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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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L’originalità dell’Aquinate sta nell’aver saputo adattare Aristotele al dogma cristiano, con alterazioni minime. […] Fu ancor più notevole per la sua capacità di sistemazione che per la sua originalità. Anche se tutte le sue dottrine fossero sbagliate, la “Summa” rimarrebbe un imponete edificio intellettuale. (Russell, Storia della filosofia occidentale)

Tommaso d’Aquino (1225-1274) è il maggior rappresentante della Scolastica del XIII secolo, cioè di quella tradizione di ricerca e di insegnamento su questioni teologiche, filosofiche e scientifiche che, a partire dall’età carolingia, ha caratterizzato la cultura medievale.

Nacque a Roccasecca e ricevette la prima formazione nell’abbazia benedettina di Montecassino, con la speranza che diventasse il futuro abate. Da adolescente studiò invece a Napoli, dove ebbe il primo incontro con la filosofia e la dottrina di Aristotele e, in particolare, entrò in contatto con l’Ordine dei domenicani; questo incontro lo spinse a prendere l’abito domenicano nel 1244. A questa scelta si oppose la sua famiglia perché entrare a far parte di un Ordine mendicante non avrebbe portato rendite. Per questo fu rapito da due dei suoi fratelli e ricondotto a Roccasecca, dove restò per un anno a causa dell’obbligo imposto dalla famiglia. Quando riuscì a liberarsi dalle resistenza imposte dai suoi familiari, Tommaso fece ritorno all’Ordine: a Napoli prima e successivamente a Parigi. La personalità di Tommaso è particolare: appare silenzioso e ritratto, preferisce lo studio a qualsiasi altra attività, non ama né la vita mondana né la disputa. Queste caratteristiche gli procureranno il suo celebre soprannome di bue muto, bue perché massiccio di corporatura. http://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/12/bue-grasso3.jpg Trasferitosi a Colonia entra a far parte degli allievi del grande intellettuale dell’epoca Alberto Magno, che subito rimarrà colpito dall’acutezza e dall’intelligenza del giovane Tommaso, i narratori della sua biografia hanno tramandato in proposito che Alberto, dopo avergli sottoposto un complesso problema teologico, esclamò: «Noi lo chiamiamo bue muto, ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito che risuonerà in tutto il mondo». Durante i suoi studi universitari conobbe il dibattito intorno ai testi di Aristotele, giunti attraverso le traduzioni di Averroè e dei filosofi arabi. La questione era se la filosofia, che si basa sull’indagine razionale, sia una via percorribile per raggiungere la verità, oppure conduca a conclusioni opposte alla rivelazione divina, contenuta nelle Sacre Scritture. Basandosi su una nuova traduzione di Aristotele fatta da Alberto Magno, Tommaso sviluppò una propria interpretazione della filosofia aristotelica, in armonia con le Scritture e i Padri della Chiesa e in contrasto con le tesi di Sigieri di Brabante, sostenitore dell’averroismo latino. Nonostante ciò, alcune tesi di Tommaso furono condannate dal vescovo di Parigi, nel 1277, quando scoppiò un’altra volta la polemica contro l’aristotelismo cristiano. Nel 1248 l’Ordine fondò un nuovo luogo di studio a Colonia la cui organizzazione fu affidata ad Alberto Magno che scelse come assistente Tommaso. Nel 1256 Tommaso divenne maestro, nel 1261 iniziò a insegnare ad Orvieto e nel 1265 fondò uno studio a Roma. Insegnò anche a Parigi (1268) e a Napoli (1272). In questi ultimi anni di insegnamento scrisse la Somma teologica. Morì nel 1274.

 Ente ed essenza

Una delle prime opere di Tommaso è L’ente e l’essenza (1255 circa) nella quale egli si propone di dare una definizione di ente ed essenza che sono le prime nozioni conosciute dal nostro intelletto. L’ente può essere inteso in due modi: come l’oggetto di una proposizione logica oppure come l’ente reale che si divide nei dieci predicamenti ossia nelle dieci categorie aristoteliche. Solo quest’ultimo possiede un’essenza. L’essenza indica per Tommaso ciò che fa essere ogni cosa quella determinata cosa e non un’altra. Senza l’essenza noi non potremmo conoscere gli enti. Tommaso analizza anche che cos’è l’essenza in rapporto alle sostanza composte e alle sostanze semplice. Nelle sostanze composte l’essenza coincide con l’unione di materia e forma; nelle sostanze semplici invece coincide solo con la forma dato che in esse la materia è assente. Il problema, a questo punto, è capire cosa distingue l’essenza degli angeli e delle anime da quella di Dio dato che si tratta sempre di sostanze semplici e quindi la distinzione non può darsi in virtù della materia. Per questo scopo Tommaso inserisce la distinzione tra essere ed essenza: l’essere non coincide con l’essenza perché io posso pensare un concetto adeguato all’essenza di una cosa senza che essa esista.

Tutto ciò, infatti, che non è compreso nel concetto di una essenza o quiddità le si aggiunge dal di fuori e si compone con l’essenza stessa […]. Ora ogni essenza o quiddità può essere concepita senza che si sappia se esiste o non esiste; posso, infatti, intendere cos’è l’uomo o che cosa è la fenice e tuttavia ignorare se esistano o non esistano realmente. Dunque è chiaro che l’essere è distinto dall’essenza o quiddità, salvo che per un ente la cui essenza sia il suo stesso essere. (Tommaso d’Aquino, De ente et essentia, cap. 4)

Tommaso sottolinea, però, la possibilità che esista un ente in cui essenza ed essere coincidono e se questo tipo di ente esiste allora dovrà essere unico perché, essendo solo essere, non può moltiplicarsi, altrimenti diventerebbe “essere più qualcos’altro” ovvero una forma specifica. Questo ente in cui essere ed essenza coincidono è identificato da Tommaso con la Causa Prima ossia Dio. Per questo motivo, solo Dio è un ente necessario mentre tutti gli altri enti, compresi gli angeli, sono contingenti, cioè in un certo modo, ma avrebbero potuto essere altrimenti o non essere affatto. L’essenza precede l’esistenza negli enti naturali, solo in Dio essenza ed esistenza coincidono, per il resto del creato il rapporto che c’è tra essenza ed esistenza è speculare a quello che c’è la potenza e l’atto di aristotelica memoria. È Dio che con la sua attività creatrice trasforma le essenze che sono in potenza in enti esistenti cioè in atto. Infatti, siccome ogni ente costituito da essere ed essenza riceve il suo essere da altro (poiché solo in Dio l’essere è identificato con l’essenza), non si può procedere all’infinito ma dovrà esserci una Causa Prima - in cui essere ed essenza coincidono - la quale dona l’esistenza a tutti gli altri enti, compreso le sostanze semplici come l’anima e gli angeli. Di conseguenza l’essenza coincide nelle sostanze composte con l’unione di materia e forma, nelle sostanze semplici con la forma e in Dio con l’essere. La distinzione tra essenza ed esistenza è fondamentale per poter accordare l’aristotelismo al cristianesimo, esso infatti rende indispensabile la creazione da parte di Dio. https://slideplayer.it/slide/2933757/10/images/10/Tommaso+d%E2%80%99Aquino%3A+la+metafisica+dell%E2%80%99essere.jpg

 La verità e la beatitudine ultraterrena

Nella Somma contro i Gentili (composta tra il 1259 e il 1265) Tommaso elabora una riflessione intorno alla verità divina. Ritiene che esistano due tipi di verità: quelle che possono essere colte tramite la ragione umana (come la verità altissima dell’esistenza di Dio) e quelle che possono solo essere credute per fede perché indimostrabili tramite la razionalità (come ad esempio l’incarnazione, la risurrezione e la Trinità). Questo porta a elaborare la distinzione tra teologia razionale o naturale (consiste nella somma di quelle verità su Dio che possono essere conosciute dalla ragione umana senza aiuto della Rivelazione) e teologia soprannaturale che invece si basa sul contenuto della Rivelazione e usa la ragione per comprenderne il significato.

Vi sono quindi alcune cose intelligibili divine accessibili alla ragione umana. […] Ma le verità che non possono essere investigate con la ragione umana devono essere ritenute per fede. (Tommaso d’Aquino, Somma contro i Gentili)

Le verità che possono essere colte dalla ragione sono comunque oggetto di fede perché altrimenti solo poche persone riuscirebbero a coglierle. La teologia diviene, quindi, la via privilegiata per l’accesso alla verità perché va in aiuto alla ragione quando essa si mostra insufficiente per conoscere la verità stessa. Questo aspetto è fondamentale perché permette alla ragione di conoscere il suo limite e quindi impedisce che essa cada nell’errore della presunzione. Tre sono i modi in cui il teologo può avvalersi della filosofia, cioè della riflessione razionale:

  • la filosofia può cogliere gran parte della verità che la fede propone a credere, per esempio la verità altissima dell’esistenza di Dio. In questo senso, le verità che la ragione attinge non solo non sono in contrasto con la fede e la Rivelazione, ma ne sono i preamboli (preambula fidei).
  • Pur non riuscendo a dimostrare in alcun modo i misteri della fede, come ad esempio l’incarnazione e la risurrezione, la filosofia può aiutare a chiarirne meglio il significato.
  • La filosofia è utile perché aiuta a confutare gli errori dei nemici della fede.

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Da qui risulta evidente che in Tommaso non si dà un reale conflitto tra verità di fede e verità di ragione perché entrambe derivano da Dio. Se si danno conflitti tra le due, essi sono solo apparenti e possono essere risolti correggendo gli errori in cui cade la ragione umana.

I principi così innati della ragione si dimostrano verissimi: al punto che è impossibile pensare che siano falsi. E neppure è lecito ritenere che possa essere falso quanto si ritiene per fede, essendo confermato da Dio in maniera così evidente. Perciò essendo contrario al vero solo il falso […] è impossibile che una verità di fede possa essere contraria a quei principi che la ragione conosce per natura. (Tommaso d’Aquino, Somma contro i Gentili, I, 7)

Nella Somma contro i Gentili viene trattato anche il tema della beatitudine ultraterrena. Secondo Tommaso, tutte le cose tendono a Dio in virtù della somiglianza che hanno con l’essenza divina. Per quanto riguarda l’uomo, la somiglianza è data dall’intelletto ed è grazie ad esso che tendono verso Dio. Per Tommaso è infatti l’intelletto ad avere il primato su tutte le altre facoltà, in particolare sulla volontà; di conseguenza, è l’intelletto che nell’uomo muove la sua volontà a raggiungere un certo fine e quindi il fine dell’intelletto costituisce il fine di tutte le azioni umane. Siccome però il fine dell’intelletto è di raggiungere Dio, questo sarà anche il fine di tutte le azioni e di tutti i desideri. Ma è un fine che non può essere raggiunto durante la vita terrena: la felicità dell’uomo sarà quindi una felicità ultraterrena.

Le cinque vie dell’esistenza di Dio

Tra i compiti della teologia naturale vi è quello di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio. Secondo Tommaso anche se Dio è primo nell’ordine dell’essere non lo è nella conoscenza umana e pertanto va dimostrato, la dimostrazione deve partire da ciò che a noi è più prossimo cioè dall’esperienza sensibile o meglio dalla creazione, cioè il mondo. Tommaso lo fa attraverso «cinque vie» che partono dall’esperienza del mondo per risalire alla sua causa. Infatti, non essendo possibile per noi conoscere l’essenza di Dio, non possiamo dimostrare la Sua esistenza a partire dalla Sua essenza (dimostrazione a priori); al contrario, si ha necessità di dimostrare l’esistenza di Dio a partire da ciò che è noto per noi, ossia dall’osservazione di qualche effetto sensibile: si tratta quindi di cinque dimostrazioni a posteriori.

  1. La prima via parte dall’osservazione del movimento ex motu: tutto ciò che si muove è mosso da qualcosa, ma nell’individuazione dei motori bisogna logicamente fermarsi a una prima causa del movimento, come del resto aveva dimostrato Aristotele. Infatti, se esistesse una catena infinita di motori che ricevono il moto da altri motori, essi sarebbero tutti motori in potenza e non vi sarebbe alcun movimento in atto.

La prima e la più evidente è quella che si desume dal moto. È certo infatti e consta dai sensi, che in questo mondo alcune cose si muovono. Ora, tutto ciò che si muove è mosso da un altro. […]Perché muovere non altro significa che trarre qualche cosa dalla potenza all’atto; e niente può essere ridotto dalla potenza all’atto se non mediante un essere che è già in atto. […] È dunque impossibile che sotto il medesimo aspetto una cosa sia al tempo stesso movente e mossa, cioè che muova se stessa. È dunque necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da un altro. Se dunque l’essere che muove è anch’esso soggetto in movimento, bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e così via. Ora, non si può in tal modo procedere all’infinito, perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore, e di conseguenza nessun altro motore, perché i motori intermedi non muovono se non in quanto sono mossi dal primo motore, come il bastone non muove se non in quanto è mosso dalla mano. Dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio

  1. La seconda via parte dalla considerazione che ogni cosa è effetto di una causa ex causa. In modo analogo alla prova precedente, non può esistere una catena infinita di cause, ma bisogna logicamente che esista una causa prima, incausata, che chiamiamo Dio.

La seconda via parte dalla nozione di causa efficiente. Troviamo nel mondo sensibile che vi è un ordine tra le cause efficienti, ma non si trova, ed è impossibile, che una cosa sia causa efficiente di se medesima; ché altrimenti sarebbe prima di se stessa, cosa inconcepibile. Ora, un processo all’infinito nelle cause efficienti è assurdo. Perché in tutte le cause efficienti concatenate la prima è causa dell’intermedia, e l’intermedia è causa dell’ultima, siano molte le intermedie o una sola; ora, eliminata la causa è tolto anche l’effetto: se dunque nell’ordine delle cause efficienti non vi fosse una prima causa, non vi sarebbe neppure l’ultima, né l’intermedia. Ma procedere all’infinito nelle cause efficienti equivale ad eliminare la prima causa efficiente; e così non avremo neppure l’effetto ultimo, né le cause intermedie: ciò che evidentemente è falso. Dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio

  1. La terza via si fonda sulla necessità e sulla contingenza ex contingentia mundi. Tutti gli enti sono contingenti ovvero possono essere o non essere. Ma se tutto fosse contingente ci sarebbe stato un momento in cui non sarebbe esistito nulla e quindi anche ora non ci sarebbe nulla perché non si può creare qualcosa dal nulla ma solo da qualcos’altro che già esiste. Per questo quindi bisogna ammettere che esiste un ente necessario che permette agli enti contingenti di venire ad esistere e questo ente lo chiamiamo Dio.

La terza via è presa dal possibile (o contingente) e dal necessario, ed è questa. Tra le cose noi ne troviamo di quelle che possono essere e non essere; infatti alcune cose nascono e finiscono, il che vuol dire che possono essere e non essere. Ora, è impossibile che tutte le cose di tal natura siano sempre state, perché ciò che può non essere, un tempo non esisteva. Se dunque tutte le cose possono non esistere, in un dato momento niente ci fu nella realtà. Ma se questo è vero, anche ora non esisterebbe niente, perché ciò che non esiste, non comincia ad esistere se non per qualche cosa che è. Dunque, se non c’era ente alcuno, è impossibile che qualche cosa cominciasse ad esistere, e così anche ora non ci sarebbe niente, il che è evidentemente falso. Dunque non tutti gli esseri sono contingenti, ma bisogna che nella realtà vi sia qualche cosa di necessario. Ora, tutto ciò che è necessario, o ha la causa della sua necessità in altro essere oppure no. D’altra parte, negli enti necessari che hanno altrove la causa della loro necessità, non si può procedere all’infinito, come neppure nelle cause efficienti secondo che si è dimostrato. Dunque bisogna concludere all’esistenza di un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio

  1. La quarta via procede dai gradi di perfezione che si trovano nelle cose ex gradu. Noi vediamo che gli oggetti sono più o meno perfetti ma queste differenze possono essere stabilite solo in riferimento a un ente sommamente perfetto che chiamiamo Dio.

La quarta via si prende dai gradi che si riscontrano nelle cose. È un fatto che nelle cose si trova il bene, il vero, il nobile e altre simili perfezioni in un grado maggiore o minore. Ma il grado maggiore o minore si attribuisce alle diverse cose secondo che esse si accostano di più o di meno ad alcunché di sommo e di assoluto; così più caldo è ciò che maggiormente si accosta al sommamente caldo. Vi è dunque un qualche cosa che è vero al sommo, ottimo e nobilissimo, e di conseguenza qualche cosa che è il supremo ente; perché, come dice Aristotele, ciò che è massimo in quanto vero, è tale anche in quanto ente. Ora, ciò che è massimo in un dato genere, è causa di tutti gli appartenenti a quel genere, come il fuoco, caldo al massimo, è cagione di ogni calore, come dice il medesimo Aristotele. Dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti è causa dell’essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio

  1. La quinta via si fonda sulla finalità a cui tendono gli enti ex fine. Tutti gli enti tendono a un fine, anche quelli inanimati, e per questo bisogna ammettere l’esistenza di un ente dotato di intelligenza che guida tali enti ad un fine. E questo è quello che chiamiamo Dio.

La quinta via si desume dal governo delle cose. Noi vediamo che alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, cioè i corpi fisici, operano per un fine, come appare dal fatto che esse operano sempre o quasi sempre allo stesso modo per conseguire la perfezione: donde appare che non a caso, ma per una predisposizione raggiungono il loro fine. Ora, ciò che è privo d’intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo e intelligente, come la freccia dall’arciere. Vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest’essere chiamiamo Dio

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L’analogia entis

Abbiamo dimostrato razionalmente l’esistenza di Dio. Tommaso ritiene che la ragione può dire qualcosa anche sulla natura di Dio ma solo se si considera la possibilità del linguaggio di definire le cose per analogia. Tra l’essere di Dio e l’essere delle creature è presente un rapporto di analogia (analogia entis) perché gli enti possiedono una qualche caratteristica della causa che li ha creati. Da ciò consegue che il significato di essere non è univoco né equivoco. Quando diciamo «Dio è», predichiamo l’essere di Dio; quando diciamo «le creature sono», predichiamo l’essere delle creature. Benché l’essere di Dio sia diverso dall’essere delle creature, ne predichiamo l’essere in modo analogo perché è Dio che conferisce l’essere alle creature. L’essere è il primo attributo generale che riguarda l’ente in quanto tale e che può essere predicato di tutti gli enti, compreso Dio.

Nella dottrina dell’analogia entis, Tommaso inserisce anche la teoria dei trascendentali. Gli attributi generali di tutti gli enti sono chiamati da Tommaso «trascendentali» poiché trascendono le caratteristiche degli enti espresse dalle dieci categorie. Oltre all’ens (essere) sono trascendentali anche la res (cosa), l’unum (uno), l’aliquid (qualcosa), il verum (vero), il bonum (buono), il pulchrum (bello). Ogni ente è una cosa determinata, è uno e identico a se stesso, è distinto dagli altri enti, è conoscibile, realizza la propria forma, è bello e desiderabile. Le creature hanno ricevuto l’essere da Dio, quindi tutti i trascendentali presenti nelle creature ci dicono qualcosa delle caratteristiche di Dio. https://slideplayer.it/slide/2933757/10/images/9/L%E2%80%99essere+qualcosa+di+specifico.jpg

La creazione del mondo

Sempre nella Somma teologica, Tommaso sostiene, riprendendolo dai neoplatonici, che la natura del bene sia di effondere sé stesso. Siccome Dio è il Sommo Bene allora il mondo è stato creato da Dio per effondere il suo bene. La creazione del mondo da parte di Dio è inoltre un atto volontario. Per spiegare come Dio ha creato il mondo, Tommaso riprende la concezione delle idee; Dio ha creato il mondo seguendo un piano che era presente nella Sua mente fin dal principio: questo piano viene chiamato da Tommaso “Idea eterna della creazione” o Idea exemplaris. Da qui si deduce che nella mente di Dio esistono i prototipi degli esseri creati. Il fine della creazione è quello di riprodurre, in diverso modo e grado, la bontà e la perfezione divina. Le creature, infatti, tendono a farsi simili a Dio. Sono impegnate a sviluppare le proprie potenzialità e a realizzare il proprio desiderio di felicità, che per l’uomo si compirà solo nella visione beatifica di Dio.

 

Il male

Il mondo è creato come emanazione della bontà divina. Questo entra in conflitto con l’esistenza del male. Tommaso riprende da Agostino l’idea che il male non sia un principio esistente in sé accanto al bene ma sia solo una mancanza di bene.

La perfezione dell’universo […] esige che nelle cose ci siano delle disuguaglianze, affinché si attuino tutte le gradazioni della bontà. […] Ora come la perfezione dell’universo richiede che ci siano non soltanto degli esseri incorruttibili, ma anche quelli corruttibili, così questa stessa perfezione richiede che ci siano cose che possono subire deficienze nel bene […]. Ora in questo appunto consiste l’essenza del male, cioè nel fatto che una cosa subisce una deficienza di bene. (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 48, art. 2)

Tommaso distingue due tipi di mancanza di bene:

  1. una mancanza per negazione: quando manca un bene che per natura non è dovuto. In questo caso l’essere non subisce alcun danno. (esempio, all’uomo manca la capacità di volare, ma ciò non è dovuto alla natura dell’uomo);
  2. mancanza per privazione: quando manca una caratteristica che sarebbe dovuta (esempio, quando manca la vista nell’occhio). Dà origine al male fisico ed è dovuto alla natura corruttibile degli esseri corporei.

Il male in senso proprio si ha quando c’è una mancanza per privazione. Ma tutte le provazioni riguardano un soggetto che è buono, in quanto creato da Dio che è il Sommo Bene. Di conseguenza, il soggetto del male è il bene.

Nel momento in cui viene a mancare la corrispondenza a proprio fine (quindi nel momento in cui non ci si comporta in modo tale da perseguire il proprio fine) si dà origine al male morale o peccato. Esso nasce per libera scelta dell’uomo.

La morte, che è il peggiore dei mali fisici, è la punizione inflitta all’uomo per il suo peccato.

L’anima e la conoscenza

Tommaso definisce l’anima aristotelicamente, ossia come la forma del corpo. Tuttavia, ritiene che ogni corpo abbia una propria anima, la quale sopravvive alla morte del corpo. L’anima possiede alcune facoltà proprie (che sopravvivono alla dissoluzione del corpo) e altre che si trovano nel composto di anima e corpo e che quindi non sopravvivono alla morte del corpo. Queste ultime sono la funzione vegetativa, sensitiva, appetitiva, di locomozione e intellettuale.

Sempre nella Somma di teologia Tommaso affronta il problema della conoscenza umana. La conoscenza ha origine dai sensi: ciò che si coglie tramite i cinque sensi viene rielaborato dai sensi interni in modo da creare un’immagine (fantasma) corrispondente all’oggetto esterno. Questa immagine è priva di alcune caratteristiche individuali ma è sempre una rappresentazione sensibile. Per passare dalla conoscenza sensibile a quella intelligibile (quindi per passare da rappresentazione sensibile a concetto) è necessario l’intervento dell’intelletto agente che opera un’astrazione nei confronti della rappresentazione sensibile. Tommaso sostiene che quello umano è un intelletto possibile o potenziale, che solo in virtù di Dio diventa intelletto agens e che ciò che lo differenzia da esso è che mentre Dio coglie con un unico atto la realtà, l’uomo la coglie con una molteplicità di atti. Tommaso indentifica l’intelletto agente non con una sostanza separata ma come una capacità intrinseca alla natura umana; in tal modo ogni uomo ha il suo intelletto agente e questo permette anche di sostenere che ogni corpo abbia una sua anima. L’intelletto agente permette di astrarre le specie intelligibili dalla rappresentazione sensibile. A questo punto la specie intelligibile si imprime nell’intelletto possibile che è la vera facoltà con cui pensiamo. La differenza tra conoscenza sensibile e conoscenza intelligibile sta nel fatto che i sensi conoscono un oggetto specifico e singolare; l’intelletto conosce l’essenza dell’oggetto che è astratta e universale. Ciò permette a Tommaso di rifiutare l’idea averroista di un’anima esclusivamente legata al corpo e che muore con esso, l’anima dell’uomo infatti non è pura forma, ma ha un suo essere proprio, lo stesso essere che gli permette di conoscere tutti i corpi siano essi materiali siano essi concettuali e quindi immateriali. https://slideplayer.it/slide/2933757/10/images/13/Tommaso+d%E2%80%99Aquino%3A+la+conoscenza+intellettiva.jpg

 

Etica e politica

Poiché l’uomo riceve il proprio essere da Dio, egli non è il creatore della norma del proprio agire, ma la riceve da Dio. Sono quattro le leggi che obbligano l’agire dell’uomo:

  1. la legge di Dio, eterna e sovrana: è l’ordine con cui Dio ha creato l’universo in modo che l’uomo abbia accesso alla beatitudine ultraterrena;
  2. la legge naturale: è l’espressione della legge di Dio nella creatura razionale per regolare la vita naturale dell’uomo;
  3. la legge divina: è la volontà di Dio manifestata nella Rivelazione per regolare la vita religiosa e sovrannaturale;
  4. la legge umana positiva: è quella che governa gli Stati in vista del bene comune, in conformità alla legge naturale.

Siccome l’uomo agisce in modo volontario, anche seguire la legge è per lui un atto volontario. Di conseguenza le sue azioni hanno valore morale solo se volontarie: un’azione inconsapevole non ha valore morale. Fare del male diviene quindi una scelta dell’uomo. L’anima, per Tommaso, ha una disposizione naturale intuitiva (sinderesi) a riconoscere i principi morali e quindi riesce a capire da sola cosa è il bene e cosa è il male. Questa capacità permette all’uomo di praticare le virtù. Esse vengono distinte da Aristotele, nell’Etica Nicomachea, in virtù morali e intellettuali: le virtù cardinali, o morali, sono divise a loro volta in cardinali (prudenza, coraggio, temperanza, giustizia) e teologali (fede, speranza e carità). Queste ultime sono indispensabili per ottenere la felicità soprannaturale e sono donate da Dio.

La legge positiva è necessaria perché l’uomo, secondo Tommaso, ha un’inclinazione naturale alla socialità e quindi vive organizzandosi in Stati. Le società umane sono fondate sul linguaggio e sulla divisione del lavoro, quindi ogni uomo comunica con gli altri e ognuno svolge una certa attività in base alle necessità del gruppo sociale nel quale vive.

Dunque, poiché la parola è stata data all’uomo dalla natura ed è finalizzata a permettere la comunicazione tra gli uomini circa l’utile e il nocivo, il giusto e l’ingiusto, e altri valori simili, ne consegue – dato che la natura non fa nulla invano – che è naturale agli uomini comunicare tra di loro su queste realtà. Ora, è precisamente il comunicare in questi valori che costituisce la famiglia e la città; perciò l’uomo è per natura un essere domestico e politico. (Tommaso d’Aquino, Sententia libri Politicorum, I, 1/b)

Tommaso ritiene che ogni forma di governo della società sia legittima a patto che chi governa abbia come fine il bene comune. Nonostante ciò, egli manifesta una maggior preferenza per la monarchia perché è la forma di governo che garantisce maggiormente l’unità del corpo sociale e simboleggia il rapporto tra Dio e il mondo. Inoltre, ogni forma di governo può degenerare in dispotismo: ciò accade quando chi governa è orientato al raggiungimento del proprio bene e non di quello comune. Se questo accade il popolo può ribellarsi e commettere il tirannicidio.

Questo tema permette di collegarci a quello della guerra giusta, espresso nella Somma teologica. La guerra è giusta solo quando è l’unico mezzo per ottenere il risarcimento di un torto subìto. Anche una nazione cristiana può dichiarare guerra, ma solo per ristabilire la giustizia e l’equilibrio infranto da una nazione nemica. Di solito la guerra giusta è, quindi, una guerra difensiva contro uno Stato più forte. Allora è legittimo fare alleanze con altri Stati per fronteggiare un nemico prepotente.

Per quanto riguarda il rapporto tra Stato e Chiesa, Tommaso dice che tra essi deve esserci rispetto reciproco e libertà nel proprio ambito. Anche se i politici non sono cristiani, essi devono rispettare la legge naturale che invita a conseguire il perfezionamento morale e intellettuale.

La potestà spirituale e quella secolare derivano l’una e l’altra dalla potestà divina; perciò la potestà secolare non è subordinata a quella spirituale se non nella misura in cui essa le è stata sottomessa da Dio, cioè circa quelle cose che riguardano la salvezza delle anime […]. Ma per quanto riguarda il bene politico, è meglio obbedire alla potestà secolare che a quella spirituale, secondo quanto è affermato in Matteo 22,21: “Date a Cesare quel che è di Cesare”. (Tommaso d’Aquino, Sententia libri Ethicorum)

Inoltre il fine della politica non è assoluto, perché la felicità terrena è solo un mezzo per raggiungere lo scopo ultimo, cioè la felicità soprannaturale, eterna. Per questo i governanti devono comandare ciò che conduce al cielo e vietare ciò che ne distoglie.

 

 

 

 

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