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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Esiste nel mondo una conoscenza così certa che nessun uomo ragionevole possa dubitare? Sembrerebbe una domanda facile, e invece è una delle più difficili che si possano porre. Quando avremo capito quali ostacoli ci impediscono di dare una risposta immediata e sicura, saremo ben innanzi nello studio della filosofia: perché la filosofia è solo un tentativo di rispondere a queste domande fondamentali, non con noncuranza e dogmaticamente, come facciamo nella vita di tutti i giorni e come fa persino la scienza, ma criticamente, dopo aver visto i problemi in tutta la loro complessità, e dopo esserci resi conto di tutta la vaghezza e confusione che si nascondono dietro le idee più comuni (Russell, I problemi della Filosofia)

Russell inizia la sua analisi epistemologica criticando l’idealismo. Egli prende in esame in particolar modo il pensiero di Berkeley affermando che egli aveva buone ragioni nel ritenere i dati sensibili legati alla percezione del soggetto, ma di aver erroneamente da ciò inferito che non possa esistere altro che la percezione e che gli oggetti esistono solo nelle nostre menti. Secondo Russell Berkeley confonde tra la cosa appresa e l’atto di apprendere. L’atto di apprendere è senz’altro nella nostra mente ed è un costrutto d’idee ma ciò non significa affatto che tutte le idee derivino dalla nostra mente. È proprio dall’equivoco sul concetto di idea che Barkeley giunge a negare la realtà oggettiva. L’equivoco nasce perché si parta in termini di idee sia nell’atto di apprendere sia quando ci riferiamo alla cosa appresa, ma non per questo possiamo affermare che nel secondo dei casi, cioè riguardano le idee della cosa appresa, stiamo sempre parlando di qualcosa di interno alla mente, infatti nulla obbliga che se l’idea che scaturisce dall’atto di apprendere sia mentale debba esserlo anche l’idea che scaturisce dalla cosa appresa.

Russell fa notare che se affermiamo quanto sostenuto da Barkeley (e analogamente dall’idealismo) limitiamo in modo significativo la capacità della nostra mente, o addirittura riduciamo l’atto di conoscere ad una mera tautologia, cioè la mente conosce i suoi contenuti ovvero se stessa. Diversamente Russell sottolinea che la conoscenza si fonda sulla distinzione tra atto e oggetto:

La conoscenza degli oggetti consiste essenzialmente in una relazione fra la mente qualcosa che altro da essa; in questo consiste il potere della mente di conoscere le cose. (Russell, I problemi della Filosofia)

Russell dopo aver criticato la teoria della conoscenza di Barkeley, attacca anche il principio idealistico che afferma l’impossibilità di sapere l’esistenza di qualcosa nel caso in cui non ne abbiamo conoscenza. Un esempio è rappresentato da Hegel quando afferma che la cosa in sé di cui parlava Kant non potendo essere conosciuta, e rimanendo per noi priva di senso, semplicemente non esiste. Russell contro tale argomento afferma che:

1) Non c’è motivo di affermare che una cosa che per noi non ha importanza non debba essere reale. Inoltre non è affatto vero che la materia, la cosa in sé, non abbia importanza per noi fosse altro per il fatto che ci domandiamo se essa esiste o meno.

2) Non è vero che non possiamo affermare l’esistenza di qualcosa che non conosciamo. Bisogna soffermarsi sulla diversità delle parole sapere e conoscere, erroneamente usate come sinonimi. Per sapere si intende quando crediamo vero o falso qualcosa e riguarda i nostri giudizi. Conoscere invece significa avere conoscenza diretta delle cose tramite i dati sensoriali. Affermare che non esiste qualcosa di cui non abbiamo conoscenza diretta è falso:

io non ho l'onore di conoscere di persona l'Imperatore di Cina, ma il mio giudizio che esista è esatto. Si potrebbe dire, certo, che giudico così perché altre persone lo conoscono direttamente; ma sarebbe un’obiezione di poco conto, perché, se il principio affermato fosse vero, non potrei sapere che qualcun altro lo conosce. Ma ancora, non per ragione che io non debba sapere che esiste qualcosa che nessuno conosce per esperienza diretta. (Russell, I problemi della Filosofia)

Mentre vale l’affermazione che se ho conoscenza diretta di qualcosa, quella cosa esiste, non è implicata la relazione inversa che se qualcosa non può essere conosciuta direttamente essa non esiste. Noi non abbiamo conoscenza diretta del nucleo della Terra, ma siamo certi che esso esista. Questa differenza ci porta a dover distinguere due tipi di conoscenza: la conoscenza diretta e la conoscenza per descrizione.

La conoscenza diretta si ha in modo immediato senza deduzioni e senza avvalersi della conoscenza di verità. Un esempio è dato dai dati sensibili che riguardano l’apparenza degli oggetti come colore, forma, durezza, etc.

La conoscenza per descrizione si avvale di certe verità che ci permettono di descrivere un oggetto in base alle sue relazioni con l’esperienza diretta. Un esempio di conoscenza per descrizione dice Russell è rappresentata da un oggetto ad esempio un tavolo il quale è definito per mezzo dei dati sensibili.

La conoscenza diretta non è data solo dai dati sensibili, che non sono sufficienti a faci conoscere delle verità, e data anche dalla memoria (cioè il ricordo che fonda la conoscenza del passato), dall’introspezione (che corrisponde alla consapevolezza dei nostri atti), dell’Io (come ciò che ha coscienza delle cose e delle proprie volizioni). Oltre alla conoscenza di particolari secondo Russell abbiamo anche la conoscenza di universali.

Cadono invece sotto la sfera della conoscenza per descrizione sia gli oggetti fisici che la mente degli altri individui. Nelle descrizioni ricadono anche tutti i nomi propri come Bismark, Londra, Terra, etc…La conoscenza per descrizione permette di oltrepassare i limiti dell’esperienza personale.

Una volta analizzati i diversi tipi di conoscenza Russell mostra che per poter essere in grado di costruire deduzioni e leggi dai dati che riceviamo dall’esperienza non è possibile affidarsi alla semplice indizione per enumerazione di casi: tutte le mattine il Sole sorge…quindi tutte le mattine sorgerà. Il principio che sottostà all’induzione per enumerazione di casi è quello dell’uniformità della natura, ma esso per essere creduto necessità di ragioni per evitare spiacevoli inconvenienti nelle nostre previsioni.

L'esperienza ci ha mostrato fin qui che il frequente presentarsi di certe successioni uniformi o dicasi di coesistenza è stato causa della nostra attesa che la stessa successione o coesistenza si verifichi alla prossima occasione [...]. Questo tipo di associazione non è limitato agli uomini: è molto forte anche negli animali. Un cavallo che sia stato condotto spesso lungo una certa strada oppone resistenza al tentativo di condurlo in direzione diversa. gli animali domestici si aspettano di ricevere il cibo quando vedono la persona che di solito glielo porge. Sappiamo che questa fiducia piuttosto sprovveduta nel uniformità può indurre in errore. L'uomo da cui il pollo ha ricevuto il cibo per ogni giorno della propria vita gli tirerà alla fine il collo, dimostrando che un'idea meno primitiva dell'uniformità della natura sarebbe stata utile all'animale (Russell, I problemi della Filosofia).

Il compito ideale della scienza, infatti, è quello di sostituire progressivamente teorie che ammettono delle eccezioni alle nostre previsioni con teorie che non ammettono eccezioni. Un esempio è dato dalla legge della caduta dei corpi come era formulata nell’antichità che però aveva delle eccezioni, con la formulazione della legge di gravità di Newton tale eccezioni sulla Terra sono state in buona parte spiegate, rimanevano eccezioni nel cosmo, ad esse cerca di dare ragione la teoria della relatività così che non vi siano più quelle eccezioni, e così via.

Una volta constata l’insufficienza del principio d’induzione, che non può essere provato in base all’esperienza, Russell passa in rassegna gli altri principi generali sottolineando che tra le conoscenze a priori vi sono anche le relazioni matematiche che erroneamente Kant aveva attribuito ai giudizi sintetici a priori. In questa disamina Russell osserva che per quanto riguarda i ragionamenti deduttivi essi hanno piena validità solo quando partono da conoscenze a priori come nel caso delle proposizioni della matematica, mentre quando si applicano a generalizzazioni empiriche, come nel caso del sillogismo (tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo…..) è molto più affidabile l’induzione a partire da casi particolari. Tornando ai principi matematici Russell osserva che la conoscenza dei giudizi più semplici prescinde dalle dimostrazioni come nel caso di “di più due fan quattro”.

Alla domanda di come sia possibile la conoscenza a priori Russell parte dall’analisi della filosofia kantiana. Kant aveva giustamente osservato la conoscenza a priori non è sempre analitica, ovvero, le conseguenze non sono sempre contenute nelle premesse: se si prende la somma 7+5=12 si vede immediatamente come il 12 non sia compreso né nell’idea di 5 e 7 né nell’idea di addizione, ma sia necessario svolgere una operazione per ottenere il risultato. Sul perché la matematica pur essendo a priori fosse feconda, e non sterile come si credeva essere un giudizio analitici, Kant elaborò la sua filosofia trascendentale dei giudizi sintetici a priori racchiudendo in essi la matematica, la geometria e la fisica. Il giudizio sintetico a priori è giustificato da Kant attraverso la distinzione tra materia e forma, fenomeno e noumeno, forme a priori del soggetto e esperienza. Secondo Kant l’universalità dei giudizi matematici, ed in generale dei giudizi sintetici a priori, è da rintracciarsi nella componente a priori del soggetto, cioè delle sue forme a priori (spazio, tempo e categorie). In questa soluzione è evidente l’impostazione soggettivista di Kant, ovvero sarebbe il soggetto ad attribuire forma al mondo, e in virtù del senso interno si svilupperebbe l’idea di tempo e di successione ed è grazie ad essa che è possibile il giudizio matematico. Possiamo dunque dire che Kant stravolge la visione di Galileo, infatti, mentre lo scienziato italiano aveva sostenuto che il mondo era scritto in caratteri matematici il filosofo di Königsberg afferma che siamo noi a dare forma al mondo e renderlo matematico e geometrico.

Nel descrivere il mondo la soggettività è un vizio. Kant diceva di sé che aveva compiuto una rivoluzione copernicana, ma sarebbe stato più esatto se avesse parlato di controrivoluzione tolemaica, poiché rimise l’uomo in quel centro dal quale Copernico l’aveva detronizzato. (Russell, La conoscenza umana) https://www.uccronline.it/wp-content/uploads/2019/12/howar-smith.jpg

Russell nota che se avesse ragione Kant sull’origine umana della conoscenza a priori allora bisognerebbe ipotizzare che se un domani la nostra natura cambia allora 2+2 potrebbe fare 5. Ma la nostra pretesa è che la matematica sia universale e che due oggetti più due oggetti qualsiasi oggetti siano, cioè a prescindere dal contenuto, sia che li pensiamo sia che non li pensiamo facciano sempre quattro oggetti.

Pertanto non è possibile attribuire al soggetto la capacità di stabilire relazioni alle cose, non si può attribuire al pensiero la potenza di attribuire verità o falsità a frasi del tipo “io sono nella mia stanza” così come è possibile che qualcosa sia nella stanza senza che nessuno né sia consapevole, ma non per questo la sua presenza nella stanza è da considerarsi “né vera né falsa” né tantomeno “falsa”.

Da cosa dipende dunque la nostra conoscenza a priori? Secondo Russell gli universali, ed in particolare gli universali di relazione devono avere un esistenza a parte in un mondo che non è né mentale, come voleva Kant, né fisico, come voleva Aristotele. Per spiegare questa tesi Russell fa riferimento alla teoria platonica delle idee. Purtroppo nota Russell il termine idee è andato con il tempo ad assumere una molteplicità di significati tali da generare equivoci come quelli in cui è caduto Barkeley. È pertanto opportuno recuperare l’idea di Universale. Un universale è quella entità di cui possono essere partecipi molti particolari. Ogni frase necessita sempre il riferimento a qualche universale.

Russell nota che troppo spesso i filosofi si sono occupati solo degli universali indicanti aggettivi o sostantivi (come albero o verde) mentre hanno dato troppa poca importanza agli universali di relazione come verbi o proposizioni. Se si usa solo la prima tipologia si finisce per costruire una logica soggetto predicato, dove le relazioni sono impossibili è si giunge ad avere o una filosofia di tipo spinoziano dove esiste una sola sostanza (monismo), oppure, una filosofia dove vi sono tante entità non comunicati tra loro come voleva Leibniz (monadismo).

Russell sostiene che mentre non si può provare l’esistenza degli universali di aggettivi e sostantivi, è possibile provare l’esistenza di universali di relazione.

Hume e Barkeley avevano negato le idee astratte e gli universali affermando che quando parliamo in termini di uomo, o animale o bianchezza facciamo in realtà sempre riferimento ad un caso particolare di uomo, animale o di bianco. Ma questa idea non sembra essere sufficiente a spiegare i nostri processi mentali. Russell propone un esempio che confuta la teoria di Hume e Barkeley, egli scrive ammettiamo di voler dimostrare qualche proprietà dei triangoli, il modo più semplice per procedere è disegnare un particolare triangolo, e per evitare di cadere in un triangolo con caratteristiche peculiari (ad esempio quello equilatero o isoscele), si disegnerà più triangoli diversi. A questo punto la domanda che sorge è come facciamo a sapere che quelli che abbiamo disegnato sono triangoli senza ricorrere all’idea generale (universale) di triangolo? L’unica cosa che possiamo fare è prendere qualcosa di triangolare e verificare se i nostri triangoli sono ad esso somiglianti. Quindi la somiglianza, Russell parlerà poi di familiarità per questo tipo di relazioni, è un idee di relazione che svolge appunto la funzione di universale, ovvero, è ciò che permane, partecipa, di più cose tra loro. Anche gli empiristi più ortodossi saranno costretti ad ammettere l’universale di somiglianza per poter affermare che due oggetti particolari hanno cose in comune tra loro.

A questo punto Russell passa a mostrare che tali relazioni non dipendono dalla mente del soggetto ma hanno un’esistenza propria. Prendiamo in esame la relazione Edimburgo “è a nord di” Londra. https://maps.virail.net/static-route-map?fromLat=55.95206&fromLng=-3.19648&toLat=51.51279&toLng=-0.09184&fromId=2650225&toId=2643741 Innanzi tutto dobbiamo affermare che tale relazione non ha nulla di mentale, sia che io sappia dove sono le rispettive città sia che io non lo sappia quella parte di terra dove sorge Edimburgo è a nord di quella dove sorge Londra, e non siamo nemmeno noi a rendere la relazione vera in quanto ci limitiamo ad acquisire un fatto quando veniamo a conoscenza di esso. Dunque essa non è una relazione mentale. Vediamo che la relazione “è a nord di” non può nemmeno esistere ne senso in cui esistono Londra e Edimburgo. Essa non è in Londra meno che in Edimburgo, in un centro senso è neutrale e fuori dallo spazio e dal tempo. Ecco che conveniamo nell’affermare che la relazione “è a nord di”, così come tutte le altre idee di relazione, sussiste di per sé, dove sussistere equivale ad “essere” che va inteso come opposto ad “esistere” perché il primo è fuori dal tempo mentre il secondo è nel tempo.

Il mondo degli universali può dunque definirsi anche come il mondo dell'essere: immutabile, rigido, esatto, la delizia dei matematici, dei logici, dei costruttori di sistemi metafisici, di tutti quelli che amano la perfezione, più che la vita. Il mondo dell'esistenza è effimero, vago, senza confini ben delineati, senza un chiaro disegno e aspetto; ma contiene tutti i pensieri e i sentimenti, tutti i dati sensoriali e tutti gli oggetti fisici, tutto ciò che può far bene o male, tutto ciò che conta per il valore della vita e del mondo. A seconda dei diversi temperamenti, preferiremo la contemplazione dell'uno o dell'altro. Quello che amiamo meno ci sembrerà probabilmente una pallida ombra di quello che preferiamo, e ci parrà che non meriti neppure di essere considerato in nessun senso reale. Ma la verità è che entrambi hanno lo stesso diritto alla nostra imparziale attenzione, entrambi sono reali, e hanno la stessa importanza per il metafisico. (Russell, I problemi della Filosofia). http://hd-wallpapersfd.info/wp-content/uploads/HTML/Future/Future10.jpg

In questo passo è evidente sia l’adesione al platonismo sia al realismo. Da un lato si ammette l’esistenza di un modo ideale indipendente dall’uomo di universali, dall’altro si pone il mondo dell’esperienze umane. La differenza più marcata con il pensiero platonico e che entrambi questi due mondi hanno la stessa importanza, mentre si ricorderà che per Platone il mondo ideale era dotato di un aurea che lo poneva in una posizione privilegiata rispetto al mondo reale.

Per quanto riguarda il mondo ideale vi sono diversi tipi di universali: quelli relativi alle qualità sensibili che sono quelli che si apprendono con minor grado di astrazione come la bianchezza, la dolcezza, la freddezza…etc; quelli di relazione e fra quelle più semplici da apprendere vi sono quelle che intercorrono tra le cose ovvero quelle del tipo “a sinistra di”, “sopra”, “a nord di”….etc. Per esperienza diretta possiamo acquisire anche le relazioni di spazio e di tempo e quella di similarità o somiglianza. La conoscenza degli universali è immediata. Le relazioni tra universali come l’esempio “due più due fan quattro” da origine alla conoscenza a priori. (ogni conoscenza “a priori” riguarda solo le relazioni tra universali).

Riassumendo Russell distingue fra la conoscenza delle cose e la conoscenza di verità. Sia per quanto riguarda le cose che per quanto riguarda le verità la conoscenza è immediata o derivata.

Per quanto riguarda le cose abbiamo una conoscenza diretta che riguarda particolari e universali: tra i particolari troviamo i dati sensibili e noi stessi; tra gli universali sicuramente troviamo le qualità sensibili, le relazioni di spazio e di tempo, la somiglianza, e certi universali logici. Per quanto riguarda la conoscenza derivata delle cose, detta per descrizione, essa implica sempre la conoscenza diretta di qualcosa e la conoscenza di verità.

Per quanto riguarda le verità, la conoscenza immediata e data dall'inquisizione, e le verità adesso a corrispondenti sono quelle evidenti; tra queste troviamo le proposizioni che riguardano ciò che è giunto a noi dai sensi, le relazioni logiche matematiche, i valori dell'etica (includendo il concetto di bene come inteso da Moore). La conoscenza derivata di verità consiste invece in tutto ciò che possiamo dedurre da verità di per sé evidenti mediante i principi deduttivi.

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