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La nostra epoca è in modo speciale l’età della critica e deve sottomettere ogni cosa a critica (Kant, Critica della ragion pura)

La filosofia kantiana nota come criticismo prende le mosse dalle sue opere principali: la Critica della ragion pura del 1781; i Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza del 1783; la seconda edizione della della Critica della ragion pura del 1787; la Critica della ragion pratica del 1788, la Critica della facoltà di giudizio del 1790.

In questi testi Kant prende in esame sistematicamente tre diversi aspetti dell’esistenza umana, determinati dalla centralità delle tre facoltà essenziali che appunto caratterizzano l'esistenza dell'uomo e che, come tali, devono essere al centro della riflessione filosofica, in particolare nelle tre critiche vengono presentati i principali così suddivisi:

nella Critica della ragion pura viene presa in considerazione la conoscenza in quanto funzione della facoltà dell'intelletto;

nella Critica della ragion pratica viene presa in considerazione la riflessione morale; in quanto funzione della facoltà del desiderio e del volere;

nella Critica del giudizio viene preso in considerazione il senso estetico ed i suoi relativi giudizi in quanto funzione della facoltà del sentimento.

Possiamo riassumere i temi di queste opere in tre domande fondamentali:

Ogni interesse della mia ragione (così lo speculativo, come il pratico) si concentra nelle tre domande seguenti: 1)Che cosa posso sapere? 2)Che cosa devo fare? 3)Che cosa posso sperare? (Kant, Critica della ragion pura)

“Che cosa posso sapere?” È la domanda fondamentale a cui intende rispondere la Critica della ragion pura, affrontando una volta per tutte i problemi della Scienza e della metafisica. Kant afferma che la ragione tende naturalmente alla metafisica non accontentandosi di ciò che i sensi ed esperienza possono mostrarle. L'uomo inizia chiedendosi cos'è la natura, prosegue con il giungere alle leggi che governano il mondo e successivamente vuole spingersi fino a comprendere i principi primi dell'essere e, se possibile, comprendere anche i disegni di Dio.

Kant però sottolinea che questo sforzo che la ragione compie finisce continuamente nel cadere in questioni irrisolvibili come l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima, il libero arbitrio.

L'idea di Kant è quindi che sì archivi la vecchia metafisica intesa come la disciplina filosofica che si occupa dei principi primi, e quindi delle questioni risolvibili, e si approdi invece a una metafisica intesa come sapere critico: una sorta di regina delle scienze che indica i fondamenti e i confini del sapere umano. La nuova metafisica deve configurarsi come teoria della conoscenza, come metodologia come, strumento critico.

A tal proposito Kant certifica preliminarmente il comune fallimento di razionalisti ed empiristi. I razionalisti, pretendendo di cogliere la realtà col puro pensiero, rendono impossibile ogni distinzione tra scienza e metafisica; l’esito del razionalismo è il dogmatismo. Se i razionalisti producono asserzioni dogmatiche, non controllabili empiricamente, gli empiristi cadono, all’opposto, nello scetticismo: l’esperienza dei sensi non può mai, infatti, garantire giudizi validi in maniera universale e necessaria.

L’obiettivo di Kant è individuare i limiti e gli ambiti della ragione umana. Cercando di andare oltre il razionalismo e l’empirismo. Egli respinge le conseguenze scettiche dell'analisi di Hume appellandosi alla validità universale è necessaria della matematica, della geometria e della fisica. Tuttavia riconosci a Hume il merito di averlo risvegliato dal sonno dogmatico e di avergli fatto sentire l'urgenza di una riflessione critica sui principi delle scienze, una riflessione che però ha come obiettivo sconfiggere lo scetticismo dell'empirismo da un lato e il dogmatismo dei razionalisti dall'altro.

Di conseguenza il criticismo si configura come una metafisica che è scienza del limite. Kant utilizza la metafora del «tribunale della ragione» avente il compito di giudicare tutto il presunto sapere umano al fine di vagliare ciò che l’uomo può conoscere da ciò che è invece irrimediabilmente fuori della sua portata conoscitiva. https://www.radiobussola.it/wp-content/uploads/2015/06/tribunale-radiobussola.jpg

È un invito alla ragione di assumersi nuovamente il più grave dei suoi uffici, cioè la conoscenza di sé, e di erigere un tribunale, che la garantisca nelle sue pretese legittime, ma condanni quelle che non hanno fondamento, non arbitrariamente, ma secondo le sue eterne ed immutabili leggi; e questo tribunale non può essere se non la critica della ragion pura stessa. (Kant, Critica della ragion pura)