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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Nel terzo libro Locke si accorge bene che “c’è une connessione così stretta fra le idee e le parole” che è impossibile indagare la conoscenza senza prima chiarire anche “la natura, l’uso e il significato del linguaggio”. Lo stretto legame dipende dalla convinzione che le parole siano “segni delle idee”, simboli che richiamano le idee delle cose. Il linguaggio nasce dunque dalla necessità di comunicare ed è, in quanto tale, convenzionale: a tal fine i nomi rendono generali e quindi comunicabili le nostre esperienze. I nomi generali sono dunque simboli di idee complesse che si formano attraverso un processo di astrazione o separazione che elimina quelle determinazioni che fanno di ogni idea un qualcosa di unico e particolare.

Reali non sono dunque le idee generali, ma i particolari concreti che esse rappresentano. Questa posizione è detta nominalistica ed in età moderna era stata difesa anche Hobbes e Gassendi.

Le essenze nominali sono perciò perfettamente conoscibili, perché sono gli uomini a elaborare, attraverso definizioni puramente linguistiche, che si riferiscono a idee generali o astratte. Ma in questo caso l’essenza si riferisce soltanto a un’idea generali di uomo e non indica l’essenza reale, che è la natura da cui dipendono tutte le sue proprietà, concrete e individuali. A differenza di un’idea generale, l’idea di sostanza intende infatti essere qualcosa di reale, ossia il sostrato, il supporto effettivo di qualità e operazioni individuali, concrete.

L’ultimo libro del Saggio indaga limiti e gradi della conoscenza umana. Per Locke conoscere significa percepire l’accordo o il disaccordo tra idee. Egli distingue tre modalità di conoscenza, che può essere intuitiva, se coglie immediatamente l’accordo o il disaccordo, dimostrativa, se concatena certezze intuitive, o sensoriale, se invece consiste nella sensazione attuale.

Tutta la nostra conoscenza più solida, secondo l’autore, dipende da queste modalità che, però, presentano gradi, limiti diversi di evidenza e confini di estensione. È evidente al massimo grado l’intuizione, mentre la conoscenza dimostrativa, le cui prove dipendono da intuizioni tra loro connesse, presenta minor chiarezza. Ma è da attribuire un’evidenza ancora minore alla conoscenza sensoriale, che rende certi dell’esistenza di qualcosa di reale ma senza dare garanzie di verità. Tuttavia Locke chiarisce che, anche il sapere più chiaro ed evidente (intuizione), ha comunque dei limiti.

Siccome, come abbiamo visto, conoscere significa confrontare idee, ecco che incontriamo il primo limite della nostra conoscenza: è impossibile avere conoscenza di ciò di cui non abbiamo idea. Ma, non soltanto la nostra conoscenza non può andare oltre le nostre idee, è perfino più ristretta di esse! Questo, il secondo limite, sta nel fatto che l’uomo non può estendere la conoscenza intuitiva a tutte le relazioni fra idee.

Laddove le idee non sono chiare e distinte, ma oscure e confuse, si vanifica la possibilità di avere evidenza intuitiva e dimostrativa. Il sapere certo ha, dunque, anche un confine ben preciso: nell’ambito della certezza, intuizione e dimostrazione riguardano soprattutto le idee, più che la realtà. Infatti i saperi come la morale, la matematica e la geometria hanno come loro oggetti idee complesse, che nascono e vengono elaborate dalla mente umana, per poi essere riferite e applicate alla realtà. Per Locke, quindi, noi non conformiamo le idee alla realtà ma, al contrario, conformiamo la realtà alle nostre idee.

La sola conoscenza che è in grado di mettere in contatto il mondo mentale delle idee e la realtà esterna è quella sensoriale, per mezzo di cui possiamo attestare l’esistenza di oggetti. Il limite della certezza sensoriale, però, è che solo l’attualità della sensazione permette di affermare con certezza l’esistenza delle cose esterne.

Noi, però, possiamo avere certezza intuitiva del nostro essere e certezza dimostrativa dell'esitenza di Dio. Possiamo, prima di tutto, essere certi del nostro io perché ne abbiamo conferma immediata e costante dall’esperienza: quando dubitiamo o, ancor di più, proviamo dolore, siamo tanto certi della nostra esistenza quanto dell’esistenza del dolore che proviamo. Ma anche l’esistenza di Dio, nonostante l’uomo non ne abbia alcuna idea innata, è perfettamente dimostrabile, in quanto, dal momento che qualcosa esiste, qualcosa deve esistere fin dall’eternità. Infatti è intuitivamente certo, proprio come nel caso del nostro esistere, che dal nulla non nasce nulla e, poiché l’uomo non ha necessità di esistere, né dall’uomo né dal nulla può aver avuto inizio la propria esistenza. La nostra esistenza ha bensì origine da Dio, l’ente che esiste necessariamente di per sé.

Di Dio possiamo anche sapere che si tratta di un ente pensante, perché è causa dell’uomo che è pensante (e l’effetto non può essere più reale della sua causa), ma anche che è immateriale, questo perché, come aveva affermato anche Cartesio, è impossibile attribuire alla materia un’autonoma e spontanea capacità di agire.

Non è possibile conoscere la sostanza, e quindi l’intima essenza, non solo delle cose che esistono fuori di noi, ma anche dell’io e di Dio: il nostro sapere rimane perciò estremamente circoscritto e limitato e, di conseguenza, pur essendo sufficiente a soddisfare tutti gli scopi umani, la comprensione dell’intelletto è estremamente ridotta. Locke osserva che il nostro intelletto è come una candela, che è capace di far luce intorno a noi ma non può certo eguagliare l’intensità della luce solare.

Perfino la questione che riguarda la materialità o l’immaterialità della mente umana non è risolvibile con assoluta certezza poiché, seppure è irragionevole pensare -come Hobbes- che la materia abbia il potere autonomo di pensare, non possiamo comunque escludere che Dio, nella sua onnipotenza, abbia aggiunto al cervello questo potere eccezionale.

Oltre che di conoscenza intuitiva, dimostrativa e sensibile, Locke parla anche del vasto sapere probabile, in cui la concordanza tra idee è solo supposta. Con questo si vuole affermare che, della realtà, non si avrà mai scienza, ma soltanto conoscenza probabile. Il giudizio umano compensa, infatti, ciò di cui non può essere completamente certo soppesando diversi gradi di probabilità.

Giunto a questo punto, Locke, rielaborando una distinzione già formulata da Boyle, individua un ambito del sapere in accordo con la ragione, un altro contrario e, infine, uno superiore alla ragione, che è proprio della fede. Egli distingue quindi tra proposizioni costruite su idee chiare e perfette, che costituiscono l’ambito della conoscenza razionale, proposizioni contrarie alle nostre idee chiare e perfette, che risultano estranee sia alla ragione che alla fede e, quindi, non hanno alcuna validità conoscitiva e, infine, proposizioni superiori alla nostra ragione, esse rappresentano l’ambito di competenza della fede, una conoscenza rivelato per via sovrannaturale, a cui la ragione, da sola, non sarebbe mai potuta pervenire. Ma, benché superiori, i contenuti della fede non sono contrari a quelli della ragione, dunque non è giustificabile, a parere dell’autore, il fanatismo religioso, che spinge a credere nell’assurdo.

Ne La ragionevolezza del cristianesimo (1689), Locke mostra come il cristianesimo, se liberato dai dogmi inutili, non sia affatto in contrasto con la ragione. Locke individua nella Fede in Cristo e nel suo messaggio salvifico l’unico dogma costitutivo di ogni cristiano; il cristianesimo è quindi ragionevole perché, seppur non può essere provato, non propone niente di irrazionale.