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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Galileo è il più grande tra i fondatori della Scienza moderna, se si eccettua, forse, Newton. Nacque circa nello stesso momento in cui Michelangelo moriva, e morì nell'anno in cui nacque Newton. Raccomando questi fatti a coloro (se esistono) che credono ancora nella metempsicosi. (B. Russell, Storia della filosofia occidentale)

Galileo Galilei nasce a Pisa il 15 febbraio 1564 da un antica famiglia fiorentina, figlio di Vincenzo Galileo un valente musicologo (chi sa se pitagorico o meno…). Principia gli studi in medicina, ma ben presto li lascia per dedicarsi come autodidatta allo studio della matematica sotto la supervisione di un amico del padre Ostilio Ricci, che era stato allievo di del grande matematico rinascimentale Niccolò Tartaglia (l’ideatore del procedimento di risoluzione dell’equazioni di terzo grado, ovvero fare qualcosa che non era riuscita ai greci). Alla fisica invece fu istradato da Francesco Bonamico dal quale apprese la cosmologia e la centralità dello studio del problema del moto. Più che alla matematica teorica il giovane Galileo si appassiona alla matematica applicata. Tornato a Firenze nel 1585 approfondì gli studi di matematica, filosofia e letteratura. Ivi rimase fino a quando ottenne nel 1589 un posto di lettore di matematica all’Università di Pisa, ancora poco per l’ambizioso Galileo. In questi anni pisano-fiorentini scrive prevalentemente critiche alle opere letterarie o simile, passa dallo studio sulle dimensioni dell’inferno dantesco a quelle sulle considerazioni sul Tasso ed Ariosto. Secondo la testimonianza del biografo galileiano Vincenzo Viviani è in questo periodo che Galileo formula anche le sue prime tesi sul moto del pendolo, osservando il famoso candelabro della cattedrale pisana. Lo studio sul pendolo può essere usato come esempio per introdurre il nuovo metodo di Galileo, poi sviluppato con precisione nel Saggiatore. http://www.hoepliscuola.it/media/file/sfoglialibro/9788820361204/files/assets/basic-html/page20.html

Ma Finalmente nel 1592 ottiene la nomina a professore di matematica presso l’università di Padova. Sono anni difficili sul piano economico, come Keplero Galileo arrotonda facendo oroscopi e occupandosi di astrologia, ma malgrado gli stenti i diciotto anni padovani sono i migliori della vita di Galilei, gli anni che lo renderanno famoso. http://www.affaritaliani.it/static/upl2017/oros/oroscopo-ape-210.jpg

Secondo gli studi di Alexander Koyré su Platone e Galileo, il pensiero del filosofo è intriso della filosofia platonica. Ci ricorda in proposito Graziella Vescovini che:

 Nel saggio su Galilei e Platone, che è del 1943, Koyré mette in luce questa idea, per cui la rivoluzione scientifica operata da Galileo sarebbe consistita nella espressione di una diversa forma mentis, nella ripresa del primato della matematica come idea reale e costitutiva del mondo fisico: ossia afferma la dottrina che il linguaggio della scienza è matematico, che l’esperimento è secondario rispetto alla teoria, che la formalizzazione matematica precede i fatti.

Non importa quanto questa affermazione sia profonda, certo è che Galileo non rinuncia all’idea pitagorica della natura come espressione del numero, il quale è se non l’essenza l’alfabeto nella quale è scritta, ne tanto meno all’idea di armonia della medesima, ne è riprova che non abbandonerà, nemmeno dopo aver conosciuto l’opera di Keplero, l’idea dei moti circolari uniformi dei pianeti. Nel 1596 Galileo scrive una lettera a Keplero che gli aveva inviato la sua opera il Mistero Cosmografico, in quella lettera lo ringrazia e confessa all’astronomo tedesco che anche lui è copernicano e che anzi a raccolto prove sulla verità di quella teoria.

Nel 1609 Galileo, avuta la notizia dell’invenzione di un oggetto che rendeva grandi le immagini lontane, ne costruisce uno proprio con il nome di perspicillum cioè in italiano occhiale. Dopo averlo testato, osservando oggetti terrestri, il 24 agosto scrisse al Doge e al senato di Venezia della sua invenzione (per onore del vero rilevandone l’utilità militare); l’invenzione fu approvata e diffusa, a Galileo fu innalzato lo stipendio a 1000 fiorini e fu offerta una cattedra a vita.

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Quando Galileo rivolge finalmente al cielo il suo cannocchiale ha una capacità di ingrandimento di 1:20 questo gli consenti di effettuare le sue prime grandi scoperte: che la via Lattea è un insieme di stelle, i quattro satelliti di Giove, l’irregolarità della superfice lunare e cosa importantissima che le stelle fisse a differenza dei pianeti non venivano ingranditi a forma di disco ma rimanevano puntiformi ciò significava che il cosmo era immensamente grande e le stelle non erano tutte alla stessa distanza. http://www.astrosurf.com/cosmoweb/sistemasolare/pianeti/files/giove1.jpg

Dopo queste osservazioni Galileo decide di pubblicare la sua prima opera astronomica nel marzo del 1610 il Sidereus Nuncius dove nell’introduzione sono anticipate le scoperte di Galileo e soprattutto viene sottolineato che esistono corpi, i satelliti di Giove appunto, che orbitano attorno ad altri astri celesti. Inoltre Galileo afferma, come sapevano i pitagorici, Copernico e Keplero, che Venere ed i pianeti sono illuminati dal Sole e non risplendono di luce propria. Infine osserva la strana conformazione di Saturno che sembra composto di tre corpi vini tra loro e due corpi minori laterali che appaiono e scompaiono ad intervalli regolari, ma il cannocchiale non gli permette di comprendere a fondo il fenomeno.

A questo punto Galileo lascia Padova e torna a Firenze dove è nominato Filosofo e Matematico dal granduca di Toscana Cosimo II de’ Medici. Nel 1611 si reca a Roma ed incontra i gesuiti ed altri membri dell’Accademia dei Licei (di cui entra a far parte il 25 aprile di quell’anno). In un primo momento i gesuiti, se pur con riserbo, approvano il lavoro dello scienziato. A questo punto Galileo, convinto di avere elementi indiscutibili, inizia a diffondere e a sostenere il copernicanesimo, anzi fa di più cerca di convincere la Chiesa che la sua teoria è compatibile con il cattolicesimo asserendo che essa non intacca la verità delle scritture ma solo la loro interpretazione che è umana. A partire da questo momento i rivali di Galileo, probabilmente invidiosi del successo, iniziano a muovere le prime accuse di eresia, in particolare il padre domenicano Niccolò Lorini che nel 1612 lancia la prima accusa pubblica, ripresa due anni dopo dal domenicano Tommaso Caccini. Galileo crede di correre ai ripari inviando quattro lettere una a Benedetto Caselli, due a monsignor Dini, e una a Cristina di Lorena dove sostiene la diversità tra linguaggio scientifico e religioso, dove esplica puntualmente le tesi di Copernico ed infine sull’interpretazione del testo biblico. Queste lettere probabilmente fecero allarmare ulteriormente la Curia romana che lo convoco a Roma nel 1616. Va rammentato che a capo dell’Inquisizione romana c’è l’istituto del Sant’Uffizio capeggiato dal Cardinale Roberto Bellarimo, lo stesso che aveva guidato il processo contro Giordano Bruno. Egli fu dissuaso dall’ambasciatore fiorentino a cercare di convincere la Curia romana riguardo alle sue tesi, non è ben chiaro se l’Inquisizione esplicitò il divieto a Galileo di diffondere il pensiero copernicano quovis modo (in qualunque modo), e ciò sarà oggetto del processo del 1633, fato sta che in quella circostanza il 26 maggio del 1616 Bellarmino licenziava e assolveva dal reato di eresia Galileo senza richiedere alcuna ritrattazione.

Tornato a Firenze Galileo riprende la sua attività, per altro innescando subito una nuova polemica con il gesuita Grassi nel 1619 che difende il sistema tyconico in occasione del passaggio di 3 comete (per onor del vero nella relazione Discorso delle comete Galileo appoggia Aristotele in opposizione a Brahe, ma la sua vis polemica è troppo marcata per perdere un occasione di scontro con gli scienziati della Chiesa). Nel 1623 Galileo diede alle stampe Il Saggiatore (chi sa se la stampa è resa più facile dalla morte di Bellarmino o dalla elezione a Papa dell’amico Maffeo Barberini, Urnabo VIII a cui il libro è dedicato). Nel Saggiatore, fatta eccezione per la riproposizione dell’errata teoria sulle comete, si respira tutta la nuova scienza di Galileo e la sua immagine del mondo. Questo è il celebre passo del Saggiatore dove è riassunta tutta la visione del mondo di Galileo:

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intendere la lingua, e a conoscere i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi e altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto

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In quest’opera egli precisa che il lavoro dello scienziato si articola in “sensate esperienze”, cioè la ricognizione dei fenomeni; “necessarie dimostrazioni” ossia la ricerca di cause in base ad ipotesi e deduzioni; il “cimento” cioè la verifica sperimentale che porta alla formulazione di nuove leggi. Inoltre ivi distingue tra qualità oggettive appartenenti ai corpi e qualità soggettive. Le prime sono quantificabili e risiedono nell’oggetto stesso come il peso o la grandezza. Le seconde dipendono dal soggetto e non possono essere quantificate, tolto il soggetto esse spariscono e i loro concetti sono meri nomi. Qui Galileo manifesta anche tutta la sua fiducia nella matematica, è tratta da quest’opera la celebre frase sul linguaggio matematico del mondo. La fiducia di Galileo nella matematica è figlia di convinzioni metafisiche di matrice platonica-pitagorica, anche Galileo nell’intimo crede che il mondo sia quanto meno interpretabile in termini di numeri e di rapporti.

Dal 1624 al 1630 Galileo si dedica alla scrittura di quello che sarà al contempo la sua fortuna e la sua rovina Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano. La sua fortuna perché quest’opera scritta in volgare rappresenta un grande capolavoro letterario, filosofico e scientifico. La sua rovina perché lo porterà di nuovo davanti all’Inquisizione e questa volta con conseguenze molto peggiori rispetto a quelle del 1616. Galileo con prudenza chiede il permesso di pubblicare l’opera, permesso che giunge nel 1632, dopo che i censori ebbero rivisto ed eliminato alcuni passi, con la nota che si tratta solo di opinioni per salvare le apparenze (posizione sostenuta già da Tolomeo e dallo stesso Copernico) . Il 21 febbraio del 1632 l’opera è stampata.

Il libro era scritto sotto forma di dialogo fra tre personaggi. Salviati, Sagredo e Simplicio che discutono per quattro giorni sui due sistemi: Salviati incarna Galilelo, attento ai fatti e alla matematica; Simplicio un aristotelico ispirato a Colombe; Segredo un personaggio neutro che sceglieva via via tra le argomentazioni migliori (quasi sempre quelle di Salviati)

Il Dialogo non è un libro di astronomia nel senso che espone un sistema planetario. Tutto è rivolto a dimostrare la verità della cosmologia copernicana e a chiarire le ragioni che rendono insostenibile la cosmologia e la fisica aristotelica, esso non affronta i problemi dei moti dei pianeti e di una loro spiegazione

Nella prima giornata Galileo muove argomenti contro la distinzione tra corpi celesti e corpi terrestri. Nella seconda è discussa la rotazione diurna della Terra. Nella Terza la rivoluzione annuale della terra intorno al Sole. In queste pagine viene sviluppato il concetto di relatività e il principio d’inerzia. L’argomento è quello più volte presentato da altri autori, infatti, in mancanza di punti di riferimento fissi (come già aveva detto anche Cusano) non si può stabilire quale tra due corpi sia in moto e quale sia fermo, ma Galileo lo formula in modo preciso e rigoroso tant’è che proprio da lui prende il nome di relatività galileiana: Galileo riprende l’esperimento della nave e mostra che su di una cabina di vascello, che non si trova né in fase di accelerazione né in fase di decelerazione, i moti dei marinai, come di oggetti che cadono al suolo, e ogni altra cosa non sono influenzati dal moto comune della nave; allo stesso modo il volo degli uccelli, come dei proiettili non è influenzato dal moto terrestre in prossimità del suolo. http://images.treccani.it/enc/media/share/images/orig/system/galleries/NPT/VOL_8/IMMAGINI/relativita_01.jpg

Nella quarta riprende un tema da lui già trattato sulle maree, che per Galileo rappresenta la prova inconfutabile del moto di rotazione della terra intorno al suo asse: egli immagina che il flusso ed il reflusso delle acque siano il frutto del moto rotatorio della Terra, oggi sappiamo bene che in realtà questo argomento è errato infatti le maree sono il frutto combinato della forza di gravità esercitata sulla Terra dalla Luna e dal Sole, peccato che Galilei lo ponga come argomento principale e per usare le parole di Frova «si tira la zappa sui piedi da solo». https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/61/PortoCovoJan07-4.jpg/220px-PortoCovoJan07-4.jpg

Ma non è l’argomento delle maree a rovinare Galileo quanto una sua maldestra riproposizione di alcuni argomenti che aveva udito dal Papa. Urbano VIII aveva infatti detto che Dio era onnipotente e ciò gli permette di far accadere i fenomeni in infinite modalità, da cui segue che l’osservazione dei fatti non porta alla verità, quindi l’uomo può utilizzare stratagemmi per predire i moti planetari, ma non conosce la verità. Galileo commise l’errore di mettere proprio in bocca a Simplicio la posizione del Papa, il personaggio che per tutto il dialogo era ridicolizzato e confutato. Ciò non è sicuramente sufficiente a spiegare perché Galileo venne nuovamente convocato dal Sant’Uffizio, ma sicuramente il Papa non lo impedì. Probabilmente erano stati i suo avversari gesuiti come Scheiner e Grassi ad insistere, fatto sta che Galileo giunge a Roma nel 1633, l’ormai anziano scienziato (aveva pressoché settant’anni) sottoposto a durissimi interrogatori, si vede costretto a cedere. Sicuramente Galileo era memore della fine di Giordano Bruno e quindi accettò una condanna durissima che fu resa pubblica il 22 giugno al celebre convento di Santa Maria sopra la Minerva ove pronunciò l’abiura. Seguirono gli arresti domiciliari, se pur nel tempo attenuati (nel 1636 gli fu permesso anche di incontrare il filosofo Thomas Hobbes), e con essi il lento declino dell’uomo (soprattutto dopo la morte della figlia Virginia nel 1634) ancor più che dello scienziato, che infatti prosegui in silenzio il suo lavoro scientifico coadiuvato da Vincenzo Viviani prima e da Evangelista Torricelli poi. Si Spense l’8 gennaio del 1642.

Sul piano prettamente astronomico Galileo era arretrato, e non di poco rispetto, a Keplero del quale non ebbe mai la pazienza di leggere gli scritti con la necessaria profondità. Inoltre la rotondità dei moti così come il centro della terra sono ancora importanti per Galileo. Tuttavia senza l’opera di Galileo, e senza quella di Keplero, difficilmente, appena 45 anni dopo la scomparsa della scienziato italiano, avrebbero visto la luce i Principi matematici di filosofia naturale di Newton.