L’esistenzialismo non è solo una corrente filosofica, ma prima di tutto rappresenta un clima culturale che ha segnato il periodo tra le due guerre mondiali, raggiungendo la sua massima espressione soprattutto negli anni Quaranta del Novecento, cioè dopo la fine della Seconda guerra mondiale. In quegli anni, segnati da eventi tra i più drammatici del secolo, il pensiero di Kierkegaard, centrato sull’esistenza individuale, ha superato i confini della filosofia influenzando anche altri ambiti come la letteratura, la psicologia e la religione, fino a diventare un vero e proprio modo di vivere e di interpretare la realtà quotidiana (come osserva Pier Aldo Rovatti).
Questo clima culturale, detto "esistenzialistico", si caratterizza per una forte sensibilità verso i limiti della condizione umana, cioè verso esperienze fondamentali e spesso dolorose come la nascita, il conflitto, la sofferenza, il tempo che passa e la morte. In particolare, i termini "esistenzialismo" ed "esistenzialista" si usano nei discorsi che vogliono mettere in evidenza gli aspetti difficili, fragili o negativi della vita umana, aspetti che la guerra, con le sue distruzioni e atrocità, aveva reso ancora più visibili e concreti.
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Oltre alla delusione causata dalla guerra, l’esistenzialismo è stato influenzato anche da una crisi più ampia: la perdita di fiducia nei grandi ideali e nei movimenti culturali dell’Ottocento, come l’idealismo e il positivismo, che non sembravano più in grado di dare risposte soddisfacenti alla realtà dell’epoca. https://www.bitculturali.it/wp-content/uploads/2015/05/escher-mani-che-disegnano.jpg
L’esistenzialismo è un insieme di correnti filosofiche che, pur con differenze tra loro, condividono alcune caratteristiche fondamentali.
La prima caratteristica comune è la centralità dell’esistenza umana, vista come un modo di essere unico, diverso da quello di tutte le altre cose che esistono. Questo modo di essere dell’uomo è descritto come apertura verso l’essere in senso ampio e profondo. In altre parole, l’esistenza non è chiusa in sé, ma è orientata verso qualcosa che la supera, un “oltre”. È proprio questo legame tra l’esistenza dell’uomo e questo “oltre” https://static6.depositphotos.com/1003642/598/i/450/depositphotos_5983674-stock-photo-sea-of-clouds.jpg il punto centrale dell’esistenzialismo, e su questo si distinguono le varie correnti all’interno del movimento.
Secondo i filosofi esistenzialisti, il rapporto dell’uomo con l’essere non è qualcosa di statico, ma implica una scelta, un progetto aperto al rischio. L’uomo, infatti, non è qualcosa di già definito una volta per tutte, ma è un essere che deve scegliere tra possibilità diverse per realizzarsi. La libertà è quindi fondamentale, perché ogni essere umano è chiamato a decidere per sé, e l'indeterminatezza e l'incertezza rappresentano la condizione prevalente dell'esitenza.

Questo significa che ogni persona vive la propria esistenza come individuo unico e irripetibile, con una prospettiva personale sull’essere. Nessuno può decidere o vivere al posto di un altro, così come nessuno può morire al posto di un altro.
L’esistenza, dunque, è sempre situata: si svolge dentro condizioni concrete e limitate, segnate dalla nascita e dalla morte. Poiché l’esistenza è fatta di relazioni, possibilità, scelte personali e situazioni concrete, essa è inevitabilmente segnata dalla finitudine e dai limiti. Queste condizioni fanno emergere anche emozioni profonde come paura, angoscia, nausea, attesa, speranza. https://sguardoasion.com/wp-content/uploads/2015/07/3a-5-prophesy-of-isaiah-chagall.jpg?w=300
Tutto ciò spiega il legame tra l’esistenzialismo e il pensiero di Kierkegaard, e anche il motivo per cui questa corrente si oppone alle filosofie dell’Ottocento e del Novecento che:
- Negavano i limiti dell’esistenza umana e identificavano l’uomo con l’assoluto.
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- Annullavano il valore dell’individuo, facendo scomparire la persona dentro processi generali e impersonali, come lo spirito o la storia, rendendo irrilevante il destino del singolo.
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- Mettevano da parte l’importanza delle situazioni estreme della vita (come nascita, morte e solitudine) e dei sentimenti profondi che esse provocano (angoscia, paura, speranza).
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- Negavano l’importanza della scelta personale, vedendo l’uomo come determinato da forze esterne (biologiche, psicologiche o sociali), quindi più agito che agente, più pensato che pensante.
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I principali rappresentanti dell’esistenzialismo, cioè i filosofi che hanno avuto un ruolo importante nella diffusione di questo pensiero, sono i tedeschi Martin Heidegger e Karl Jaspers, e i francesi Jean-Paul Sartre e Gabriel Marcel (quest’ultimo noto per una visione dell’esistenzialismo più spirituale). https://1000wordphilosophy.com/wp-content/uploads/2014/04/sartre-and-heidegger.jpg
In Italia, i principali filosofi legati all’esistenzialismo sono stati Nicola Abbagnano e Luigi Pareyson.
