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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Nel 1790 Kant scrive la Critica della facoltà di Giudizio. In questa opera accanto riprende alcuni temi che già aveva trattato nelle Osservazioni sul sentimento del bello e del Sublime del 1764. Questa terza critica ha una funzione particolare non soltanto per l'oggetto di analisi, cioè la facoltà di "sentire", ovvero il sentimento, ma anche perché si pone come ponte tra le altre due sfere che convivono nell'uomo cioè la facoltà di conoscere, analizzato nella Critica Della Ragion pura, e la libertà e il volere, analizzati nella Critica Della Ragion Pratica. Il sentimento, infatti, alla capacità di rivolgersi sia al mondo della natura che al mondo dell'uomo generando così un incontro tra due sfere tra loro incommensurabili che convivono nell'essere umano.

Kant mette in evidenza che quando ci domandiamo se qualcosa è vero o falso non esauriamo la nostra facoltà di giudizio su quell'oggetto: pensiamo alle idee di un filosofo classico, mettiamo Empedocle, possiamo chiederci se esse sono vere o false rispetto al mondo della natura, ma a prescindere dalla loro verità o falsità possono essere belle o brutte. Allo stesso modo possiamo ragionare quando ci domandiamo se un'azione è giusta o sbagliata: pensiamo per esempio all'idea di Alessandro Magno di conquistare tutto il mondo conosciuto, a prescindere dal fatto che la sua campagna militare sia giusta o sbagliata sul piano morale, Alessandro era spinto dal sentimento che ciò fosse bello. Il bello il brutto si pongono pertanto come elementi che appartengono sia alla sfera conoscitiva sia quella morale, e non sono determinati dai giudizi di verità o di giustizia.

Così in questa terza critica trovano fondamento ulteriore approfondimento le risposte alla terza domanda che canto si era posto all'inizio del suo percorso, ovvero "che cosa posso sperare?".

La capacità di giudizio umano si espleta in due tipologie generali di giudizio:

I giudizi determinanti sussumono il particolare sotto un universale, dato dall’intelletto. Già trattati dalla prima Critica, i giudizi determinanti sono basati su concetti e sono costitutivi di conoscenze.

I giudizi riflettenti sussumono il particolare entro un universale, non fornito dall’intelletto. I giudizi riflettenti non sono costitutivi di conoscenze e sono basati a priori sul principio di finalità che la capacità di giudizio dà a se stessa. La capacità di giudizio riflettente attribuisce quindi senso al mondo.

Oggetto di studio della Critica della facoltà di giudizio è il principio di finalità e con esso i giudizi riflettenti.

Se la finalità è riferita solamente al soggetto per piacere o dispiace dire che in questi suscita la rappresentazione di un oggetto il giudizio riflettente un giudizio di gusto sul bello, sul brutto sul sublime (come per esempio il piacere di osservare un fiore che sboccia). Diversamente se la finalità è attribuita alla natura il giudizio riflettente un giudizio teleologico (la compiutezza rilevata nel fiore in quanto realizzazione del seme da cui è nato). da questa distinzione derivano le due parti in cui si articola la critica della facoltà di giudizio: la prima si intitola Critica del giudizio estetico; la seconda Critica del giudizio teleologico.

Il giudizio riflettente non determina i fenomeni Tuttavia primo spazio di esperienza in grado di proiettare il mondo intellegibile della libertà e della volontà sul mondo fenomenico della necessità. La natura stessa cessa di essere vista come un puro meccanismo il si lascia pensare come un'opera d'arte sulla quale l'essere umano può Abbandonarsi a riflettere sul fine ultimo.

Il giudizio estetico in particolare mostra l'armonia tra la necessità e la libertà tra mondo fenomenico il mondo morale, non è un'armonia dimostrabile ma è esperibile attraverso l'esperienza individuale, cioè appunto l'esperienza del bello. Per quanto l'attribuzione della bellezza sia soggettiva, è bello ciò che piace, essa alla pretesa di universalità.

Il giudizio estetico è passivo, perché non posso non farmi piacere le cose, al contempo e soggettivo, sono io come soggetto che trovo le cose belle o brutte, ma potenzialmente è universale, ciò che piace a me vorrei che piacesse anche agli altri ovvero di alla ricerca di consenso rispetto alla bellezza.

Il giudizio estetico è il frutto del libero gioco di immaginazione e intelletto, in virtù del quale l'immagine della cosa appare rispondere a un nostro specifico disinteressato sentimento di piacere o dispiacere:

Il soggetto sente che l'oggetto bello risponde una finalità riferibili al gioco che si instaura tra immaginazione e intelletto In occasione della rappresentazione dell'oggetto (Kant, Critica della facoltà di giudizio)

Attribuendo bellezza un oggetto naturale o artificiale l'immaginazione si accorda con la legalità dell'intelletto e quindi il mondo della natura incontra il mondo della libertà.

Anche l’opera d’arte, ovvero ciò che è prodotto dall’artista come la natura è sottoposto a giudizio estetico. L’arte bella è frutto del genio, perché è priva di regole e di canoni. Al genio è dato infatti di creare nuovi canoni e di indicare originali criteri di bellezza.

L’artista si distingue dall’artigiano, perché produce per diletto, non tanto per lucro e il suo scopo è di produrre quel sentimento peculiare di piacere che è il bello.

Solo l’artista, non lo scienziato, è geniale e il suo compito è produrre idee estetiche, ossia rappresentazioni di concetti in grado di attivare il libero gioco tra l’intelletto e l’immaginazione che è alla base del giudizio di gusto sul bello.

Il giudizio di gusto è analizzato da Kant secondo le quattro forme logiche del giudizio: qualità, quantità, relazione e modalità:

-Secondo qualità, bello è ciò che piace in maniera disinteressata, ovvero non è ciò che soddisfa un bisogno come il bere che sazia la sete.

-Secondo quantità, il bello è ciò che piace universalmente senza concetto. A causare il sentimento di piacere non è una sensazione esterna come il sollievo dell’acqua rispetto all’arsura, ma il libero gioco tra immaginazione e intelletto.

-Secondo relazione, il bello piace senza riferimento a un concetto, ma soltanto per una finalità relativa alle nostre facoltà. Non c’è una regola del bello, né la bellezza è perfezione. Possiamo tuttavia distinguere due tipi di bellezza quella libera e quella aderente: la bellezza libera è priva di modelli come quella della natura o di un arabesco, quella aderente è invece quella che si rifà ad un modello come un ritratto o un tempio.

-Secondo modalità, il bello è riconosciuto essere l’oggetto di un piacere necessario. Perciò il sentimento puro di piacere provato dinanzi alla bellezza si mostra connesso con una sorta di senso comune estetico. In ciò risiede la diversità tra piacevole, che è legato alla sensazione soggettiva, e il bello che deriva dalla contemplazione della forma ed è condivisibile da tutti.

Mentre il bello si riferisce ad un sentimento di piacere sereno e tranquillo. Il sublime, come il bello, piace per se stesso; ma piace in maniera ambivalente, attraendo e respingendo al contempo il soggetto. Sublime, secondo Kant, è propriamente e esclusivamente l’opera della natura.

In virtù dell’oggetto e delle facoltà umane coinvolte nel giudizio, il sublime si distingue in sublime matematico e dinamico:

Il sublime matematico riguarda l’infinito, la grandezza, ciò che è smisurato, che genera una sproporzione tra l’immaginazione e la facoltà di pensare che rivendica così la sua superiorità sulla sensibilità, come una grande catena montuosa o un pianura sconfinata.

Il sublime dinamico riguarda invece la forza della natura, la sua capacità di sconvolgere e annientare tutto. In tal caso si genera un contrasto fra il sentimento di limitatezza e debolezza che proviamo di fronte alla grandezza e alla potenza degli elementi naturali e l’opposta consapevolezza della superiore finalità morale dell’uomo, che ci eleva sopra tutto il mondo fenomenico, come un oceano in tempesta o un vulcano in eruzione.

Sublime è sempre la rappresentazione del limite altezza della natura nella sua forza o grandezza, dove Tuttavia l'aggettivo non va riferito agli oggetti che osservo, ma alla disposizione dell'animo che provo di fronte all'oggetto.

L'artista di genio e tale non perché hai imparato ad esserlo Ma perché ha ricevuto dalla natura il dono del talento: il talento attraverso il quale la natura da regola all'arte. Ciò significa che dietro l'opera dell'artista di genio c'è sempre la potenza creatrice della natura.

La figura del genio come artista che si pone al di sopra e talvolta contro il resto della società diventerà un luogo comune del Romanticismo. Questi altri problemi susciteranno un importante dibattito teorico che vedrà tra i protagonisti quasi tutti gli attori principali del nascente Romanticismo.

Mentre il giudizio estetico coglie la finalità interna al soggetto, quello teleologico coglie la finalità dell’oggetto, ossia del mondo della natura. Pur non potendo determinarne l’essenza noumenica, tendiamo ad attribuire alla natura una forma armoniosa, omogenea, regolata da leggi costanti (le leggi della fisica). Questa nostra tendenza irrefrenabile ad attribuire alla natura una finalità è alla base del giudizio teleologico (dal greco tèlos, fine).

Punto di approdo del giudizio teleologico, secondo Kant, è l’identificazione del fine ultimo della natura con la realizzazione del fine morale dell’uomo: il perseguimento del dovere e la realizzazione dell’imperativo categorico è dunque l’acme del manifestarsi del mondo naturale. “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” testimonia quindi che due assoluti, quello naturale – esterno al soggetto – e quello morale – interno ad esso – si fondono in un tutto armonioso, volgendosi verso la stessa finalità: la perfezione morale.

Quando la finalità è formale, ossia rivolta alle nostre facoltà, e riferita direttamente alla natura (oggettiva), essa è alla base di un giudizio riflettente di uso regolativo, non conoscitivo, nella ricerca scientifica. La capacità di giudizio riflette sulla natura, come se essa si conformasse al fine di poter essere conosciuta dalle facoltà dell’uomo, lasciandosi raccogliere in massime euristiche generali, del tipo «la natura prende la via più breve», «essa non fa salto alcuno», ecc.

Quando la finalità è riferita alla natura (oggettiva) in se stessa (materiale), il giudizio che ne scaturisce è un giudizio riflettente teleologico. La finalità che il giudizio riscontra può essere:

-esterna, concernente una connessione tra mezzi e fini, per cui certi fenomeni sono pensati come se fossero orientati alla realizzazione di altri fenomeni;

-interna come nei corpi organizzati, nei quali ogni singola parte, opera in armonia e coerenza col tutto di cui è parte.

Il principio di finalità e la teleologia cui esso dà consistenza conduce inevitabilmente la ragione umana a spingersi fino a riflettere sull’idea di fine ultimo e di un intelletto divino artefice della natura.

Il fine ultimo dell’umanità è la cultura, il progresso, l’incivilimento, di cui è parte, come spiegherà nel 1795 in Per la pace perpetua, anche la fine delle guerre.

Il fine definitivo dell’umanità è la moralità, che converge nella fede razionale pratica della seconda Critica e nell’idea di Dio come ideale morale.

 

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