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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Anselmo D’Aosta (1033-1109), fa parte dei dialettici cioè di quel gruppo di pensatori ecclesiastici che sostengono la possibilità di accedere alle verità teologiche tramite la ragione (ai dialettici si contrappongono gli anti dialettici come Bernardo di Chiaravalle e Pier Damiani che sostengono che solo la fede giunge alla verità). Nell’opera Perché Dio si è fatto uomo? Approfondisce il tema del rapporto tra fede e ragione affermando che tra questi ambiti c’è complementarietà e conciliabilità riassunto nell’espressione fides quaerens intellectum ovvero la fede che cerca la sua comprensione razionale. Scrivendo a Papa Urbano II, Anselmo afferma Io penso che nessuno sia da riprendere se, già confermato nella fede, vorrà esercitarsi nel ricercarne le ragioni.

Per queste ragioni Anselmo scrive il Monologium o Soliloquio, in cui il fedele si impegna a comprendere con la propria intelligenza l’esistenza di Dio. Egli dimostra l’esistenza di Dio a posteriori ovvero a partire dal mondo con argomenti razionali che in parte saranno ripresi da Tommaso, tra gli argomenti più significativi vi sono:

  • Quello che riguarda la bontà relativa che presuppone una bontà assoluta.
  • La presenza nel mondo di gradi diversi di perfezione da cui si evince l’esistenza di un ente perfetto in senso assoluto.
  • Il diverso grado di valore tra le cose che presuppongono l’idea di qualcosa che sia posto necessariamente al di sopra di ogni valutazione.
  • L’idea che tutto ciò che esiste deve il suo essere a qualcos’altro.

I primi argomenti si basano sul riconoscere che esiste nella realtà una gerarchia (di bontà, perfezione e valore) che necessariamente richiedono la presenza di un’entità che stia al vertice della gerarchia, al di sopra del quale non vi è nulla, e che permetta così di giudicare il grado maggiore o minore delle qualità di cui gode la natura: ed esempio per affermare che qualcosa ha un certo grado di bontà bisogna che esista un essere infinitamente buono e insuperabile che permetta di stabilire il grado di bontà della ente esaminato, ovvero un punto di riferimento assoluto, diversamente di nulla si potrebbe dire che essa è di una certa bontà, con un di grado di perfezione e dotata di un certo valore. Dunque dall’osservazione a posteriori del mondo dobbiamo necessariamente ammettere l’esistenza di un ente infinitamente buono, perfetto e assoluto che dunque è Dio. Nell’ultimo caso si fa riferimento al concetto di causa, come già Avicenna, si afferma che se qualcosa esiste dovrà per forza esistere in causa di qualcosa perché dal nulla non può nascere nulla, dunque per evitare il regresso delle cause all’infinito cadendo in contraddizioni logiche bisogna ammettere l’esistenza di un’entità incausata, o causa di sé, che è appunto Dio.

Nel Proslogium o Colloquio, frutto delle lezioni tenute da Anselmo, viene dimostrata l’esistenza di Dio non più a partire dal mondo, ma a partire dalla sua stessa essenza, per questo è detto anche argomento ontologico, dunque a priori rispetto al mondo delle creature. Egli sostiene ciò perché ritiene che Dio debba poter essere dimostrato a prescindere dall’esistenza del mondo. Anselmo sostiene che anche colui che non crede in Dio per affermare ciò deve avere la definizione di Dio. Passa quindi ad analizzare tale definizione, affermando che anche colui che non è illuminato dalla fede, l’insipiente, dovrà affermare che “Dio è l’essere più perfetto di cui non è possibile pensare niente di maggiore (id quod nihil maius cogitari nequit). Tuttavia se questa definizione è accettata come valida, e così sembra sia a chi crede che a chi non crede, non si può non riconoscere che Dio esiste, infatti, un essere perfetto in senso assoluto deve possedere tutti gli attributi esprimibili compresa l’esistenza, diversamente potrei pensare un ente maggiore che ha l’esistenza, e la definizione appena accettata sarebbe contraddittoria. Ora questo modo di pensare produce immediatamente questa domanda, è possibile passare per via logica dal pensiero alla realtà come fa Anselmo? Secondo il monaco Gaunilone di Marmoutier (994-1081) contemporaneo di Anselmo non è possibile ed in proposito propose l’argomento delle isole beate (e dunque perfette). Secondo Gaunilone affermare quanto detto da Anselmo avrebbe come conseguenza che se io pensassi nella mia mente all'isola più perfetta che possa esistere allora essa dovrebbe di conseguenza materializzarsi anche nella realtà, ma ciò non avviene e dunque ne consegue che sia impossibile passare dal piano del pensiero a quello della realtà, in buona sostanza l'argomentazione di Anselmo dimostrerebbe soltanto l'esistenza dell'idea del essere più perfetto dentro il nostro pensiero e non nella realtà.

Anselmo provò a rispondere a questa obiezione affermando che il concetto di perfezione assoluta compete solo a Dio e a nessun altra cosa appartenente al mondo, pertanto affermare che Dio è l'essere più perfetto di cui non si può pensare niente di maggiore è diverso sul piano ontologico dal pensare all'isola più perfetta, perché un'isola non potrà mai raggiungere il grado assoluto di perfezione e, pertanto, se ne potrà sempre pensare una con un grado maggiore di perfezioni; mentre in Dio vi è la somma di tutte le perfezioni e dunque tale argomento è da considerarsi valido per quanto riguarda l'idea di Dio.

Da questa disputa scaturisce il dibattito sugli universali, che sarebbero appunto i concetti (o idee o forme) del tipo di quelle espresse nel suo ragionamento, cioè perfetto, maggiore, possibile, etc. In questo dibattito si distinsero due posizioni principali, realisti e nominalisti, da cui scaturirono ulteriori posizioni. I realisti pensano che i concetti, gli universali, avessero una loro esistenza indipendente dall’anima umana. I nominalisti di contro pensavano che l’essere esiste soltanto in forma individuale e che pertanto gli universali sono solo nomi. Queste due posizioni si distinsero al loro interno in estremi e moderati.

I realisti estremi affermavano che gli universali esistessero ante rem cioè prima delle cose al pari delle idee di Platone, tra questi spiccò la personalità di Guglielmo di Champeaux (1070-1121) oltre ad Anselmo. I realisti moderati invece affermavano che gli universali esistessero in re cioè legati alle cose come le forme di Aristotele tra loro troviamo Alberto Magno (1200-1280) e Tommaso D’Aquino (1225-1274). Quest’ultimo in particolare sostiene che gli universali prima della creazione sono presenti nella mente di Dio, dopo la creazione sono nelle cose come forma di esse in armonia con l’aristotelismo e dopo il processo di astrazione divengano concetti nella mente dell’uomo.

I nominalisti estremi pensavano che i termini non avessero alcun legame con la realtà, come affermavano i sofisti, ovvero fossero solo flautus vocis, soffi di voce, il più celebre sostenitore di questa tesi fu Roscellino (1050-1120). Il nominalismo moderato, che si rifaceva alla dottrina stoica, affermava che l’universale pur non essendo esistente nelle cose è presente nella mente dell’uomo in intellectu e manifesta una specifica validità logico-gnoseologica permettendo alla mente umana di raccogliere in un unico gruppo un insieme di individui, il suo massimo esponente fu Guglielmo di Ockham (1265-1308).

Tra queste posizioni si inserì anche quella di Pietro Abelardo (1079-1142) che afferma che l’universale è un discorso, un sermo, che esprime una condizione che gli individui hanno in comune ad esempio l’umanità che è comune agli uomini e che è data dalla capacità dell’uomo di astrarre dalle proprietà particolari concetti generali. Per la natura concettuale degli universali, ovvero immagini mentali, questa posizione è stata chiamata concettualismo.

I tardo medievali non si accorsero, o forse sì, che stavano ripercorrendo le grandi dispute del mondo antico e lentamente stavano riacquistando la consapevolezza delle sue potenzialità e dei sui limiti.

 

 

 

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