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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Giovanni Gentile nacque il 29 maggio 1875 a Castelvetrano da una famiglia piccolo Borghese. Concluse gli studi liceali presso il liceo classico di Trapani e nel 1893 grazie all'interessamento di un deputato trapanese ottenne per il giovane Gentile un posto di studente interno alla scuola normale superiore di Pisa dove egli si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia. L'esperienza pisana gli permise di allargare i suoi orizzonti culturali e di entrare in contatto con Donato Jaja seguace di Bertrando Spaventa, hegeliano, che per gentile sarà una sorta di secondo padre. Jaja trasmise a Gentile quella visione di unitarietà della vita e del sapere che sarebbero stati una caratteristica Centrale nel pensiero del filosofo siciliano. Nel 1896 inizia la corrispondenza con Benedetto Croce che ne riconosce il talento. A differenza di Croce, Gentile, anche per motivi economici, si dedicò all'insegnamento, iniziò al liceo di Campobasso e poi finalmente, dopo una serie di insuccessi, ottenne l'insegnamento a Napoli. La sua condizione lavorativa si stabilizzò solo dopo il 1913 quando ottenne la cattedra di Storia della filosofia all'Università di Palermo. Trasferitosi a Roma nel 1917, dopo aver dato insieme a Croce i natali alla rivista La Critica, fonda il Giornale critico della filosofia italiana con cui inizierà a manifestare le sue distanze dal filosofo abruzzese.

La sua carriera politica iniziò come assessore alla pubblica istruzione del Comune di Roma, e nel 1922 dopo essere stato nominato senatore entra a far parte del primo governo Mussolini come Ministro della Pubblica Istruzione fino al 26 giugno 1924, quando Mussolini di fronte alle critiche pervenute dagli stessi fascisti alla riforma gentiliana della scuola del 1923 lo sostituì con Casati.

Le sue opere filosofiche più importanti sono: Teoria generale dello Spirito come Atto puro (1916) e Riforma della dialettica hegeliana (1913).

Le sue opere pedagogiche principali sono: Sommario di pedagogia come scienza filosofica (1912, 1919, 1925); La riforma dell’educazione (1919, 1923, 1928); Preliminari allo studio del fanciullo (1921); La riforma della scuola in Italia (1924, 1932). Per aver confermato la sua adesione al fascismo e alla Repubblica sociale di Salò, anche dopo l’8 settembre 1943, Gentile fu ucciso da un gruppo di partigiani dei GAP a Firenze, il 15 aprile 1944.

Il rapporto di Gentile col Regime

E’ importante capire la sua funzione e la sua posizione nei confronti del regime fascista prima e del rapporto col Nazionalsocialismo poi, per poter comprendere il rapporto tra l’idealismo e il fascismo. A tal fine è utile la distinzione che viene fatta sia da Augusto Del Noce come da Gennaro Sasso fra Gentile come filosofo e Gentile come uomo:

Al filosofo si sarebbe accompagnato un onest'uomo facile alle illusioni, che avrebbe espresso questa illusione in infelice retorica; ma su questo aspetto conveniva il silenzio, consigliato dal buon gusto (Augusto del Noce, Giovanni Gentile. Per un’interpretazione filosofica della storia contemporanea).

Quando dopo il Concordato emergerà la vera anima del fascismo «rappresentata dai cascami della vecchia Italia» nasce anche il primo distacco tra idealismo e il fascismo storico fondato sulla retorica e sulla demagogia.

Se Gentile era stato “strumento” del fascismo fino al '29, di fatto egli tendeva verso una cultura liberale, che si sarebbe, con forza, opposta alla politica di De Vecchi e di Ciano e come Del Noce scrive «questo liberalismo si sarebbe manifestato, già nella riforma della scuola, che di fascista non aveva nulla».

Questo liberalismo è dimostrato dalla collaborazione tra crociani e gentiliani, nelle riviste fiorentine di Civiltà Moderna e La Nuova Italia ed in proposito Del Noce afferma che

se Croce e Gentile fossero rimasti uniti, pur in una certa e forse componibile divergenza filosofica, anche la storia Italiana sarebbe stata probabilmente diversa, questo era il lamento di parecchi di loro, in primo luogo di Luigi Russo (Augusto del Noce, Giovanni Gentile. Per un’interpretazione filosofica della storia contemporanea)

dove parecchi di loro sta ad indicare i due gruppi gentiliani e crociani, che a partire da Pisa e da Firenze, non solo hanno collaborato sul lavoro di ricerca scientifica, ma hanno anche cercato vie d'uscita dal Fascismo.

Gentile rivendicava la sua appartenenza al fascismo, sulla base dell'identificazione dell'attualismo con la politica di Mussolini e per il suo forte senso di coerenza, ne seguirà il destino.

Altro aspetto significativo del pensiero gentiliano, per la sua azione è l'opposizione al Nazionalsocialismo, come dimostrano i continui rifiuti da parte di Gentile all'introduzione di lettori, proposti dal Reich, nella Normale di Pisa (dove egli era direttore dal 1928), e soprattutto la non condivisione delle leggi razziali, come dimostra la commemorazione nel '36 del suo maestro ebreo, Ugo Ojetti. Anzi, come afferma Sasso, nella sua opera, l'avvento, pochi mesi innanzi del Nazismo, e il forte disagio che ne era derivato alla sua coscienza, avevano avuto per risultato il risveglio perentorio della sua anima “liberale” e più profondamente idealistica (Sasso Gennaro, Gentile e il Nazionalismo, in Filosofia ed Idealismo)

Tuttavia Gentile, nonostante l'avversione al Nazionalsocialismo e il «disgusto» verso la sua «filosofia zoologica», non metterà mai in discussione l'appoggio al fascismo, e anzi proprio perché cresceva una parte di fascismo che si opponeva all'asservimento della cultura Italiana alla germanica, ne rafforzava la convinzione, «lanciandolo in una battaglia culturale contro lo spiritualismo fascista» .

Già nel '35 commentando positivamente un articolo di Bottai su Critica Fascista su la «libertà degli studi e l'esame di Stato» Gentile attaccava con decisione il nuovo Ministro dell’Educazione Nazionale, Cesare Maria De Vecchi, scrivendogli:

con te, che non hai paura della libertà negli studi come di un pericolo per l'educazione fascista dei nostri giovani [si rivolge a Bottai]; hai ben inteso che senza questa libertà non c'è né scienza né schietta ed autentica cultura; non c'è indirizzo scientifico negli studi universitari, che è come dire non c'è più vera e propria università, e però neanche alta coscienza nazionale e grande potenza. Hai inteso che il fascismo non ha niente da temere da questa libertà; anzi! E deve promuoverla questa libertà se esso vuol essere palestra di uomini e non di fantocci; e poiché esso infine condanna e combatte la falsa e perciò funesta libertà, non la vera. Né io posso indurmi a credere che abbia ad adombrarsi di questa libertà il Ministro De Vecchi; egli che ha in cima dei suoi pensieri la grandezza della Patria, che non si consegue senza forza d'intelligenza. Non posso credere che sia egli l'uomo da arretrare innanzi al primo ostacolo che si scorga sulla via consigliata da solide e ferme ragioni. (Simoncelli Paolo, Cantimori Gentile e la Normale di Pisa, Profili e documenti)

Tuttavia Gentile non abbandonò mai il fascismo, proprio perché egli si era assunto:

il compito di rinnovare la cultura [italiana] nei fondamenti stessi. Da qualche parte Sartre ha scritto che chi sceglie, sceglie per tutti: compie una scelta totalizzante. E’ il caso di Gentile, che lo sapeva e lo voleva. (Calandra Giuseppe, Gentile e il fascismo)

L’Attualismo Gentialiano

Gentile parte dalla considerazione che «il centro dell’idealismo hegeliano è il concetto della dialettica, anima della logica e legge fondamentale della realtà in tutte le sue forme» Tuttavia ne sottolinea la profonda differenza con la dialettica antica di Platone, essa secondo Gentile e la «dialettica della morte» o meglio la «dialettica del pensato», mentre la dialettica che inizia con Kant e la «dialettica del pensare» la «dialettica della vita», la prima si muove all’interno di categorie e forme precostituite, mentre la seconda, scrive Gentile «non conosce mondo che già sia».

La realtà (il divenire) va pensata come un qualcosa che non può stare al di fuori dal pensiero, altrimenti essa e solo astrazione, perciò Gentile colloca l’essere unicamente nel pensiero che:

non può più ammettere una idealità, né una forma qualsiasi dell’essere, che trascenda l’attualità del pensiero come pensare; e fa avvertire che ogni pensato è reale nell’atto unico del pensiero che lo pensa, e soltanto lì ha la sua verità(Gentile, La Riforma della dialettica hegeliana).

Questa considerazione rappresenta l’autenticità dell’attualismo gentiliano, che riporta nel pensiero tutta la molteplicità dei pensati, cioè tutte le categorie sia Kantiane sia quelle dell’Idealismo hegeliano, raggruppandole tutte in «una sola infinita categoria, in quanto categoria del pensare nella sua attualità». E’ grazie a questa impostazione che Gentile supera il concetto di divenire di Hegel inteso come unità di essere e non essere, concetto anti dialettico, perché «come l’essere svanisce nel non essere, anche il divenire svanisce nella negazione del divenire» e che quindi ne impedisce il suo svolgimento.

Gentile sottolinea che per questo motivo anche la dialettica hegeliana, anche se si presenta come uno strumento dinamico, parte ancora dalla staticità, per cui Hegel avrebbe avuto solo «l’intuizione del divenire».

Il primo a comprendere la necessità di una riformulazione della dialettica è Bertrando Spaventa che però, sottolinea il filosofo siciliano,

pur ponendo - l’esigenza della dialettica come atto puro del pensare - non - vide il singolare carattere della deduzione dialettica, che non è analitica e non muove da concetti: perché i concetti presuppongono l’atto del pensare, ossia la dialettica. Non è perciò dimostrazione. Ed è errore […] porre prima l’essere e cercare poi la contraddizione che lo faccia muovere. (Gentile, La Riforma della dialettica hegeliana).

Sulle fondamenta di queste considerazioni Gentile chiarisce anche altri concetti fondamentali. Il primo concetto è quello della storia della filosofia, Gentile scrive che prima di definire ciò è necessario comprendere il significato del termine filosofia, che per l’autore è il quid stesso dell’uomo, generato dalla «tragica antitesi tra l’essere che siamo e il non essere a cui corriamo perennemente», cioè dal contrasto tra la vita e la morte, il vero e il falso, il bello e il brutto, il bene e il male, non come riflessione statica, ma come progressivo percorso in cui lo spirito si rivela. Ed è proprio in virtù di questo processo in divenire che il concetto di storia e di filosofia vanno unificati; la filosofia è:

la graduale conquista che lo spirito fa di se stesso come attività dell’essere, o come essere che diviene; per converso la storia non è altro che filosofia. E ogni storia speculativa si risolve appunto nella Storia della Filosofia (Gentile, La Riforma della dialettica hegeliana).

che è appunto la storia dell’umanità. L’altro concetto chiarito diviene conseguentemente il rapporto di circolarità tra filosofia e storia della filosofia, ciò è necessario per lo sviluppo del pensiero, che avviene nella storia, scrive Gentile:

non v’ha filosofia, che ci si possa foggiare altrimenti che come conclusione del processo storico, e quindi come un momento storico: né v’ha processo o momento storico, che non sia la costruzione della filosofia. (Gentile, La Riforma della dialettica hegeliana).

Alla base del pensiero di Gentile vi è l’atto del pensare come atto puro, dove per atto si intende non un concetto, ma l’atto concreto colto nel suo svolgimento, cioè nel suo farsi:

infatti ogni atto di pensiero si manifesta come negazione di un atto di pensiero [precedente]: un presente in cui muore il passato; e quindi unità di questi due momenti. Togliete il passato e avrete il presente vuoto(Gentile, La Riforma della dialettica hegeliana).

In Teoria generale dello spirito come atto puro Gentile ripercorre le tappe dell’evoluzione dell’idealismo moderno che con Berkeley pone il suo primo postulato cioè:

che la realtà non è pensabile se non in relazione con l’attività pensate per cui è pensabile (Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro)

che tuttavia, nel filosofo inglese, è ancora una realtà finita in quanto l’oggetto del pensiero è già stato pensato da Dio. E necessaria la trasformazione attuata da Kant per poter giungere ad un completo soggettivismo, che non è però evidenziato dal criticismo che continua ad ammettere la presenza del noumeno, della realtà in sé. Invece la concretizzazione della realtà risiede non nel noumeno, ma nel processo costruttivo dell’io trascendentale, che è l’atto spirituale. Gentile sottolinea che

l’intellettus è lo stesso intelligere, e la dualità grammaticale del giudizio intellectus intellegit è analisi dell’unità reale dello spirito (Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro)

Gentile riprende così di nuovo i concetti anticipati nella Riforma della dialettica hegeliana e rimarca che il «pensiero è dialettico perché non è mai identico a se stesso» all’interno di questa affermazione gentile afferma l’immanenza dell’essere, che appunto non ha bisogno di un mondo ideale che trascende il modo reale, in quanto l’essere è pensiero che si attua nel suo svolgimento. Su questo, egli, getta le basi per superare anche la filosofia di Hegel che aveva fissato la dialettica dentro «concetti astratti».

Gentile vuole riaffermare la concretezza del pensiero, e per fare questo, recupera il significato autentico del cogito cartesiano, cioè quel «pensiero che è vero pensiero, [in quanto] deve generare l’essere di cui è pensiero».

Su queste basi anche l’universale e l’individuale coincidono; ciò è possibile perché l’universale è dato dall’atto del pensiero ed a sua volta è il pensiero a porre l’individualità che è appunto frutto dell’universale che lo pensa. Anche il molteplice della realtà naturale viene nello stesso modo ricondotta all’unità del pensiero, proprio perché ciò che rende tale il molteplice è «l’azione dello stesso soggetto» attraverso le forme dello spazio e del tempo, ma non a partire dall’intuizione empirica del molteplice sensibile come riteneva Kant, ma come moltiplicazione dell’unità dello spirito stesso.

Gentile ponendo l’anima in stretta relazione all’io trascendentale in quanto «imprescindibile atto del pensiero» ne può affermare l’immortalità, in quanto il pensiero che contiene lo spazio e il tempo non ha limitazioni, il problema dice Gentile è che fino a quel momento la questione era stata inserita nel contesto del molteplice e legata all’io empirico, per questo non era possibile una dimostrazione della sua «infinita immanenza»

 

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