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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Al terzo anno di studi [a Cambridge] conombi George Edward Moore, che allora era matricola, che per qualche anno impersonò il mio ideale di uomo di genio. Era bellissimo, snello, con un'aria quasi ispirata è un intelligenza profonda e vivida pari a quella di Spinosa. C'era in lui una sorta di raffinata purezza. Solo una volta riuscii a fargli dire una bugia, e grazie a un mio sotterfugio. "Moore" -gli chiesi- "tu dici sempre la verità?" "No" - rispose. E credo che quella fosse l'unica bugia che abbia mai detto. (Russell, Autobiografia)

George Edward Moore nasce nel 1873 a Londra figlio di un medico, si mostra subito di intelletto audace e avventuroso. Entra al Trinity College di Cambridge dedicandosi inizialmente agli studi classici per poi indirizzarsi verso la filosofia. Grande amico durante gli studi di Bertrand Russell condivide con lui una parte del suo impegno filosofico. Da giovane come Russell fu contaminato dalla filosofia dell'idealista Mc Taggart che in quel momento dominava l'ambiente accademico inglese, tuttavia poco dopo, proprio insieme a Russell, porterà una critica serrata all'idealismo facendosi promotore del realismo. Dopo alcuni anni passati all'Università di Edimburgo torna a Cambridge dove dal 1921 diviene Il curatore della prestigiosa rivista filosofica inglese Mind diventando uno dei punti di riferimento per la cultura europea del suo tempo. Moore è considerato insieme a Russell il padre della filosofia analitica (ordinary language philosophy) in ragione del metodo da lui utilizzato, tuttavia mentre Russell si concentrerà sullo studio della logica, della matematica e più in generale sull'epistemologia e la teoria della conoscenza, Moore dedicherà i suoi scritti principali all'etica.

Moore è convinto che la maggioranza dei problemi e delle difficoltà della filosofia siano dovute a una mancanza di analisi e chiarezza nel linguaggio con cui sono posti. Questo riguarda in particolar modo il linguaggio ordinario che necessita di essere chiarito. In proposito scrive:

io ritengo che tutte le difficoltà e dissensi di cui la storia dell'etica è piena come quella di tutti gli altri campi della filosofia siano dovuti principalmente a una causa molto semplice: al fatto, cioè, che spesso si tenta di rispondere a una domanda senza prima chiarire precisamente quale sia la domanda cui si vuole dare risposta(...) il lavoro di analisi e di distinzione e spesso molto difficile, e capita sovente che non si riesca a scoprire quello che ci occorre, anche se si sia fatto un bel definitivo tentativo di arrivarci. (Moore, Principia ethica).

Anche se il Moore non definisce mai che cosa intende con metodo analitico, nei suoi scritti si evince con chiarezza che i problemi della filosofia dipendono dal linguaggio e che un modo per risolverli è quello di un accurato e minuzioso studio dei significati e degli usi dei termini filosofici.

La filosofia del senso comune e la difesa della realtà esterna

Come accennato Moore assume una posizione anti idealistica attraverso la difesa del cosiddetto "senso comune", queste tesi sono sviluppate in primis nel celebre articolo Confutazione dell'idealismo del 1903, in Difesa del senso comune del 1925 e in Prova del mondo esterno del 1939. In questi articoli viene preso in esame l'idealismo post hegeliano di Mc Taggart, che faceva risalire le sue tesi fino a Barkley questi pensano che ci siano delle ragioni logiche che dimostrano che soltanto lo spirito ai fenomeni spirituali possano esistere. Mc Taggart, o Bradley, identificava l'oggetto con il contenuto della percezione sulla base di questo assunto se muta il contenuto della percezione o la percezione muta anche l’oggetto, tale teoria è detta teoria delle relazioni interne.

In sostanza l'idealista risolve il rapporto tra soggetto e oggetto in termini di percezione, facendo dell'oggetto niente più che un contenuto di coscienza. Ricorda Russel che scherzosamente Moore accusò gli idealisti di sostenere che i treni hanno ruote solo quando sono in stazione, dato che i passeggeri non possono percepire le ruote finché sono sul treno...

Moore non nega che vi sia una relazione interna tra l'oggetto della sensazione e la sensazione, per cui al mutare del primo muta anche il secondo, ma nega che con il mutare della sensazione muti l'oggetto che viene percepito.

Prendiamo in esempio la sensazione del caldo e la sensazione del freddo, entrambe le sensazioni comportano la presenza di una coscienza e di un oggetto di coscienza e sono accomunate dal fatto di essere percezioni, ma se i gradi centigradi da cui queste sensazioni sorgono fossero a loro volta contenuti di coscienza e non qualche cosa di oggettivo al di fuori di essa Allora non avremo modo di distinguere tra la percezione del caldo e la percezione del freddo.

Moore introduce quindi un'importante distinzione tra dati di senso (sense-data) e colpi fisici tridimensionali. Mentre i primi dipendono dalla coscienza i secondi sono indipendenti e danno origine a relazioni esterne. Secondo Moore conoscere è una relazione esterna cioè una relazione che non modifica la natura degli enti ovvero che le cose rimangono ciò che sono a prescindere dal fatto che vengono conosciute. la dottrina delle relazioni esterne sarà oggetto della logica di Russell ed è quindi il punto di maggior intersezione fra i due autori. L'esteriorità delle relazioni e il presupposto di tutte le forme di realismo moderno.

verso la fine del 1898 Moore e io ci ribellammo  sia a Kant sia a Hegel. Moore indicò la strada, ma io segui da vicino i suoi passi. Credo che la prima esposizione pubblica della nuova filosofia fu un articolo di Moore su Mind, intitolato The nature of Judgement. Né lui né io aderiremmo ora a tutte le dottrine esposte in quell'articolo, tuttavia io, e credo anche lui, consentiremo ancora alle sue parti negative, cioè alla dottrina che il fatto è in generale indipendente dall'esperienza. (Russell, La mia vita in filosofia)

Moore e Russell riconoscono che effettivamente non c'è modo per dimostrare con assoluta certezza la presenza di un mondo esterno al soggetto e tuttavia che si possa comunque affermare, in virtù di una intuizione pre-filosofica legata al senso comune, che è molto probabile che vi sia un mondo esterno, un oggetto, ben distinto dal soggetto che conosce. è per questo motivo che la filosofia di moro è detta appunto del senso comune. In virtù del senso comune possiamo ammettere l'esistenza di un mondo esterno indipendente da noi, possiamo ammettere l'esistenza del nostro corpo, i corpi circostanti, e della possibilità del primo di modificare conoscere i secondi, oltre, ovviamente, a una molteplicità di soggetti umani intorno a noi. Secondo Moore le filosofie che hanno cercato di smentire il senso comune l’hanno fatto con argomentazioni sconcertanti deboli e contraddittorie, molto di più del senso comune stesso.

Un esempio della validità del realismo del senso comune è quello della mano: se guardo la mia mano percepisco qualcosa di rosa, liscio, morbido e così via…e questi sono appunto i sense-data. Posso a partire da essi dire che esiste la mia mano? Secondo Moore è inutile provare a dimostrare l’esistenza (o la non esistenza) oggettiva della mano a partire da essi, e anche se lo volessimo fare cadremmo in difficoltà insormontabili come del tipo se questi dati sensibili sono solo apparenze o qualità effettive dell’oggetto tridimensionale o se addirittura ne costituiscono l’essenza. La cosa più semplice è ammettere con il senso comune che la mano esiste, e se vogliamo essere più scrupoloso possiamo alzare entrambi le mani e indicare la destra con la sinistra e la sinistra con la destra affermando “ecco qui la mano destra” ed “ecco qui la mano sinistra”.

L'intuizionismo e l'etica

Nelle sue opere di etica George Moore tratta l'altro perno fondamentale del suo pensiero, che egli stesso battezza col termine intuizionismo. Tuttavia anche nelle sue opere di etica troviamo sottinteso l'appello al senso comune. Compito dell'etica è, secondo Moore, in primo luogo determinare la natura del bene in generale è solo successivamente determinare la condotta umana che può dirsi buona. Da questo punto di vista possiamo dire che egli capovolge la filosofia di Kant: infatti non è la nozione del bene a fondarsi su quella del dovere ma viceversa la nozione del dovere si fonda su quella di bene. Scrive Moore

il nostro dovere può essere definito solo come quella azione che causerà nell'universo più bene di ogni altra possibile alternativa (Moore, Principia ethica)

D’altro canto Moore mostra che anche l'utilitarismo di Mill non può essere utile a definire ciò che è buono. La categoria dell’utile può essere usata opportunamente per definire il giusto e il doveroso, ma non ciò che è buono, quando infatti associamo l'utile al bene lo facciamo intendendo quest'ultimo come giusto mezzo, come strumento, per esempio come quando affermiamo che è bene lavorare per potersi mantenere. Ma dal punto di vista dell'etica il bene è considerato in sé e non in quanto strumento o mezzo, pertanto la filosofia degli utilitarismo non è in grado di mostrare il valore naturale del bene.

Nella critica a Mill si evidenzia proprio il carattere analitico della filosofia di Moore il quale, a proposito dell'affermazione del filosofo inglese dell'800 che il piacere è buono in quanto è desiderabile, afferma che il suo errore sta in una cattiva analisi linguistica perché mentre la maggior parte degli aggettivi con terminazione in -bile indica una possibilità a (per esempio visibile significa che può essere visto) l'aggettivo desiderabile non può significare che può essere desiderato per avere una valenza etica ma che deve essere desiderato. In altre parole Mill cade in una fallacia naturalistica, confonde cioè la fenomenologia con la deontologia ovvero quello che gli uomini desiderano con quello che diversamente dovrebbero desiderare.

La fallacia naturalistica consiste nel tentativo dei filosofi di definire ciò che è buono in sé attraverso deduzioni, argomentazioni, che non sono morali ma sono appunto di origine naturale ovvero basate sulla fisica, sulla scienza o sulla metafisica. Come Mill è considerato Spencer che ha indicato come buono tutto ciò che va nella direzione dell'evoluzione oppure Thomas Green che ha parlato di bene come di ciò che avvicina l'uomo o Il cosmo al suo massimo livello di perfezione. In sostanza questi autori definiscono ciò che è bene non in modo intrinseco, a cui invece tende l'etica, ma in modo estrinseco ovvero in relazione ha qualche cosa facendo così cadere il valore assoluto del concetto di bene.

Per comprendere la differenza tra valore intrinseco e valore estrinseco possiamo adottare un procedimento: ovvero se io cerco il valore intrinseco posso chiedermi di fronte a una cosa se essa avrebbe per noi un valore, ovvero se sarebbe in grado di conferire un senso alla nostra vita, qualora tutte le altre cose venissero meno, se invece io cerco il valore estrinseco chiedermi di fronte a una cosa quali conseguenze essa può produrre sulle cose su cui agisce.

Il bene invece secondo Moore è una nozione semplice come quella di “giallo” o quella di “ruvido” e così come non si può spiegare che cos'è il “giallo” o il “ruvido” a chi non lo sa così non si può spiegare che cos'è il bene; da ciò segue che l'unico modo per cogliere ciò che è bene è l'intuizione che non è espressione di un particolare organo della mente, ma è la constatazione che ognuno è costantemente consapevole di ciò che è bene. In questa constatazione troviamo ancora una volta il richiamo al senso comune.