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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Oltre ad essere il padre dell’empirismo Locke può essere considerato il fondatore del liberalismo, ossia di quell’atteggiamento etico-politico che, in opposizione all’assolutismo, concepisce il potere politico dello Stato come strumento volto a garantire la libertà del singolo cittadino.

Le più importanti opere etico-politico di John Locke sono i Due trattati sul governo (1690), che propongono una completa analisi del fondamento della società civile e del potere politico e che sono stati composti contemporaneamente agli eventi politici che portarono l’Inghilterra a diventare una monarchia costituzionale moderna.

Il primo dei Due trattati di Locke è una risposta polemica all’opera di Robert Filmer che, nel suo Patriarcha or the Natural Power of Kings (1680), aveva difeso l’assolutismo monarchico e il diritto divino dell’autorità del sovrano. Locke contesta queste argomentazioni opponendo il principio secondo cui, per natura, tutti gli uomini sono liberi e uguali; nessuno, infatti, nasce investito del diritto di comandare e governare sugli altri.

Il secondo trattato spiega dettagliatamente come la società civile sia istituita da un patto consensuale fra gli uomini, un libero contratto con cui tutti gli uomini escono dallo stato di natura e si impegnano a sottomettersi alle decisioni della maggioranza, sposando le tesi contrattualisti di Hobbes.

Per quanto riguarda, invece, lo Stato di Natura esso non è né una sorta di paradiso perduto dal quale gli uomini non si sarebbero allontanati né uno stato di guerra perpetua, come sosteneva Hobbes. Lo stato di natura è semplicemente insicuro, perché, seppur al suo interno vigano delle regole fondamentali che riguardano in particolar modo i diritti naturali o fondamentali dell’uomo (il diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà), il rispetto di questi diritti è alquanto precario. Nello stato di natura, la proprietà rischia di essere espropriata con la forza e la vita e la libertà sono minacciate dall’aggressività altrui, inoltre nessuno riesce da solo a soddisfare compiutamente ai propri bisogni (produrre cibo, costruirsi un alloggio, difendersi, creare gli strumenti per lavorare…ecc).

La società civile nasce perciò per difendere i diritti di natura dei suoi associati tramite la creazione di un potere politico, ossia lo Stato, che sia in grado di dare a tutti garanzia e sicurezza, oltre che permettere la cooperazione tra i vari individui facilitando il soddisfacimento dei propri bisogni. L’origine e i fini dello Stato implicano anche che il potere dei governanti non sia illimitato, ma che essi debbano agire in funzione del bene comune e non della coscienza altrui, che non può essere imposta da nessuna legge dello Stato che, al contrario, promuoverà una politica di tolleranza. Queste tematiche sono presenti nella Lettera sulla tolleranza (1689), dove Locke sostiene appunto che lo Stato non ha alcun potere sulla religione, che è un fatto strettamente privato, e che, anzi, la tolleranza debba essere considerata il tratto distintivo della “vera Chiesa”, la cui virtù suprema è la carità.

Quindi, a parere di Locke, è di fondamentale importanza per il buon andamento dello Stato la netta separazione tra politica e religione. Tuttavia l’autore ricorda che, seppure la religione sia un fatto privato, il credente è comunque prima di tutto un cittadino e dunque, come si legge nella stessa Bibbia, in Matteo 22:21 ‘[…] Rendete dunque a Cesare (inteso qui come lo Stato) quel che è di Cesare […]’, sarà prima di tutto tenuto a rispettare le leggi e a pagare le imposte dello Stato in cui vive, anche se -in caso di abusi- è diritto della cittadinanza insorgere e, se necessario, rovesciare il governo.

Ad ogni modo, per tutelare lo Stato, non possono essere accettate le religioni che abbiano dogmi e pratiche che si pongono in contrasto con le leggi della società. In particolare, Locke sostiene che le religioni che sono governate da un capo straniero andrebbero proibite, qui l’autore fa esplicito riferimento alla Chiesa cattolica di Roma. Anche l’ateismo è giudicato duramente e visto con sospetto in quanto, secondo Locke e i suoi contemporanei, è la religione a fornire all’uomo le norme morali e, di conseguenza, chi non crede in Dio, è considerato privo del rispetto di tali norme e, quindi, un pericolo per la stabilità dello Stato.