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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Russell è approdato all'idealismo nei primi anni di studi come reazione, e conseguente rifiuto, all'empirismo grezzo, in quanto sentiva profondamente l'esigenza di trovare un fondamento logico assoluto e universale alla matematica. Tuttavia, grazie soprattutto al confronto e incontro con Moore, si renderà conto che sia nel pensiero hegeliano sia nel concetto di sintesi a priori kantiano la dimensione logica e quella empirica vengono a sovrapporsi dando origine a equivoci e confusioni, in particolare per quanto riguardava la logica da un lato e la psicologia dall'altro. Moore aveva mostrato che il pensiero di Kant e Hegel era viziato da una componente empiristico psicologista che rendeva impossibile lo sviluppo di una logica rigorosa indipendente dalla realtà empirica e dalla struttura psicologica ovvero del pensiero che la produce. L’obiettivo che si erano posti Moore e Russell era quello di depurare la logica sia dallo psicologismo idealista sia dall’empirismo che. Mentre Moore si limitò a elaborare una filosofia capace di giustificare le proposizioni puramente formali senza azzardare però una sua formalizzazione. Russell si impegno a dimostrare che le verità relative alla forma logica sono completamente a priori e, per quanto fondamentali nella definizione dell’esperienza sono indipendenti da essa. La teoria delle relazioni interna degli idealisti era inaccettabile perché risolveva sul piano psicologico il problema, e di fatto esse non erano vere relazioni, l’esempio classico dato da Russell è dato dalla relazione d’amore che un uomo prova verso Dio, essa va infatti riconosciuta come reale anche da parte di un ateo il che dimostra che non siamo davanti ad una reale relazione, ma solo ad uno stato interiore di colui che ama Dio.

In buona sostanza quello che doveva essere smontato secondo Russell era la logica fondata sulla forma soggetto-predicato, la logica che aveva dominato da Aristotele in poi. La teoria delle relazioni interne poggia infatti su questa prerogativa: dice Russell assumiamo una proposizione come A è maggiore di B essa non può essere scomposta in "A" soggetto e "maggiore di B" predicato. Perché il predicato rimanda alla natura di B e quindi la proprietà "essere maggiore di" non può essere interna ad A. Questo argomento dimostrava da un lato che le relazioni in sé erano qualche cosa di separato nella loro forma logica dai fatti e quindi non dipendevano da un soggetto, dall'altro che per dare senso alle relazionebisognava ammettere l'esistenza di diverse entità oggettive.

tutti gli argomenti impiegati dagli hegeliani per condannare le cose di cui si occupavano la matematica e la fisica si basavano sull'assioma delle relazioni interne. Di conseguenza, quando respinsi questo assioma, cominciai a credere in tutto ciò che gli hegeliani rifiutavano. Mi apparì un universo molto pieno. Immaginavo che tutti i numeri se ne stessero seduti in fila in un cielo platonico. Pensavo che i punti dello spazio, gli istanti del tempo fossero entità realmente esistenti, e che la materia potesse benissimo essere composta da elementi reali tali quali i fisici trovavano comodo concepire. Credevo in un mondo di universali, composto per lo più da ciò che si intende con i verbi e con le proposizioni. Soprattutto non dovevo più pensare che la matematica non fosse completamente vera. (Russell, La mia vita in filosofia)

Se la conoscenza matematica poteva essere concepita come una forma di conoscenza logica doveva essere considerata a priori e universale, veniva così sconfitto da un lato l'empirismo e dall'altro l'idealismo perché la matematica non era né espressione dei caratteri e proprietà dello spirito, né una descrizione di fatti empirici, ma aveva una realtà autonoma. Tale posizione avvicinava Russell agli oggettivisti come Frege (ovvero a coloro i quali concepiscono le entità logico-matematiche come realmente esistenti come avevano detto i pitagorici).

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