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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Il segreto della felicità è questo: fate in modo che i vostri interessi siano il più possibile numerosi e che le vostre reazioni alle cose e alle persone che vi interessano siano il più possibile cordiali anziché ostili. (Russell, La conquista della felicità)

Il primo saggio di Russell dedicato al problema della morale, Gli elementi dell'etica del 1908, appare fortemente condizionato dall'influenza di George Edward Moore. In quest'opera è assunto in modo incondizionato l'oggettivismo secondo cui buono e cattivo devono essere intesi come qualità che appartengono agli oggetti e non alle nostre opinioni. Da ciò scaturiva anche l'idea che il giudizio morale fosse qualcosa di oggettivo e trascendente rispetto alle nostre emozioni e desideri. Tuttavia questa posizione venne abbandonata da Bertrand Russell fin dagli inizi degli anni 20 del 900, e trova conferma nell'opera Un profilo di filosofia del 1927. A partire da questa opera Russell rinuncia ad una visione teoretica dell'etica e di conseguenza a un'analisi è una fondazione scientifica di essa, e si muove verso una concezione emozionalistica: egli pone alla base dell'etica il sentimento e le emozioni in base ai quali si può dire che qualcosa sia buono o cattivo piuttosto che giusto o ingiusto. Russell approda all'idea che sia impossibile discutere attraverso criteri rigorosamente scientifici sui valori, l'adesione a certi valori piuttosto che ad altri è una questione di differenze di gusti e non di verità oggettive. Dichiara Russell che quando affermiamo che questo o quello ha valore in realtà stiamo conferendo un'espressione alle nostre emozioni e non ha un fatto che prescinde dai nostri sentimenti personali.

Da questo tipo di analisi nasce il rifiuto di ogni dogmatismo morale religioso che abbia come pretesa quello di sottomettere la vita umana a valori assoluti, in proposito scrisse nell'opera La mia vita in filosofia: non posso porre, come Kant, la legge morale sullo stesso piano dei cieli stellati.

Questa forma di relativismo conduce Russell a scontrarsi con l'autoritarismo delle morali e delle religioni che assumono i loro principi come se questi fossero eterni ed esclusivi; allo stesso tempo tuttavia rifiuta l'atteggiamento d’indifferenza scettica di chi si pone al di sopra delle opinioni degli uomini. Russell infatti ha usato il relativismo etico non per negare il valore etico, ma per affermare ideali che venivano avvertiti come giusti anche quando essi erano minoritari rispetto al consenso comune. Da ciò deriva il suo atteggiamento anticonformista e libertario.

Tra la fine del 1929 e il 1930 Russell compone due saggi che hanno un successo straordinario proprio per il loro anticonformismo rispetto alla cultura dell’epoca, rispettivamente: Matrimonio e morale e La conquista della felicità. Il primo libro fu scandaloso per l’epoca, ed ebbe delle conseguenze sulla vita professionale di Russell nel suo soggiorno americano. Russell era un libertario sia nella vita che nelle idee che professava, egli affermava in Matrimonio e morale che i giovani universitari dovessero convivere prima di sposarsi e avere l’opportunità di consumare le proprie relazioni prima del matrimonio per evitare che i giovani si rivolgessero alla prostituzione oppure al tradimento una volta sposati a causa della mancata intesa tra i coniugi che non avevano potuto sperimentare compiutamente il loro stare insieme.

Per quanto riguarda i principi della morale che riguardano vita sessuale delle persone Russell affermava con decisione che si sono il frutto di situazioni storiche, di convenzioni e di condizionamenti istituzionali legati all'organizzazione della società e che pertanto non sono da considerarsi assoluti, ma possono essere sottoposti al vaglio dell'analisi razionale e riformati quando ritenuto utile. Russell non afferma affatto che non vi debba essere educazione ed autodisciplina per quanto riguarda la vita sessuale del soggetto, ma ritiene che la soppressione e la censura su questo tema produca comportamenti devianti. Scherzosamente afferma che i puritani hanno evitato i piaceri del sesso ma sono diventati più sensibili ai piaceri della tavola. Da ciò segue che:

Il compito dell'educazione è quello di guidare l'istinto in direzione tale da permettergli di sviluppare le attività utili invece che quelle dannose. Se tale compito viene assolto adeguatamente nei primi anni di vita, un uomo o una donna saranno capaci, di regola, di vivere utilmente senza esercitare su se stessi un controllo troppo Severo [...] se dall'altra parte la prima educazione ha soltanto soffocato l'istinto, le azioni a cui l'istinto più tardi saranno dannose, avranno bisogno di essere continuamente controllate. (Russell, Matrimonio e morale)

Ciò su cui è necessario rivolgere l’attenzione per Russell non è il limitare la proprio libertà, ma nel rispetto della libertà altrui. Egli nell’affermare il primato della felicità non afferma che non bisogna distinguere desideri giusti da desideri ingiusti. I desideri giusti sono quelli che non richiedono il sacrificio di altri desideri propri o altrui per il loro appagamento. Quello ingiusti invece sono quelli che implicano la violazione di altri desideri e soprattutto dei desideri degli altri da cui segue la massima «agisci in modo da produrre desideri armoniosi piuttosto che desideri discordanti».

Russell condanna i rigoristi in ambito morale che ritengono che il peccato corrisponda al piacere e il bene esalta alla virtù:

Moralisti più accesi hanno l'abitudine di credere che il piacere si limita il campo dei sensi, e quando condannano Il piacere dei sensi non si rendono conto che i piaceri del potere, molto più attraenti e suggestivi per uomini del loro temperamento, non cadono sotto il banco del loro spirito di mortificazione. è il prevalere di questo tipo di psicologia negli uomini ambiziosi credo tanto Popolare la nozione del Peccato perché il consiglio in modo perfetto l'umiltà verso il cielo con la prepotenza in terra. (Russell, Etica e politica).

In La conquista della felicità Russell sostiene che le cause dell’infelicità sono in buona parte da ricercarsi nel sistema sociale e nella componente psicologica dell’individuo che tuttavia è determinata dal primo fattore. Egli ribadisce che è in virtù dello sfruttamento reciproco, della povertà dell’educazione alla paura che porta gli uomini sul piano psicologico a desiderare la guerra. Ricordando che non si può essere felici se si è narcisisti ovvero se si pretende di essere amati, così come non è possibile praticare la felicità se si è megalomani ovvero si preferisce essere temuti piuttosto che amati. Tute queste forme degenerate di ricerca della felicità hanno secondo Russell un'unica origine:

L'uomo tipicamente infelice è colui che, essendo stato privato in gioventù di qualche normale soddisfazione, è giunto da apprezzare quella particolare soddisfazione più di qualsiasi altra, quindi dato alla sua vita una direzione unilaterale, esaltandone indebitamente lo scopo in confronto alle attività connessevi. (Russell, La conquista della felicità)

Ma anche chi ritiene che la felicità gli sia preclusa o ostacolato non ha per Russell una sorte migliore degli altri, esso infatti tende a rivolgere la sua attenzione in modo sfrenato verso i piaceri per non sentire, o meglio sopportare, la vita con la conseguenza di diventare meno vivo.

Cosa può fare dunque un uomo infelice secondo Russell? Innanzi tutto deve non pensare alle cause della sua infelicità che lo rinchiuderanno sempre più in se stesso, ma deve rivolgere la propria attenzione ad interessi genuini una volta che ha diagnosticato il motivo della propria sofferenza:

Se il disagio è dovuto un senso di colpevolezza, cosciente o incosciente, egli può prima di tutto persuadere la sua mente cosciente che non ha ragione di sentirti colpevole[...]. Se riesce a dissipare il senso di colpevolezza è probabile che degli interessi genuinamente obiettivi sorgono spontaneamente in lui. Se il suo disagio sta nella pietà di se stesso, egli può curarsi allo stesso modo, dopo essersi Prima di tutto persuaso che non vi è nulla di particolarmente sfortunato nelle sue vicende. Se la paura è il suo male, sì dedichi ad esercizi destinati a infondere coraggio[...]. Quali debbano essere gli interessi obiettivi che nasceranno in voi una volta vinta la malattia dell'assorbimento in voi stessi, e cosa lasciarsi all'opera spontanea della vostra natura e delle circostanze esterne. Non ditevi in precedenza "sarei felice se potessi interessarmi alla filatelia", accingendovi poi a raccogliere francobolli, poiché può benissimo accadere che la filatelia non riesca affatto interessarvi. Soltanto ciò che vi può veramente interessare può esserti utile, ma potete avere la certezza interessi sinceramente obiettivi nasceranno in voi non appena avrete appreso a non assorbirli in voi stessi. (Russell, La conquista della felicità)