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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Il primo uomo moderno

 

Pietro Abelardo (1079-1142) è stato definito da un celebre medioevalista domenicano Marie-Dominique Chenu (1895-1990) "il primo uomo moderno" benché irrazionalismo di Aberardo non si sia ancora emancipato dalla fede egli esprime una religiosità matura che pur rimanendo nel mistero solleva interrogativi e muove lo spirito della ricerca dando così impulso allo sviluppo della scienza teologica intesa come scienza di Dio nella fede.

La vita di Abelardo è conosciuta grazie a un testo autobiografico, storia delle mie disgrazie, che lo stesso autore ha composto. La sua vita è un complesso di successi e accuse di eresia, Ricchezza e Povertà, felicità e disperazione, amore dolore intrecciate con la celebre storia d'amore con la giovane Eloisa.

Abelardo nacque a Nantes era figlio di un nobile bretone fu allievo di Roscellino e arrivo a Parigi, che era il centro della cultura europea in quel momento, divenne allievo di Guglielmo di Champeaux con l'intento di diventare famoso e distinguersi del resto degli altri studiosi i monaci del tempo. Dopo essere succeduto nell’insegnamento a Guglielmo nella cattedrale di Notre-Dame divenne immediatamente famoso grazie alla sua oratoria e alla sua capacità critica tanto chi gli studenti lo paragonavano a Socrate e a Platone, ma ciò ebbe come conseguenza quella di suscitare invidie e gelosie tra gli altri ecclesiastici. A complicare la vita di Abelardo vi fu l’innamoramento con una sua allieva Eloisa con la quale ebbe un figlio Astrolabio.

Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore, lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige. Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d’amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi; la mano correva più spesso al seno che ai libri… il nostro desiderio non trascurò nessun aspetto dell’amore, ogni volta che la nostra passione poté inventare qualcosa di insolito, subito lo provammo, e quanto più eravamo inesperti in questi piaceri tanto più ardentemente ci dedicavamo ad essi senza stancarci». (Abelardo, Lettere d’amore)

Probabilmente spinto dalla voglia di mantenere la sua celebrità d’insegnante, attività che al tempo era riservata a chi aveva gli ordini e richiedeva il celibato, decise quindi di sposare Eloisa in segreto. Il segreto però presto si divulgò e Abelardo mandò Eloisa in convento per evitare uno scandalo. Tuttavia la famiglia di Eloisa non gradì e credendo che Abelardo la stesse ripudiando lo fece rapire ed evirare da alcuni sicari. Eloisa fini per prendere i voti e diventare Badessa, mentre Abelardo andò in contro ad una serie di accuse per eresia in particolare dall’antidialettico Bernardo di Chiaravalle. http://www.homolaicus.com/storia/medioevo/abelardo/ Malgrado ciò la fama di Abelardo continuò a prevalere e dopo essersi rifugiato a Cluny morirà nella riservatezza nel 1142. Tre sono gli ambiti nei quali si svolge la riflessione di Abelardo: la logica, la teologia e l'etica.

Per Abelardo la logica è il possesso delle umane e filosofiche ragioni cioè quegli strumenti che da soli garantiscano la verità o scientificità del discorso. La difesa che Abelardo fa della logica contro i suoi accusatori come Bernardo di Chiaravalle è improntata sull’affermare il carattere scientifico della logica per sottolineare l’incompatibilità di essa con la superbia e la capziosità di cui è stata accusata. La logica per Abelardo ha innanzitutto la funzione primaria di ricercare autonomamente la verità.

Secondo Abelardo la logica è filosofia razionale così com'è la filosofia speculativa che indaga sulla natura delle cose o la filosofia morale che distingue il bene dal male. Esso offre un metodo generale per indagare e comprendere le regole del discorso vero scientifico a proposito di qualsiasi argomento. Abelardo dissentendo dai suoi maestri afferma che la logica è sì un dibattito tra esseri che fanno uso dello strumento razionale, ma ad essa è applicato un criterio rigoroso e dunque non contaminato dallo psicologismo nella costruzione delle sue argomentazioni così come nella concatenazioni dei discorsi e nell'analisi dei significati. Il punto di partenza della logica è l'indagine sul significato; la significanza, cioè l'attribuzione di significato, per Abelardo ed ha la capacità di generare un concetto in chi ascolta e questo è possibile grazie all'intenzione che permette di collegare in via convenzionale un suono con un concetto. Questo è spiegato con la posizione concettualista di Abelardo.

Per Abelardo gli universali non sono né enti né meri suoni senza contatto con la realtà. Per Abelardo l'universale ovvero il concetto serve a indicare la condizione nella quale il singolo si trova o la condizione grazie alla quale quest'ultimo può essere definito. Pertanto l'universale è un riferimento con la realtà senza per questo vivere una realtà a sé stante. L'universale uomo non è un ente o un'idea alla quale i simboli uomini partecipano è piuttosto un concetto che descrive la condizione effettiva per cui tutti gli uomini possono essere definiti tali. Riassumendo i concetti sono nella mente dell’uomo e non nelle cose, ma rimandano in modo intenzionale alle cose stesse e quindi in un certo senso sono legate a queste.

La teologia è per Abelardo la scienza che ha il compito di dibattere, esporre e confutare sulla base dell’argomentazione scientifica le verità di fede. Secondo Abelardo non è possibile prestare fede a ciò che non si è compreso, pertanto nella sua analisi viene rovesciato il motto agostiniano credo ut intelligam in intelligo ut credam. Dallo sguardo di Abelardo anche la conoscenza del male non è peccato, il peccato risiede solo nel commetterlo. Sul rapporto tra fede e conoscenza Abelardo scrive

Avevo composto un trattato di teologia ad uso dei miei scolari che mi richiedevano spiegazioni basate sulla ragione sulla filosofia e volevano, insomma, più dimostrazioni che parole: sostenevano infatti che i discorsi sono inutili se prima non si capiscono le cose, e che non si può credere niente se prima non lo si è capito, perché sarebbe ridicolo che qualcuno cerchi di spiegare agli altri ciò che né lui né quelli cui insegna sono in grado di comprendere: e Dio stesso condanna i cechi che fanno da guida ai cerchi (Abelardo, Historia calamitatum)

Per quanto riguarda l’applicazione della dialettica ai temi della fede Abelardo ne mostra l’efficacia nello scritto Sic et non. In questa opera tratta i temi teologici più controversi argomentando le tesi a favore e quelle contrarie. Quando si trovano controversie, sostiene Abelardo, è necessario avviare una ricerca interiore, sul modello del dialogo socratico, per giungere alla verità. In questo dialogo interiore sia le tesi a favore che quelle contraria hanno valore, nella disputa infatti la negazione di una verità può essere utile a rafforzarla. Questo modo di procedere tuttavia costò ad Abelardo accuse e condanne, la più grave fu quella mossa da Bernardo di Chiaravalle sulla trinità. Abelardo aveva affermato che per sciogliere il dogma trinitario rendendolo accessibile alla ragione umana bisognava intendere Dio padre come potenza, il figlio Cristo, come sapienza e lo Spirito santo come amore. Bernardo non comprese questa spiegazione e accusò Abelardo di aver ridotto le tre entità trinitarie a semplici aspetti di un'unica sostanza.

Dal punto di vista teologico Abelardo avanzò anche altre tesi ardite, quella più rilevante riguarda il valore della filosofia precristiana. Abelardo infatti afferma che Dio si fosse rivelato attraverso la ragione anche ai pagani, pertanto la filosofia antica e i filosofi dell’antichità sono essi stessi strumenti della rivelazione divina. I filosofi sarebbero stati nell’ottica del filosofo di Nantes dei precursori del messaggio di Cristo affermando l’unicità di Dio, l’immortalità dell’anima, il valore della vita soprannaturale, la ragione universale di Dio etc.

Per quanto riguarda la sfera dell’etica, che Abelardo tratta nell’opera Ethica. Scito te ipsum, egli riprende il motto delfico del conosce te stesso sottolineando l’aspetto intenzionale dell’agire morale. Ciò significa che il valore dell’azione non è in sé ma nell’intenzione, la motivazione interiore, che spinge il soggetto a compierla. Da questo punto di vista il ruolo del soggetto è fondamentale per definire un’azione buona o cattiva.

Infatti alcune cose sono buone o cattive per se stesse, propriamente e per così dire sostanzialmente, come le virtù e i vizi, alcune in verità accidentalmente e attraverso qualche cos'altro. Quest'ultimo caso è quello delle azioni che compiamo: in sé sono indifferenti, si dicono tuttavia buone o cattive a seconda dell'intenzione da cui procedono. (Abelardo, Dialogo tra un filosofo, un giudeo è un cristiano)

L'etica di Abelardo muove dalla distinzione tra vizio e peccato: mentre il vizio è l'inclinazione verso il male dovuta alla natura umana scaturita dal peccato originale, il peccato è il consenso che l'uomo accorda a queste inclinazioni attraverso l'intelletto e la volontà. Da questa analisi consegue che di per sé l'inclinazione naturale che porta l'uomo a fare del male non può essere considerata una colpa in quanto è parte della natura umana (non potest non peccare, come diceva Agostino d'Ippona). Diversamente quando l'uomo intenzionalmente e consapevolmente si volge verso il male con la propria volontà in questo caso è responsabile moralmente. Secondo Abelardo Dio non giudica tanto le azioni in sé ma l'animo di chi le compie, perché come si è detto le azioni di per sé sono indifferenti mentre buone o cattive sono le intenzioni di colui che le compie, confermando anche nell’etica la compenetrazione tra fede e ragione.