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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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La conoscenza è il risultato di un complesso processo a cui collaborano facoltà come la sensibilità, l'intelletto, l'immaginazione e la capacità di giudizio, il cui apporto nella possibilità reale di giudizi sintetici a priori è ricostruito da Kant a cominciare dalla prima parte della Dottrina trascendentale degli elementi vale a dire l'Estetica trascendentale

In accordo con la gnoseologia empirista, come mostra l’Estetica trascendentale, ad attivare il processo conoscitivo è l’esperienza sensoriale, prodotta dall’azione operata dagli oggetti esterni sui nostri sensi. L’azione di oggetti esterni sugli organi di senso si chiama impressione, il contenuto cosciente che scaturisce da questa azione è la sensazione. Su questo punto nella Critica della ragion pura Kant la pensava diversamente rispetto alla Dissertazione del 1770 dove invece aveva ritenuto che anche l'intelletto fosse una fonte autonoma di conoscenza.

La sensibilità è la facoltà che rende l’uomo capace di essere ricettivo. La sensibilità intuisce, ossia riferisce immediatamente i suoi contenuti a oggetti. Essa è passiva: a produrre le sensazioni è una realtà esterna che imprime la sua azione sugli organi di senso, questi ultimi si limitano a ricevere dei dati. Ogni intuizione sensibile è accompagnata sempre dalle intuizioni di spazio e di tempo, gli oggetti sensibili sono sempre intuiti in una dimensione spazio-temporale in virtù del nostro essere, e non sono proprietà degli oggetti ricavati tramite l’esperienza. Spazio e tempo sono intuizioni pure, forme a priori della sensibilità:

  • sono forme, non contenuti di sensazione, ossia proprietà attribuibili agli oggetti intuiti;
  • sono a priori, premesse alle sensazioni, che avvengono in un tempo e in uno spazio;
  • sono intuizioni perché non sono astrazioni concettuali, bensì conoscenze riferite direttamente a oggetti singoli, ossia a un unico, infinito spazio unitario e a un unico, infinito tempo unitario.

A differenza di quanto ritenuto da Newton lo spazio per Kant non è l'infinito contenitore di tutte le cose, e il tempo non è l'orologio del mondo che scandisce senza sosta le ore, i giorni, gli anni. Lo spazio e il tempo in quanto intuizioni immediate non sono neppure delle elaborazioni mentali delle relazioni tra concetti come voleva invece Leibniz.

Spazio e tempo determinano perciò una suddivisione tra come le cose sono in sé, noumeni, fuori dello spazio e del tempo, entità inconoscibili, e come le cose sono per il soggetto, ossia fenomeni, oggetti conoscibili d’esperienza.

quel che ci possa essere negli oggetti in sé e separati dalla ricettività dei nostri sensi ci rimane interamente ignoto. Noi non conosciamo se non il nostro modo di percepirli, che ci è peculiare, e che non è né anche necessario che appartenga ad ogni essere, sebbene appartenga a tutti gli uomini. Noi abbiamo da fare solamente con esso. Spazio e tempo sono le forme pure di esso (Kant, Critica della ragion pura)

Il fenomeno non è dunque da intendere nel significato di parvenza o realtà illusoria bensì di realtà nella dimensione spazio-temporale l'unica conoscibile per l'uomo. Ne deriva che anche la scienza ha come oggetto esclusivamente i fenomeni e non i noumeni.

La geometria e la matematica si fondano secondo Kant rispettivamente sull'intuizione pura dello spazio e sull'intuizione pura di tempo, dando origine dei loro principi fondamentali a conoscenze sintetiche a priori. Sull’intuizione pura del tempo, quale successione di tutti i possibili stati di coscienza, si costruisce la serie infinita dei numeri naturali aggiungendo unità ad unità, fondante l’aritmetica. Sull’intuizione pura dello spazio, quale luogo di coesistenza di tutte le rappresentazioni sensibili, si costruiscono le proposizioni sintetiche a priori fondamentali della geometria.

L'idealità di spazio e tempo è dunque una condizione necessaria affinché siano possibili giudizi sintetici a priori fondanti tutte le scienze compresa la fisica, le cui leggi prevedono anche l'applicazione della matematica alla natura, non è dunque come pensava Galilei la natura ad essere scritta in caratteri matematici bensì è la nostra sensibilità a strutturare il fenomeno in una forma matematica e geometrica.

Le forme a priori di spazio e di tempo non forniscono tuttavia ancora giudizi, ma solo il materiale di per sé incoerente, magmatico, rapsodico che necessita di intervento di una facoltà superiore, questa è trattata da Kant nella Logica trascendentale.

Esperiti nello spazio e tempo, i fenomeni sono pensati dall’intelletto. La capacità di pensare, in generale, è indagata dalla Logica trascendentale.

L’intelletto è una facoltà attiva del pensare, capace di unificare il molteplice sensibile tramite 12 categorie, i concetti puri ovvero le forme a priori dell’intelletto. L’intelletto tuttavia non intuisce, ossia non determina il contenuto del conoscere, che è fornito esclusivamente dalla sensibilità:

I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche. È quindi necessario tanto rendersi i concetti sensibili (cioè aggiungervi l’oggetto nell’intuizione) quanto rendersi intelligibili le intuizioni (cioè ridurle sotto concetti). (Kant, Critica della ragion pura)

Secondo Kant bisogna distinguere tra concetti impuri, o empirici, e concetti puri: mentre i primi sono quelli che usiamo maggiormente e sono dedotti a posteriori dall’esperienza il materiale sensibile, i secondo sono puri non deducibili dall’esperienza e hanno la funzione di imprimere al materiale sensibile unità e pensabilità. Kant afferma che se i concetti fossero tutti impuri non vi sarebbero giudizi universali e necessari come quelli delle scienze, e a differenza di Aristotele afferma che i concetti puri, le categorie, non appartengono all’essere ma sono funzioni del pensiero.

Nell’Analitica dei concetti della Logica trascendentale, Kant deduce metafisicamente le categorie, o concetti puri dell’intelletto, dalle tipologie che il giudizio assume nella sua funzione logica, astraendo cioè da ogni suo contenuto.

Ogni giudizio è classificato secondo quantità, qualità, relazione, modalità.

 

Nel linguaggio kantiano, la deduzione trascendentale si prefigge di mostrare la legittimità di una richiesta o di un possesso a priori, nella fattispecie delle categorie dell’intelletto.

Le categorie dell’intelletto sono legittime perché senza di esse non sarebbe possibile per il soggetto alcun oggetto di esperienza, ossia non sarebbe ammissibile alcuna conoscenza oggettiva. Se le categorie non si applicassero, infatti, alle intuizioni sensibili, ogni conoscenza rimarrebbe irrimediabilmente particolare e soggettiva, perché originata esclusivamente da esperienze sensoriali.

Nella deduzione trascendentale, Kant mostra perciò come sia il soggetto a unificare il molteplice sensibile e non quest’ultimo a determinare il giudizio. Principio di unificazione originaria del molteplice sensibile è l’unità della coscienza, un «io penso», un’appercezione trascendentale, un’unità sintetica originaria che affianca l’operazione di sintesi delle categorie. L’esperienza è sempre unificata, giudicata dall’io, dal soggetto, le cui categorie dell’intelletto sussumono a priori un oggetto dell’intuizione sotto un universale. La deduzione trascendentale limita perciò l’ambito di legittimità delle categorie entro i limiti dell’esperienza possibile, ossia entro l’orizzonte dei fenomeni.

L’io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni; che altrimenti verrebbero rappresentato in me qualcosa che non potrebbe essere per nulla pensato, il che poi significa appunto che la rappresentazione o sarebbe impossibile, o, almeno per me, non sarebbe. (Kant, Critica della ragion pura)