche alla tradizionale distinzione delle scienze, ma gli stoici antichi non le insegnavano separatamente ma le concepivano come interconnesse tra loro:

[Gli stoici] rappresentano la filosofia come un animale, paragonando la parte logi­ca alle ossa e ai nervi, l’etica ai muscoli, la fisica all’anima. O anche come un uovo: la logica è il guscio, dopo viene l’etica, la parte più interna è la fisica. O anche come un campo fertile, del quale la siepe di recinzione è la logica, il frutto è l’etica, il terreno o gli alberi la fisica. O infine ad una città ben costruita e amministrata secondo ragione (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta)

https://it.wikipedia.org/wiki/Stoicismo#/media/File:Tripartizione_della_filosofia_stoica.svg

Il compito della logica è quello di stabilire le modalità del conoscere è il criterio per Distinguere il vero dal falso, il compito della fisica studiare la natura del mondo e definirvi il posto dell'uomo, compito dell'etica distinguere il bene dal male illustrando le conseguenze negative di una vita stolta e dissoluta.

La Logica

Lo studio della logica è stato avviato da Zenone, ma trova il suo massimo esponente in Crisippo che pare avesse scritto un enorme quantità di opere, molte di più di Platone ed Aristotele, di cui però non è rimasto nulla. L’importanza della logica stoica è stata per lungo tempo sottovalutata e solo in epoca recente, grazie all’opera di Benson Mates del 1953, si è compreso quanto essa fosse per l’epoca rivoluzionaria e avanzata. Gli stoici furono anche i primi a trattare la logica come disciplina autonoma con un proprio oggetto di studio:

La ricerca logica non ha né la stessa materia né lo stesso fine [delle altre parti della filosofia]: la sua materia sono i ragionamenti (lógoi), il fine è la conoscenza dei metodi dimostrativi, e tutte le altre indagini concorrono a sviluppare una dimostrazione scientifica. Dunque non può essere messa sotto nessuna delle due altre parti della filosofia. Infatti, se anche la logica indaga sulle cose umane e divine (ce ne serviamo infatti quando discutiamo di cose umane o divine), non si occupa esclusivamente di quelle umane (come le sezioni della filosofia pratica [etica]), né esclusivamente di quelle divine (come le sezioni di quella teoretica [fisica]). Dunque non è una semplice sezione della filosofia, ma la sua terza parte. (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta)

La logica si suddivide nella canonica, che si occupa dei criteri della verità, e nella scienza dei discorsi: se discorsi continui è retorica se discorsi chiusi per domanda e risposta è dialettica, intesa come scienza di ciò che è vero e ciò che è falso e dei sofismi o paradossi che non sono ne veri ne falsi. La dialettica si divide in grammatica che ha come oggetto le nozioni significate e la logica in senso stretto che ha come oggetto le proposizioni, i sillogismi e le rappresentazioni (significati).

Si può pertanto dire che si sono i primi a dividere la logica in semiotica, sintassi, e semantica. Per semiotica o segnaletica s’intende lo studio dei segni che la mente usa per comprendere e comunicare ovvero i fonemi, grafemi e frasi. Per sintassi gli stoici intendono qualunque sistema di regole in particolare per quanto riguarda la logica la validità di un giudizio in base alla sua forma. Per semantica lo studio dei segni lasciati, signum facere, dagli oggetti nella nostra mente.

Il primo punto è quindi quello di stabilire quale sia il criterio di verità di un’affermazione. Nella loro ricerca il criterio di verità viene riconosciuto nella rappresentazione catalettica intesa come l’atto dell'intelletto che comprende l'oggetto o come l'azione dell'oggetto sull'intelletto. Dunque la conoscenza deriva dai sensi, l'anima è carta bianca su cui si scrive.

Non ha tutti i tipi di rappresentazione accordata credibilità Zenone, ma solo a quelle rappresentazioni che in certo modo favoriscono una attestazione di veridicità dell'oggetto rappresentato. L'oggetto della visione, essendo percepito di per sè, lo definiva "comprensibile"; quando la conoscenza dell'oggetto era stata approvata e accertata la chiamava comprensione, simile all'atto di afferrare qualcosa con le mani; da questa similitudine Infatti aveva tratto il nome, già che nessuno prima di lui aveva usato in questo senso tale parola; in realtà egli, per esporre teorie nuove, si serviva di moltissime parole nuove.  Ciò che era percepito dai sensi lo chiamava sensazione; se fosse stato percepito in maniera totale da non poter essere confuso dal ragionamento, lo chiamava scienza, e non scienza nel caso contrario; in questa rientra l'opinione che è una forma di conoscenza debole mista di falsità e ignoranza...fra la scienza e la non scienza poneva la pura e semplice comprensione quella di cui ho parlato, e non l'annoverava né fra le cose buone né frega le cattive; diceva però che ad essa sola bisogna prestar fede. Quanto al dare fiducia ai sensi, traeva questa convinzione dal fatto che, come ho detto sopra, la comprensione appunto per base la conoscenza sensibile; e gli sembrava che essa fosse verace è degna di fede non perché comprendesse tutte le cose che sono nella realtà oggettiva, ma perché non trascurava nulla di quanto possa cadere sotto la sua azione, E perché la natura aveva dato al sapere quasi un anno ormai è un principio fondato sulla natura stessa, sulla base del quale poi successivamente si potessero imprimere nell'animale nozioni delle singole cose; sì che da essi si ricavavano non solo i principi ma anche procedimenti più ampi per raggiungere una regola metodica (Cicerone, Academici posteriores).

La verità della rappresentazione vero la corrispondenza all'evidenza sensibile è un assenso da parte del soggetto cioè un atto volontario con cui l'intelletto aderisce alla rappresentazione dell'oggetto. Quando noi diciamo piove la rappresentazione sarà vera se effettivamente fuori piove, sarà falsa quando l'assenso è dato precipitosamente al fatto corrispondente ad esempio quando noi diciamo piove ed invece si tratta di semplici gocce d'acqua che cadono da un vaso posto su terrazzo o da un indumento steso. Ogni oggetto lascia un’impronta, rappresentazione o phantasia, impressa sull'anima. Il percorso è graduale. Le rappresentazioni da prima si imprimono nei sensi. Il sedimentarsi di tali rappresentazioni nella memoria da origine ai ricordi. Più ricordi simili danno origine alla rappresentazione dell'oggetto e quindi alla nozione generale. Su queste nozioni generali opera il pensiero procedendo per somiglianza, analogia, trasposizione, composizione e contrarietà da cui si originano le nozioni astratte e immaginarie. 

Una volta completato questo processo scatta per così dire l'atto di comprensione esposto nella canonica. Una rappresentazione è detta catalettica quando essa riesce a cogliere pienamente il significato dell'oggetto. Con l'accumularsi delle rappresentazioni sensibili si forma l'anticipazione, prolessi (concetto), che può essere naturale se viene dalle rappresentazioni o artificiale se è frutto d’istruzione e ragionamento. Gli stoici ammettono inoltre l'esistenza di «nozioni comuni », appartenenti a tutti gli uomini; non già in quanto siano comunque innate nella nostra mente o in quanto siano prodotte in noi da una realtà universale (soprasensoriale), ma in quanto tutti gli uomini sono in grado di formarsele allo stesso modo con la riflessione: esse traggono una superiore dignità proprio da questo consenso di tutti gli uomini. Alla loro formazione dà un contributo decisivo il linguaggio. L'universale esiste solo nell'anima come nome (espresso o pensato) atto a indicare più individui. I concetti generali (le categorie) sono: il soggetto o sostanza, la qualità, il modo d'essere, la relazione da questi generi sommi si va alle specie fino alla specie individuo che non ha altre specie sotto di sé.

Per quanto riguarda la logica propriamente detta gli stoici partono dallo studio della proposizio­ne (chiamata axíoma). Le proposizioni si suddividono in semplici e complesse. Semplice è la proposizione che contiene solo un predicato (per esempio «è giorno»), complessa è quella costi­tuita dal collegamento di più proposizioni tramite connettivi logici (per esempio «è giorno e piove»). Mentre le proposizioni semplici non sono limitate da particolari condizioni e quindi sono riconducibili direttamente alla catalessi, quelle complesse dipendono dal valore di verità delle singole proposizioni semplici e dal tipo di connettivi usati per tenerle insieme. I connettivo, o operatori logici in quanto operano come delle vere e proprie operazioni, principali sono non, e, o, se ... allora, ecc. Grazie ad essi è possibile stabilire delle connessioni che possono essere riassunte in: congiuntiva (..e..), è giorno e c’è luce; disgiuntiva inclusiva (..o..vel), è giorno o c’è luce o entrambe; disgiuntiva esclusiva (o solo ... o solo ...autaut…), o è giorno oppure c’è luce; condizionale (se ... allora ...), se è giorno allora c’è luce; condizionale doppia (solo se ... allora ...) solo se è giorno allora c’è luce. Sulla base di queste relazioni i moderni hanno composto le tavole di verità.

Particolarmente interessante è la proposizione complessa generata dalla condizionale se…allora…, in questo caso la prima proposizione è detta antecedente e la seconda conseguente. Gli stoici usano ragionamenti anapodittici, che non dimostrano, ma esprimono ciò che si vede, differenza dei sillogismi aristotelici è composta di due soli termini ovvero assente di termine medio. Ad esempio" o il primo o il secondo, ma è il primo quindi non è il secondo.

Le regole fondamentali della logica stoica, oggi rintracciabili nell’opera di Sesto Empirico Contri i matematici, sono il modus ponens e il modus tollens che assumendo p e q come identificative di due preposizioni semplici, possono essere riassunte nel modo che segue:

Modus pones - se la relazione "p implica q" è  vera, ne segue che se la premessa p è vera, allora la conseguenza q è vera. 

Es. "Se è giorno allora c'è luce, è giorno, dunque c'è luce"

Modus tollens - se q scaturisce da p, e q è falsa ne segue che p non può essere vera.

Es. Se è giorno, c'è luce. (implicazione: p, allora q) Ma non c'è luce. (non q) Dunque non è giorno. (conclusione)

Questi a loro volta danno origine a cinque figure sillogistiche

  1. Se p allora q; ma p; dunque q (modus ponendo ponens).
  2. Se p allora q; ma non q; dunque non p (modus tollendo tollens).
  3. Non (p e q); ma p; dunque non q (modus ponendo tollens).
  4. O solo p o solo q; ma p; dunque non q (modus ponendo tollens).
  5. O solo p o solo q; ma non p; dunque q (modus tollendo ponens)

 

 

Prima figura

Seconda figura

Terza figura

Quarta figura

Quinta figura

Premessa maggiore

Se è giorno, allora c’è luce

Se è giorno, allora c’è luce

Non è sia giorno che notte

O è giorno, o è notte.

O è giorno, o è notte.

Premessa minore

Ma è giorno

Ma non è giorno

Ma è giorno

Ma è giorno

Ma non è notte

Conclusione

Dunque c’è luce

Dunque non c’è luce

Dunque non è notte

Dunque non è notte

Dunque è giorno

 

Per quanto riguarda la semantica gli stoici, in alternativa alla teoria aristotelica della scienza delle cose, introducono quella del significato, il concetto è un segno che significa le cose, cioè ha un referente reale, rappresenta un oggetto: il segno è composto da significante (parola) il significato (rappresentazione evocata lektòn) la cosa (oggetto reale).

Gli stoici dicono che questi tre elementi sono connessi fra di loro: il signifi­cato (semainómenon), il significante (semáinon) e l’evento (tynchánon). Il si­gni­ficante è il suono stesso, ad esempio «Dione»; il significato è l’entità manifestata e che ap­pren­diamo in quanto coesiste con il nostro pensiero, e che gli stranieri non capiscono, seb­bene odano il suono; l’evento è ciò che esiste all’esterno, ad esempio Dione stesso. Di questi, due sono corporei, e cioè il suono e l’evento, e una è incorporea, e cioè l’entità significata, l’esprimibile (lektón), che [solo] è vero o falso (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta)

Uno dei contributi più originali degli stoici, come è noto, è la teoria del lektòn che anticipa problematiche molto moderne. Secondo tale concezione le parole sono termini designanti il cui corrispettivo non va cercato nelle "cose", ma nel "significato" attribuito alle cose. Il lektòn (il significato) è una entità intermedia che si pone tra il significante e la "cosa" ed esso risulta posto in essere dal linguaggio. Secondo la teorizzazione stoica, il lektòn è incompleto nelle parole e completo nelle proposizioni, tanto che, la logica stoica, contrariamente a quella aristotelica, non è più una logica dei termini, ma una logica proposizionale. Veramente significanti, infatti, sono le proposizioni e, pertanto solo esse possono costituire i "mattoni elementari" la cui connessione va indagata dalla logica. A tale concezione si accompagna, ancora una volta, una diversa accezione del concetto di "verità" perché essa compete all'organizzazione logica dei lekta.

Essi si dedicarono anche allo studio della Reductio ad absurdum, dimostrazione per assurdo, metodo che si avvale del principio del terzo escluso (tertium non datur), il quale dichiara che un enunciato che non può essere falso, deve essere assunto come vero non essendovi una terza possibilità. E studiarono attentamente anche la Conseguentia mirabilis, che si avvale in modo costruttivo del principio di non contraddizione, essa era stata implicitamente già utilizzato Platone come argomento per sconfiggere il relativismo sofista. Notando che affermare che “tutto è relativo” equivale ad affermare un assoluto. Così come affermare che non esiste nessuna verità equivale ad accettare almeno una verità ovvero che “non esistono verità” e dunque è impossibile negare l’esistenza della verità. In continuità con la scuola megarica anche gli stoici studiarono diversi paradossi, che avranno ampio spazio nella filosofia del linguaggio dell'800 e 900, come quello di Epimenide il cretese, che affermava tutti i cretesi mentono, quello del coccodrillo; quello del mucchio di riso. Il primo in particolare è un antinomia della ragione, che si risolverà solo con Russell che propone di limitare la portata universale dell'affermazione "io mento", escludendo il riferimento a sé stesso.

La Fisica

Dal punto di vista della natura (fisica) e si attengono ad un rigoroso panteismo, che in parte riprende le teorie di Eraclito di Efeso. Il cosmo è un grande organismo animato ordinato, razionale, perfetto e necessario.

Crisippo nel primo libro Sulla provvidenza ... afferma che il cosmo è un animale dotato di logos, anima e intelletto: essendo un animale, è una sostanza dotata di anima e della capacità di sentire. Infatti: l’animale è migliore del non animale; ma nulla è migliore del cosmo; dunque il cosmo è un animale. E ha un’anima, come è evidente dalla nostra anima che è una particella che proviene da esso. (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta)

Alle quattro cause aristoteliche sostituiscono due soli principi: quello passivo, inteso come sostanza priva di qualità, quello attivo che la ragione Divina del Cosmo che plasma la materia. La distinzione in principio attivo e passivo è solo concettuale e non sostanziale, infatti, entrambi sono corporei.

Essi ritengono che i princìpi di tutte le cose siano due: quello attivo e quello passivo. Quello passivo è la sostanza senza qualità (ápoios ousía), la materia; quello attivo è il logos che è in essa, il dio. Questo infatti essendo eterno produce le cose singole diffondendosi in tutta la materia. (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta)

In sostanza si ha una materia ed una ragione (questa è il principio attivo e ha natura divina) questi due aspetti rappresentano uniti tutta la natura, da ciò si evince la prospettiva panteistica degli stoici. Gli Stoici supponevano che la forza che regge il mondo risiedesse nei cieli, e che la sostanza prima fosse uno pneuma (soffio vitale) di natura ignea o eterea, che, benché partecipe di ogni corpo, risiedesse nella sua illibatezza solo nello spazio celeste.

Essendo la sostanza (ousía) delle cose che sono, affermano, incapace di darsi da sé movimento e figura, ha bisogno di essere mossa e configurata da una qualche causa. E per questo, come avendo osservato una stupenda statua di bronzo desideriamo saperne l’artefice perché la materia di per sé è incapace a muoversi, così anche guardando la materia dell’universo che si muove e si trova ad essere in forma e in ordine, è ragionevole che indaghiamo la causa che la muove e la conformi in molte specie. E questa è plausibile che non sia nient’altro che una potenza che si diffonde per essa, come l’anima si diffonde in noi. [...] Questa potenza o moverà dall’eternità o da un certo tempo: ma da un certo tempo non potrà muovere: infatti non ci sarà una qualche causa del fatto che essa muova da un certo tempo. Dunque la potenza che muove la materia è eterna e la conduce ordinatamente alle nascite e alle trasformazioni: cosicché sarebbe dio. (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta).

Il divino essere della natura è dimostrato dal fatto che vi sono cose come i cieli e l’ordine cosmico che non possono essere il prodotto dell’uomo. Il mondo nasce e perisce ciclicamente come detto anche da Empedocle, il fuoco, che coincide con la ragione divina (concetto ripreso da Eraclito). http://ichef.bbci.co.uk/wwfeatures/wm/live/624_351/images/live/p0/4s/6c/p04s6c3q.jpg Il fuoco per raffreddamento sia l'aria è da questa per condensazione l'acqua che condensandosi ulteriormente ha dato origine alla Terra. L'eternità è attribuita soltanto al fuoco e ai semi, ovvero le ragioni seminatrici da cui hanno origine tutte le cose: la ragione universale rappresenta il seme, o principio maschile, che attraversa la materia, o principio femminile, dando origine a tutte le cose. L’universo ha un andamento ciclico: giunto ad un certo punto esso conflagra su se stesso tornando come il fuoco originario e da questo nuovamente si rigenera l’universo.             https://astronomicamens.files.wordpress.com/2016/08/big_bounce1.jpg?w=750&h=417&crop=1

Questo ciclo è sempre identico a se stesso e per questo è il migliore dei mondi possibili, questa idea dei periodi cosmici che si ripetono sempre uguali a se stessi sono delle varianti al tema del tempo presente nel Timeo di Platone e di conseguenza delle dottrine pitagoriche. La concezione stoica del cosmo come l’unico possibile è frutto dell’idea della causalità universale, cioè il fatto che tutto sia retto da un'unica catena causale, da ciò segue anche un determinismo intrinseco al cosmo e alla natura dove c’è c'è identità tra provvidenza, destino e ragione.

Gli stoici affermano che i pianeti, ristabilendosi nello stesso punto sia nelle dimensioni sia nelle estensioni, dove ciascuno era al principio quando per la prima volta il cosmo si costituì, nei detti periodi di tempo determinano la conflagrazione e la distruzione delle cose che sono. Poi di nuovo il cosmo si ricostituirà così com’era all’origine: dato che gli astri si moveranno di nuovo allo stesso modo, ciascuno si condurrà allo stesso modo che nel precedente periodo. Infatti ci saranno di nuovo Socrate e Platone e ciascun uomo coi suoi stessi amici e concittadini; le medesime cose ci convinceranno e delle medesime cose ci serviremo e ogni città e villaggio e campo si ricostituirà allo stesso modo.

Ma la ricostituzione del tutto non avverrà una sola volta, ma molte, o meglio, le stesse cose si ricostituiranno all’infinito e senza limite. E gli dèi non soggetti alla distruzione, in tal modo avendo seguito in un ciclo, grazie a questo conoscono tutto quello che sarà nei cicli successivi, perché non vi sarà nulla di diverso rispetto alle cose avvenute prima, ma tutto sarà uguale, pure fino ai minimi particolari (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta).

L'universo degli stoici è armonico e la presenza del male è solo un fatto accidentale che concorre insieme al bene all'armonia universale. Chi nel mondo vedi l'ingiustizia l'avete solo a causa della mancanza di discernimento, ogni fatto, infatti, ha un motivo d'essere e con il suo essere concorre all'armonia del cosmo.

Il cosmo è descritto come una sfera al cui interno vi è un susseguirsi di sfere l’una dentro l’altra (come le scatole cinesi) fino alla sfera delle stelle fisse, al cui centro c’è la sfera terrestre; esso è di estensione finita e al di là di esso c’è il vuoto. Tale cosmo rappresenta agli occhi dell’uomo la bellezza di Dio, perciò, secondo gli Stoici, i corpi celesti rappresentano i più alti esseri razionali, e un uomo mortale non avrebbe potuto riconoscerne i moti al di là delle spiegazioni geometriche pertanto rinunziarono a darne una descrizione fisica come invece fece Aristotele.

L’Etica

Il bene per gli stoici si identifica con la natura, perché la natura coincide con il Logos, ovvero l’armonia e l’ordine cosmico, gli animali agiscono in conformità con la natura guidati dall'istinto o impulso di sopravvivenza, gli uomini, a differenza degli animali, hanno la ragione che gli permette di comprendere l’ordine cosmico al quale conformarsi. Il fine dell'uomo e vivere secondo la ragione della natura ovvero" vivere secondo natura". L'intellettualismo etico degli stoici consiste nel legame fra la conoscenza degli eventi cosmici e la conduzione di una vita appropriata ad essi. Il sapiente non può che essere virtuoso perché dal momento che conosce gli eventi non può non adeguarsi ad essi in quanto gli eventi sono scanditi da una necessità causale dalla quale non è possibile sottrarsi, questo concetto è spiegato da Cleante nel cosiddetto inno a Zeus, che rappresenta il Logos ovvero l’ordine cosmico:

Conducimi, o Zeus e tu, destino, là dove da voi è stabilito, perché vi seguirò senza esitazione; e se non volessi, diventato malvagio, nondimeno vi seguirò. I fati conducono chi vuole, trascinano chi non vuole. (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta).

Il buono è quindi colui che segue il destino e l’ordine degli eventi, il malvagio è colui che ostinatamente vi si oppone ma in realtà non può fare nulla per cambiarne l’ordine. Dunque la malvagità consiste nell’assurdità di opporsi alla necessità. Se si rappresenta la vita come un carro e l’uomo come un cane legato con un guinzaglio ad esso l’uomo buono è come il cane che fiero cammina avanti al carro, l’uomo malvagio è il cane che si dimena e si oppone, ma che viene comunque trascinato dal carro perché ad esso legato. https://i2.wp.com/tanogabo.com/wp-content/uploads/2010/03/Triumphant_Achilles.jpg?ssl=1 La libertà dell’uomo è solo relativa al suo animo, l’animo umano è libero di accettare l’ordine necessario o non accettarlo, ma ciò non cambierà il corso degli eventi ma solo il livello di virtù a cui l’uomo è giunto. Epitteto affermò di conseguenza «non cercare di fare in modo che ciò che accade accada come desideri, ma desidera ciò che accade così come accade, e il corso della tua vita sarà lieto».

Pertanto la virtù si può manifestare in tanti modi, ma è una sola e s’identifica con la ragione che conosce il bene, ovvero l’ordine cosmico, e si adopera per realizzarlo. Il vero saggio è colui che comprende quale ruolo il destino gli ha assegnato in questo mondo e che si prodiga nel compierlo al meglio.

Le passioni, i sentimenti, le emozioni e i desideri sono delle forme degenerate di ragione e non una componente dell’anima come affermato da Platone ed Aristotele, pertanto esse sono da stralciare ed eliminare come i cinici essi professano l’apatia cioè la liberazione da ogni passione. L’apatia è innanzitutto capacità di distaccarsi dalle cose esteriori così da evitare che gli eventi possano turbare la nostra anima e giungere all’atarassia. Un uomo bramoso di gloria, irritato da un accadimento, accecato da odio e vendetta, offuscato dalla perdita di qualcosa o qualcuno non agisce secondo la ragione naturale, non segue il corso degli eventi, ma si dimena contro di essi e finisce come il cane al guinzaglio trascinato nella polvere dal carro che procede necessariamente per la sua strada.

Per rendere più comprensibile tale dottrina gli stoici formularono una distinzione tra le cose che sono in potere all’uomo e quelle che non lo sono. Tra quelle in potere all’uomo vi sono i giudizi, i desideri, gli impulsi cioè tutto quello che dipende dalla volontà, mentre tra quelle non in potere all’uomo vi sono i fatti del mondo come ad esempio il freddo dell’inverno da cui può derivare una malattia, oppure il luogo di nascita di una persona. Questi ultimi sono indifferenti cioè né buoni né cattivi perché non dipendono in alcun modo dalla volontà umana.

Zenone afferma che queste sono le cose che hanno reatà. E delle cose che sono alcune sono beni, altre mali, altre indifferenti. Beni sono cose di questo genere: saggezza, temperanza, giustizia, virilità e tutto ciò ch’è virtù o partecipa della virtù. Mali sono cose di questo genere: stoltezza, intemperanza, ingiustizia, viltà e tutto ciò ch’è vizio o partecipa del vizio. Indifferenti sono cose di questo genere: vita, morte, reputazione, discredito, dolore fisico, piacere fisico, ricchezza di denaro, povertà di denaro, malattia, salute e le cose simili a queste. (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta).

Tuttavia fra di essi vi sono quelli preferibili (o promossi) e quelli non preferibili (o recusati) pertanto sarà preferibile la salute alla malattia e dunque si sceglierà di stare al caldo piuttosto che al freddo se sarà possibile. Questa dottrina detta anche dei “convenienti” è stata elaborata per rispondere all’obbiezione che se tutto è determinato allora è inutile qualsiasi azione, ovvero si potrebbe stare al freddo pur sapendo che questo ci farà ammalare confidando nel destino. Se però si afferma che vi sono dei “convenienti”, che sta per con venire, ovvero concordare e non per guadagnare, allora si può affermare che stare al caldo piuttosto che al freddo “conviene” cioè concorda con la ragione cosmica per non ammalarsi ed è quindi preferibile, benché se poi il destino ha per noi scritto la malattia nulla possiamo fare per evitarla.

Gli indifferenti si dicono dunque ‘promossi’ non perché conferiscano qualcosa in vista della felicità o cooperino ad essa, ma perché necessariamente noi li selezioniamo a scapito degli indifferenti ‘ricusati’. (Hans von Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta).

Questa dottrina permetteva agli stoici di giustificare il loro impegno politico, a differenza dei cinici, e questo li fece apprezzabili agli occhi dei romani. L’azione politica era degna perché concordava con l’idea di camminare avanti al carro, di concorrere e convenire con gli eventi cosmici. Adoperarsi per la realizzazione del destino cosmico.

Se assolvi il compito che hai al presente seguendo la retta ragione, con diligenza, con energia, con animo ben disposto, e non ti dedichi a nessuna cosa accessoria, ma ti curi solamente di mantenere puro il tuo demone (il principio regolatore della vita: la razionalità) come se tu dovessi restituirlo da un momento all'altro; se adotti questi principi senza attendere nulla e senza cercare di evitare nulla, ma soddisfatto di compiere secondo natura l'azione presente e di dire eroicamente la verità in ogni tuo discorso e in ogni parola che pronunci, allora vivrai felice. E non vi è nessuno che possa impedirlo. (Marco Aurelio, Pensieri)

La politica è dunque un modo per vivere secondo natura perché permette di contribuire alla realizzazione dell’ordine cosmico, ovviamente l’impegno politico è visto come una azione rivolta alla società nel suo complesso e non ha particolari egoistici di un individuo, di una singola città o di un singolo popolo. Essi ritengono che l’uomo non abbia nazione, ma sia cittadino del mondo. La prospettiva cosmopolita nasce dal fatto che se unica è la legge cosmica unica è anche la comunità umana.

egli è mio parente, non perché si sia del medesimo sangue e seme, ma perché egli è, come me, provvisto di mente e partecipe del divino, e che non posso essere danneggiato da alcuno di loro, perché nessuno mi potrà coinvolgere nella sua turpitudine, ebbene, io non posso né adirarmi con un mio parente né provare odio per lui. Siamo, infatti, nati per la cooperazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti in fila sopra e sotto. L'agire gli uni contro gli altri è dunque contro natura, ed è agire siffatto lo scontrarsi e il detestarsi. (Marco Aurelio, Pensieri)

In base alla dottrina delle cose preferibili e non preferibili gli stoici giungevano a sostenere la legittimità del suicidio. Quando il saggio si accorge che nella propria vita la percentuale delle circostanze preferibili è nettamente inferiore a quella delle circostanze non preferibili, allora può decidere di abbandonare la vita.

Cenni allo stoicismo romano

Lo stoicismo latino è ben rappresentata da Lucio Anneo Seneca (4 a.c. 65 d.c.). Possiamo anche affermare che è l’unico della scuola stoica di cui ci siano pervenute le opere per intero. La sua filosofia è stata definita da Rodolfo Mondolfo come una «religiosità razionalistica». Egli si occupa prevalentemente degli aspetti etici della filosofia, ma non manca di lasciare opere sulla natura come i sette libri delle Questioni naturali. Tra i cultori della Stoà romana troviamo anche Epitteto (50-125 d.c.) che è considerato il più grande diffusore della cultura stoica a Roma; pur non essendo di origine romana (era stato venduto a Roma come schiavo e poi liberato) insegna a Roma fino al 92 d.c. quando sopraggiunse l’editto di Domiziano che ne bandiva l’insegnamento, proseguendo i suoi insegnamenti in Epiro a Nicopoli.

https://staticfanpage.akamaized.net/wp-content/uploads/sites/17/2015/02/euyhfkrej.jpg Sempre affine alla scuola stoica troviamo forse l’unico uomo che avrebbe reso felice Platone…cioè l’unico filosofo che riuscì a diventare imperatore, Marco Aurelio (121-180 d.c.). Imperatore per circa vent’anni scrisse la sua opera principale i Pensieri sui campi di battaglia, egli sostiene che il Cosmo in un'unica creatura vivente retta dal disegno dell'ordinata provvidenza divina. La familiarità e l'amore universale verso Il cosmo intero riconducono l'uomo alla sua propria interiorità, che è condizione per il conseguimento della serenità assoluta, nel corso della vita dinanzi alla morte.

 

 

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