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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Gli esponenti principali in campo etico e politico dell’Illuminismo inglese, oltre a David Hume, sono: Il conte di Shaftesbury (Anthony Ashley Cooper), Francis Hutcheson, Jeremy Bentham e Adam Smith.

Shaftesbury (1671-1719) stenuo combattente del fanatismo religioso, critica il pessimismo antropologico di Hobbes ed afferma che l’uomo è un essere intimamente socievole ed altruista. Di conseguenza critica anche l’idea di Locke della mente come tabula rasa affermando che l’uomo ha in sé dei principi e dei valori innati non derivabili dall’esperienza come quello della “simpatia” ovvero quel sentimento insito nell’uomo che genera spontaneamente l’impulso ad associarsi con gli altri uomini e ad armonizzarsi all’ordine della natura.

Francis Hutcheson (1694-1746) afferma l’esistenza di un “senso morale”, una sorta si sesto senso, insito nell’uomo che ci permette di giudicare le azioni come belle o brutte, virtuose o viziose. Questo senso morale è all’origine della socievolezza dell’uomo e della sua capacità di valutare eticamente i comportamenti. Egli cercò, in virtù dell’idea illuminista che la ragione riguardasse ogni ambito della natura umana, di dimostrare che la vita morale dell’uomo è governata da precise regole e norme di cui si può dare una descrizione scientifica. Tra esse la regola principale consiste nel “calcolo” dell’“interesse”, l’uomo tende in base alla sua ragione ad agire in modo da ricercare un equilibrio tra l’interesse e la felicità individuale e l’interesse e la felicità collettiva:

Da queste osservazioni possiamo vedere quali azioni il nostro senso morale raccomanderebbe principalmente alla nostra scelta come più perfettamente virtuose: quelle che sembrano della tendenza più universale più ampia alla maggiore più vasta felicità di tutti gli agenti razionali a cui può arrivare la nostra influenza. (Hutcheson, Ricerche sull’origine delle nostre idee di bellezza e di virtù)

Dunque le azioni che sono approvate dal “senso morale” sono quelle che tendono alla maggior felicità possibile. Questo concetto del raggiungimento della massima felicità possibile per la collettività sarà fatta propria dagli utilitaristi.

Jeremy Bentham (1748-1832) può essere considerato il fondatore dell’utilitarismo. Secondo Bentham la ragione umana ci guida lontano dal male e verso la ricerca del bene. Per “bene” Bentham intende l’utile che si articola in utile individuale e utile sociale, rispecchiando la doppia natura dell’uomo caratterizzata dal suo essere al contempo individuo e membro di una società. Per realizzare a pieno l’utile pertanto è necessario seguire un giusto mezzo tra la dimensione individuale e quella sociale, questo è possibile se si segue il principio, anticipato da Hutcheson, di realizzare la maggior felicità per il maggior numero di persone.

la migliore azione possibile è quella che procura la maggiore felicità per il maggior numero di persone; e la peggiore quella che, similmente, genera la miseria (Hutcheson, Ricerche sull’origine delle nostre idee di bellezza e di virtù)

Essendo l’utile misurabile Bentham afferma che è possibile compiere un’analisi scientifica dell’agire umano. Questa analisi mostra che esiste un logica dell’azione morale che permette di calcolare aritmeticamente il piacere e il dolore che un determinato comportamento produrrà.

Adam Smith (1723-1790) sul piano prettamente morale e d etico riprende la teoria della “simpatia” di Shaftesbury affermando che grazie ad essa l’individuo ha la capacità di immedesimarsi nell’altro pertanto la vita morale dell’individuo si configura come intersoggettiva. Questa prospettiva genera nell’individuo uno “spettatore imparziale” che funge da giudice delle azioni moderando gli impulsi egoistici dell’uomo. Ciò garantisce che l'uomo è certo spinto da passioni, ma anche quando agisce “economicamente”, cioè per il proprio utile, egli è “spinto da una mano invisibile a promuovere un fine che non era stato previsto dalle sue intenzioni”: il bene di tutta l'umanità. Questo tema è ampiamente centrale nella sua opera di economia.

Smith estende dunque l’analisi razionalistica anche alla sfera economica nella sua celebre opera Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776).

L'opera principia con l'esame della divisione del lavoro, esemplificata col famosissimo caso della manifattura di spilli https://sites.google.com/site/sgazollo201415/_/rsrc/1416771310408/mod-11-letture-brevi/l02-la-fabbrica-di-spilli/Screenshot%202014-10-04%2017.27.49.png: dieci operai che compiono operazioni parcellizzate possono arrivare, nel caso studiato da Smith, a produrre complessivamente 48.000 spilli al giorno, mentre se:

avessero lavorato separatamente ed indipendentemente l'uno dall'altro, e senza che alcuno di loro fosse stato educato ad una speciale operazione, ciascuno di loro non avrebbe potuto produrre venti spilli, e forse nemmeno uno, in un giorno. (Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni)

http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/media/docs/0225.pdf

Da ciò deriva che il fattore decisivo per lo sviluppo della ricchezza delle nazioni è il lavoro. Ma nelle società sviluppate non è sufficiente trattare il fenomeno della ricchezza solo a partire dal lavoro impiegato nella produzione dei mezzi. Mentre, infatti, nelle società arcaiche il lavoro è l’unico metro di misura, nelle società avanzate esiste un valore d'uso e valore di scambio. Un bene utile come l'acqua può avere un valore di scambio bassissimo o nullo, mentre un bene inutile ma raro, come una pietra preziosa, può averlo altissimo. Questo dipende secondo Smith dalla legge della domanda e della legge dell’offerta ovvero il valore di una bene dipende da quanto il bene è richiesto e dalla sua disponibilità. Tuttavia Smith sostiene che è sufficiente la spinta al guadagno per regolare i rapporti di produzione perché nessuno produrrebbe né più di quanto richiesto né di meno perché così vedrebbe a diminuire il profitto, perciò l’economia si auto regola. Il liberismo di cui Smith è garanzia di ricchezza in virtù della capacità di autoregolarsi dovuta alla sapiente “mano invisibile” che regola i rapporti tra gli uomini.