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I capisaldi della moralità kantiana

Nella fase critica, al problema del fondamento della morale, Kant ha dedicato due opere: La fondazione della metafisica dei costumi (1785) e soprattutto la Critica della ragion pratica (1791).

Se la domanda della prima Critica era “Cosa posso sapere”, la domanda della seconda Critica è “Che cosa devo fare”. Per rispondere a ciò Kant si basa sui seguenti capisaldi:

-Il dovere: Kant identifica la moralità nel primato del dovere rispetto al fine dell’azione, contrapponendosi all’utilitarismo di tanti illuministi suoi contemporanei. Per Kant, infatti, nessun fine può mai giustificare un mezzo illecito, l’inadempimento di un dovere.

-L’intenzione: secondo Kant l’unica cosa buona è una volontà buona, perché il solo vero e autentico bene che è possibile concepire concerne non tanto cosa facciamo, ma perché lo facciamo.

-Il rigore: l’unica intenzione buona, costitutiva di valore morale, è il rispetto del dovere, vale a dire la volontà di seguire il dovere senza nessun altro fine o condizionamento.

-La ragione: se esiste qualcosa come il dovere assoluto e il bene incondizionato, allora solo la ragione pura, non la sensibilità può costituire l’organo della moralità.

 

La Critica della ragion pratica ricalca la struttura della prima critica e si compone di:

una Dottrina degli elementi, che analizza e fonda la morale;

una Dottrina del metodo, dedicata all’applicazione dei principi della moralità.

La Dottrina degli elementi è suddivisa a sua volta in:

Un’Analitica, direttamente rivolta a rilevare e a fondare la morale;

Una Dialettica, dedita a risolvere i conflitti che nascono in seno alla ragion pura nel suo uso pratico.

La critica della ragion pura ha mostrato che le conoscenze del mondo dei fenomeni sono caratterizzate dalla necessità. Se la natura umana avesse solo le caratteristiche presenti negli altre categorie del mondo fisico (minerali, piante, animali, etc) il nostro comportamento sarebbe del tutto deterministico e non ci sarebbe spazio per l’etica e la morale.

Tuttavia Kant afferma che c’è un altro aspetto presente nella natura umana, questo è riassumibile dal concetto di Libertà. A differenza degli altri esseri, pur non potendo conoscerla, l’uomo sente la propria libertà: l’uomo sente la libertà quando prova il sentimento di responsabilità, di giustizia, di senso di colpa, di scrupolo etc.

La libertà presente nell’uomo rappresenta il motivo del passaggio dalla mera ragion pura alla ragion pura pratica.

La libertà è quindi la prova e la manifestazione della legge morale presente in noi. Da ciò Kant riconosce il legame tra libertà e legge morale: mentre la libertà è la ratio essendi ovvero la ragion d’essere della legge morale, cioè se essa non ci fosse non sarebbe data alcuna moralità (da ciò si deduce che né gli animali né Dio o gli angeli possono avere la libertà nel senso in cui se ne parla per l’uomo perché essi non possono scegliere tra il bene e il male, non hanno bisogno di una legge morale che indichi ciò che è giusto fare e ciò che è sbagliato); dall’altro la legge morale è la ratio cognoscendi ovvero la ragione per cui si ha conoscenza della libertà, cioè se essa non ci fosse non ci sarebbe modo si esperire la libertà che come dimostrato, nella prima Critica, non cade sotto i nostri sensi.

Ricapitolando se non ci fosse la legge morale non potremmo conoscere l’esistenza della liberta, se non ci fosse la libertà non saremmo responsabili delle nostre azioni.

Secondo Kant la morale non richiede né della scienza né della filosofia in quanto ogni uomo sa già cosa è buono e cosa non lo è in virtù del sentimento del dovere, della legge morale e della libertà della volontà umana: la ragione sa benissimo distinguere in tutti i campi ciò che è bene e ciò che è male. Non potrebbe essere diversamente in quanto non si potrebbe ricavare la morale da esempi infatti esse stessi dovrebbero essere valutati a priori secondo principi che abbiamo già.

Ciò significa che esiste nell’uomo già una legge morale “a priori” valida per tutti e per sempre. Il ruolo del filosofo è solo quello di rilevarne l’esistenza. La legge morale è incondizionata e assoluta: infatti l’essere umano si autodetermina essendo capace di non lasciarsi comandare dagli impulsi e dall’istinto. Absoluta sta infatti ad indicare che essa è priva di condizionamenti istintuali.

Di fronte ad una situazione l’uomo prova sempre un sentimento che ci indirizza verso il giusto operare sotto forma di imperativo morale oggettivo:

La rappresentazione di un principio oggettivo, in quanto è costrittivo per la volontà [che rimjane libera di rispettarlo o meno], prende il nome di comando [della ragione] e la formula del comado si chiama imperativo. (Kant, Critica della ragion pratica)

Quindi noi sappiamo sempre cosa è male e cosa è bene perché dentro di noi troviamo sempre un imperativo che si indica quale sia l’azione giusta, ovviamente l’imperativo parla alla volontà del soggetto che è sempre libero di scegliere il male al posto del bene.

La legge morale è dunque alla base del dover essere ovvero indica come l’uomo come esso dovrebbe comportarsi, la morale appartiene solo all’uomo e non alla divinità infatti Dio non può che fare il bene e non può scegliere di fare il male dunque non ha bisogno di morale. Da ciò risulta anche l’evidenza dell’imperfezione umana, se fosse perfetto non avrebbe bisogno di imperativi che prescrivano il suo agire: se l’uomo fosse un semplice animale non avrebbe bisogno della morale perché sarebbe guidato dall’istinto, se al converso fosse pura ragione non ne avrebbe bisogno perché opererebbe sempre in modo razionale, ma trovandosi a metà tra ragione e istinto ha bisogno della legge morale. La natura umana è quindi in perenne conflitto tra poter essere e dover essere.

La Critica della ragion pratica muove quindi dall’analisi della moralità, rintracciandone preliminarmente i possibili connotati nell’agire del soggetto: se esiste qualcosa come la moralità significa anzitutto che esistono principi di comportamento cui attenersi, validi universalmente e necessariamente, ossia a priori. Kant chiama simili principi, leggi, contrapponendoli alle massime:

I principi pratici sono proposizioni che racchiudono una determinazione generale della volontà che ha sotto di sé varie regole pratiche. Essi sono soggettivi, o massime, se il soggetto considera la condizione come valida soltanto per la sua volontà; ma sono oggettivi o leggi pratiche, se la condizione è ritenuta oggettiva, ossia valida per la volontà di ogni essere razionale. (Kant, Critica della ragion pratica)

Le massime sono principi pratici. Da ciò scaturisce si deduce che le massime sono principi pratici particolari e soggettivi, ossia validi soltanto per la volontà di chi li adotta. Le massime sono materiali, contingenti e determinate a posteriori dalle inclinazioni sensibili, capaci di muovere la facoltà di desiderare, che è soggettiva, condizionata, mutevole da persona a persona. Di contro le leggi sono principi pratici universali e oggettivi, ossia validi per qualunque essere razionale. Le leggi sono formali, necessarie. Se esistono leggi, esse non possono che conseguire a priori dalla ragione, l’organo dell’universalità.

Una legge, ossia un principio pratico universale di origine razionale, si impone nei riguardi di una massima soggettiva di origine sensibile, nella forma di un imperativo, di un dovere che Kant distingue in categorico e ipotetico.

Gli imperativi ipotetici prescrivono mezzi idonei al perseguimento di fini desiderati: «Se vuoi… allora devi…». Gli imperativi ipotetici esprimono una volontà eteronoma, determinata invero dalle inclinazioni sensibili. Un imperativo ipotetico non può valere sempre e per tutti gli uomini. La sua opportunità dipende dalle circostanze e dunque non può essere a fondamento di una morale universale e oggettiva. Un precetto del tipo sii generoso se vuoi la riconoscenza altrui potrebbe incorrere in nell’inosservanza di chi non si cura della riconoscenza degli altri e dunque perde la sua universalità.

Gli imperativi categorici prescrivono in maniera incondizionata, a priori, un dovere in vista di questo e di niente altro: «Devi!». Gli imperativi categorici esprimono l’autonomia della volontà umana che è determinata soltanto dalla ragione pura. In essi non è il contenuto a essere vincolante, ma chiedono di essere osservati di per sé. Mentre non rubare se non vuoi andare in prigione è ipotetico, un precetto categorico è semplicemente non rubare (e vale anche nel caso non si incorra nella prigionia o in altre conseguenze. L’imperativo categorigo prescrive dunque un’azione a prescindere dal risultato che si otterrà.

L’imperativo categorico

Gli imperativi categorici della ragione pura comandano esclusivamente l’adeguamento di una massima della volontà alla forma di una legge universale, come è possibile indicare un comportamento, un azione, priva di contenuto e di fine che possa valere per tutti gli individui? Kant in proposito formula alcune forme dell’imperativo categorico. La prima afferma:

Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale. (Kant, Critica della ragion pratica)

Con questa formula sui mette in evidenza il carattere universale della legge morale. Essa infatti non prescrive né un contenuto né un obiettivo, né tantomeno subordina la nostra azione ad altri fini o premi futuri, ma si pone come legge indipendente da ciò che prescrive e quindi universale.

Nell’opera Fondazione della metafisica dei costumi, l’imperativo categorico è stato enunciato anche secondo altre due formulazioni:

Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo. (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi)

In questa seconda formulazione si impone ad ogni uomo il rispetto per la dignità umana affermando che il prossimo non può essere trattato come strumento per il raggiungimento dei nostri egoistici scopi.

Agisci in modo che la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare se stessa come istituente nello stesso tempo una legislazione universale. (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi)

La terza formulazione sottolinea il carattere autonomo che la legge morale acquisisce in quanto è in carico ad ogni essere umano, non è infatti una norma imposta dall’esterno ma che scaturisce dal soggetto stesso.

Dovere! Nome sublime e grande, che non porti con te nulla di piacevole che comporti lusinga, ma esigi la sottomissione, che tuttavia non minacci nulla…ma presenti semplicemente una legge che penetra da sé sola nell’anima e si procura venerazione. (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi)

Il rigorismo della morale kantiana non fa concessione né a sentimenti né ad emozioni. Essa si limita ad affermare il rispetto della legge morale.

Se la libertà in virtù della terza antinomia della Critica della ragion pura risulta indimostrabile, l’imperativo categorico è invece definito un «fatto» nella Critica della ragion pratica. Kant distingue anche la moralità dalla legalità, infatti la legalità comporta il rispetto esclusivamente esteriore della norma morale, mentre la moralità comporta l’adesione interiore ciò la reale intenzione di rispettare la legge.

Aver posto nell’uomo la fonte della legge morale sottolineando l’autonomia della ragione che esprime da sé la regola da seguire è compiere un’ulteriore rivoluzione copernicana perché riporta la morale da esterna all’interno del soggetto stesso. Da eteronoma ad autonoma. Per questo il suo fondamento risiede nella volontà autodeterminatrice e nella libertà come autodeterminazione.

La libertà che era allora solo possibile nella Critica della ragion pura, a livello teoretico-speculativo, diventa adesso perciò reale perché dedotta dalla legge morale.

Ma al posto di questa deduzione, inutilmente cercata […], subentra qualcosa di diverso e di affatto paradossale: cioè che proprio questo principio serve di fondamento alla deduzione di una facoltà imperscrutabile, che nessuna esperienza è in grado di provare, cioè la facoltà della libertà, di cui la legge morale […] dimostra non solo la semplice possibilità ma la realtà negli esseri che riconoscono questa legge come obbligatoria per essi. (Kant, Critica della ragion pratica)

La libertà difesa da Kant è anzitutto libertà di scelta, autodeterminazione, ratio essendi della moralità. La libertà è anche la moralità stessa, nell’accezione di autonomia, ossia capacità di seguire la legge, l’imperativo categorico che l’uomo dà a se stesso ricavandolo dalla propria ragione e non da altro o altri.

Kant distingue bene supremo e sommo bene. Per Kant il bene supremo, che risulta alla nostra portata, corrisponde alla vita virtuosa, vale a dire ad una condotta che cerca di rispettare al massimo grado possibile la legge morale. Ma il bene supremo, ovvero la vita virtuosa non è la felicità. Essere virtuosi per Kant non significa essere felici, ma essere degni della felicità.

L’oggetto ultimo della ragion pura pratica perciò è il sommo bene, che è l’unione di virtù e felicità, ove la virtù è il bene supremo, ciò che ci rende degni di essere felici. Il sommo bene è il compimento della moralità, il giusto coronamento del dovere.

In questa sua esigenza la ragion pura cade in un’antinomia:

 TESI: Il sommo bene, la cui realizzazione è richiesta dalla legge morale, è possibile.

ANTITESI: Il sommo bene è impossibile, perché niente, né la legge morale, né il mondo, può garantire alla virtù il premio della felicità.

Soluzione dell’antinomia sono i postulati:

l’immortalità dell’anima, derivata dalla necessità di pensare infinita la possibilità dell’uomo di perfezionarsi, di conformarsi alle intenzioni della legge morale, rendersi virtuoso e perciò degno della felicità;

l’esistenza di Dio, causa dell’intera natura e garante della corrispondenza tra virtù e felicità.

Noi crediamo nella nostra libertà, nell’immortalità dell’anima e nell’esistenza di Dio non perché conoscibili, ma perché essi rappresentano i postulati senza i quali crollerebbe la vita morale. La libertà in quanto indispensabile alle legge morale, l’immortalità dell’anima come possibilità per raggiungere il sommo bene, Dio come giudice che possa garantire il giusto grado di felicità alle anime.

La Dialettica trascendentale della critica della ragion pratica apre così alla religione, a una fede razionale pratica: è una fede, giacché le tesi dell’immortalità dell’anima e dell’esistenza di Dio sono soltanto ammesse, non dimostrate; è razionale, giacché possibile, non rivelata sovrannaturalmente; è morale, perché basata su un’esigenza pratica, ancorché non teoretica.

Dunque l’ammissione dell’esistenza di questa intelligenza suprema è legata alla coscienza del nostro dovere, benché il fatto stesso di ammetterla sia proprio della ragione teoretica, rispetto alla quale soltanto può essere considerata un’ipotesi; ma rispetto all’intelligibilità di un oggetto (il sommo bene) datoci tuttavia mediante la legge morale, cioè di un bisogno per un fine pratico, può prendere il nome di fede, e propriamente di fede razionale pura. (Kant, Critica della ragion pratica)

Il concetto di Dio pertanto non appartiene alla conoscenza, ma alla morale. Non è dimostrabile, ma rappresenta un bisogno ineliminabile.

Kant afferma il primato della ragion pratica, perché ,l’interesse partico prevale su quello teorico, e dunque può ammettere ipotesi non ammissibili sul piano teoretico. I postulati permettono di ribaltare il rapporto tra religione e morale: non è la religione a fondare la morale, ma è la morale che permette all’uomo di postulare verità religiose.

Kant poi approfondisce il tema della fede razionale pratica, La religione nei limiti della semplice ragione del 1795, un’opera censurata dalla pubblica autorità dopo l’uscita della seconda delle quattro parti di cui si doveva comporre.

Kant elimina dalla religione ogni aspetto misterico, superstizioso e dogmatico, per ricondurla al suo nucleo morale originario, individuato dalla seconda Critica:

è negato così il peccato originale, e Gesù, la sua missione e il suo messaggio diventano simboli, incarnazioni dell’imperativo categorico;

La moralità è elevata a unica vera religione, capace di accomunare tutta l’umanità.

Nella Metafisica dei costumi e in altri scritti minori, Kant difende una concezione politica liberale di stampo contrattualista: il potere dello Stato si esercita nella legge, il cui compito esclusivo è regolare le libertà esteriori dei cittadini al fine di garantire il godimento dei loro diritti inalienabili, su tutti la libertà di parola e l’uso pubblico della ragione.

Nell’uso pubblico della ragione, Kant individua il principale lascito dell’illuminismo, ciò che ha permesso all’uomo di iniziare il difficile e ancora lungo cammino di uscita dallo stato di minorità, come sostiene nello scritto Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo del 1784.

Di grande portata politica è infine anche l’opuscolo Per la pace perpetua del 1795, nel quale Kant auspica e vede la possibile futura realizzazione di una confederazione mondiale di Stati, capaci di convivere sotto un unico diritto senza più guerre.

 

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