Per suggerimenti e osservazioni scrivi a:

info@storiadelleidee.it

Si ricorda a tutti i visitatori che il sito è in costruzione, ci scusiamo per i numerosi refusi causati dalla dattiloscrittura/dettatura vocale, il materiale presente deve ancora essere revisionato. Lo scopo del sito è didattico i materiali pubblicati o visibili tramite link sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori o gestori.

Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

Amici e collaboratori stanno contribuendo alla realizzazione.

Thomas Hobbes nacque a Malmesbury, in Inghilterra, nel 1588. Viaggiò a lungo in molti paesi europei, e nel 1636 poté visitare Galileo che si trovava confinato ad Arcetri dopo la condanna del 1633. Trascorsevari anni in Francia, ove godette anch’egli della preziosa amicizia di padre Mersenne che lo convinse a presentare in forma di trattato le sue critiche al cogito ergo sum di Cartesio mitigandone la vena polemica.

Hobbes partecipò attivamente alle lotte politiche che travagliarono la società inglese del suo tempo. http://www.infonotizia.it/salviamociperporru/wp-content/uploads/2016/02/Riassunto-sulle-Cause-della-rivoluzione-inglese-appunti-di-storia.jpg Tenace sostenitore del Re nel 1640 Hobbes lascia l’Inghilterra dopo aver pubblicato gli Elementi di legge naturale e politica, un testo favorevole alla politica assolutista del monarca, nel mezzo dello scontro tra il Re, Carlo I Stuart, e il Parlamento. Ritornerà in patria solo nel 1651. Malgrado alcuni aspri urti sorti fra lui e i realisti di stretta osservanza, che lo accusavano di aver difeso l'assolutismo in forma tale da poter venire interpretato a favore di Cromwell anziché a favore del solo potere regio, fu, dopo la restaurazione della monarchia, vivamente protetto dal re Carlo II, di cui vari anni prima era stato insegnante di matematica. Morì ultranovantenne nel 1679.

Hobbes iniziò lo studio di Euclide all'età di quarant'anni circa, cioè verso il 1630, e ne rimase affascinato a tal punto, che da quel momento in poi considerò il tipo di argomentazione matematica come l'esempio più perfetto di razionalità, da prendersi a modello di ogni discorso rigorosamente scientifico. Da qui nasce anche la sua profonda ammirazione per Galileo, che aveva saputo imprimere una forma rigorosamente matematica alla teoria del moto. Egli cercò di costruire la sua filosofia su queste stesse basi. Nel 1637 Hobbes si propone di trattare in un’opera tripartita le leggi della materia, dell'uomo e dello Stato con metodo quanto più possibile deduttivo, sulla base appunto delle leggi generali del moto. Nel 1642 pubblica il De cive che trattava la politica; in seguito venne pubblicata nel 1655 il De corpore, dove sono contenute anche le concezioni logiche di Hobbes; nel 1658 pubblica infine il De homine. Nel frattempo pubblica la sua opera più famosa che ha come tema la politica il Leviathan 1651, che subito gli procurò la massima celebrità. Il titolo richiama il nome di un mostro gigantesco della narrazione biblica che simboleggia il potere assoluto dello Stato. L’obiettivo di Hobbes era quello di fondare una comunità sociale ordinata e pacifica basata su una filosofia razionale con la quale siano espunte le credenze sovrannaturali, l’autorità della chiesa e le credenze popolari.

La teoria della conoscenza

La ragione nell’uomo è, secondo Hobbes, funzionale al soddisfacimento dei propri bisogni. Questo avviene perché la ragione ha la possibilità di prevedere, calcolare, quali eventi si verificheranno in base a determinate condizioni. Pertanto la ragione è uno strumento che può fornire all’uomo i mezzi per raggiungere i propri fini. È in questo senso che il ragionamento è definito da Hobbes come un calcolo. Lo stesso linguaggio umano equivale ad un calcolo quando è usato correttamente.

Il linguaggio secondo Hobbes si forma per rendere stabili i pensieri, per ordinare i flussi di coscienza che scaturiscono dall’esperienza e interagire con gli altri esseri per realizzare i propri fini e soddisfare i propri bisogni.

Hobbes aderisce al nominalismo, ovvero all’idea che i segni linguistici, le parole, sono segni convenzionali. Questi non nascono in virtù della presenza di idee innate e nemmeno dalla presenza di universali che trascendono l’esperienza, ma sono il frutto di generalizzazioni delle esperienze, ogni termine esprime e sintetizza proprietà che appartengono agli oggetti. Noi attribuiamo il concetto di animale a tutti quegli esseri che sono accumunati da un certo numero di proprietà.

Posto che il pensiero è calcolo esso può essere rappresentato sotto forma somme e sottrazioni di concetti, per esempio quando io penso all’uomo penso alla somma di corpo+animato+razionale, mentre quando penso ad una pietra penso ad un corpo-animato+solido. https://cdn.studenti.stbm.it/images/2016/08/29/calcolo-percentuale_300x200.jpeg

In questo senso, infatti, la ragione non è altro che il calcolo (cioè l’addizionare e il sottrarre) delle conseguenze dei nomi generali che sono stati stabiliti di comune accordo per notare e significare i nostri pensieri. (Hobbes, Leviatano)

Essendo il linguaggio convenzionale il sillogismo non può mai essere un ragionamento assoluto, che prescinde dall’esperienza, perché opera su dei concetti convenzionali e non su delle entità universali, per tanto:

non potrò mai affermare in modo dichiarativo

che tutti gli uomini sono corpi animati,

le pietre sono corpi inanimati,

quindi gli uomini non sono pietre,

ma solo in modo ipotetico

che SE tutti gli uomini sono corpi animati,

SE le pietre sono corpi inanimati,

SE qualcosa è uomo non è pietra

Secondo Hobbes il ragionamento, la componente razionale dell’uomo, serve a individuare la causa efficiente di un fenomeno e la conoscenza è effettivamente conoscenza delle cause. Se la ragione serve a prevedere gli eventi in vista dei nostri scopi e soddisfacimento dei nostri bisogni allora è necessario conoscere le cause degli eventi, così che al presentarsi di un evento-causa si possa prevedere l’effetto che produrrà.

Hobbes tuttavia non crede che vi possa essere una conoscenza perfetta delle cause di ogni sapere. Secondo Hobbes l’uomo ha una conoscenza perfetta solo delle cose artificiali da lui prodotte come la matematica e la geometria, la politica e l’etica dove gli effetti sono determinati da regole convenzionali nel primo caso, o, nel secondo caso, da leggi e convenzioni scelte dall’uomo stesso.

Anche l’etica e la politica, d’altronde, cioè le scienze del giusto e dell’ingiusto, dell’equo e dell’iniquo, si possono dimostrare a priori; in quanto che i principi grazie ai quali si conosce cosa siano il giusto e l’equo, e per contro l’ingiusto e l’iniquo, cioè le cause della giustizia, e precisamente le leggi e i patti, li abbiamo fatti noi. (Hobbes, De Homine)

Mentre ha una conoscenza parziale e probabilistica delle cose naturali che non dipendono dall’uomo ma da Dio. Delle prime si ha una conoscenza a-priori delle cause, in quanto generate dall’uomo non c’è bisogno dell’esperienza per sapere quale causa generà un effetto, si procede pertanto in modo deduttivo dalle cause agli effetti. Delle seconde si ha una conoscenza a-posteriori ovvero solo attraverso l’osservazione ripetuta di eventi ed esperienze è possibile individuare delle cause probabili dei fenomeni partendo dall’osservazione degli effetti. In questo caso si procede in modo induttivo dal particolare al generale e le conclusioni sono probabili perché un stesso effetto può essere il prodotto di cause diverse e quindi la verità non risiede nella causa ma solo nell’effetto ovvero nel fatto stesso che si verifica di fronte ai nostri occhi. http://e-ducativa.catedu.es/44700165/aula/archivos/repositorio//3750/3993/html/apriori.gif

Sulla base di questa teoria della conoscenza Hobbes esclude che si possa per via razionale avere una qualche conoscenza di Dio, che cade necessariamente oltre la possibilità del conoscere dell’uomo, perché Dio e causa di se stesso e noi non possiamo pervenire in alcun modo (né a-posteriori né a-priori alla sua causa).

Il materialismo e il determinismo

Hobbes intende fondare la sua filosofia razionale sul modello della geometria euclidea; egli stabilisce che alla base della sua descrizione della realtà vi sono due soli elementi, scelti per la loro semplicità e evidenza, il corpo e il movimento.

Nello studio della realtà fisica Hobbes vuole eliminare tutti gli aspetti qualitativi e finalistici le quali non hanno la caratteristica dell’oggettività e della misurabilità.

Per Hobbes, che è uno dei fondatori del materialismo moderno, tutto è corpo e solo ciò che è corporeo esiste; oltre alla materia c’è il movimento che appartiene agli oggetti e è all’origine delle sensazioni. I concetti necessari per pensare gli oggetti sono, oltre alla materia, lo spazio e il tempo. Il primo è considerato come la rappresentazione di un qualcosa esterna ad un soggetto. Il secondo come la rappresentazione del movimento secondo il prima e il dopo. La geometria ha il compito di studiare le leggi matematiche del movimento. La fisica ha il compito di comprendere che cosa produce il movimento di un corpo in un altro. Hobbes come Galileo attribuisce il moto inerziale anche ai moti circolari. Nel campo della fisica rientra anche lo studio dell'essere vivente, esso non è sottoposto a leggi sui generis, ma può essere spiegato attraverso le sole leggi della fisica meccanica. Per Hobbes, dunque, l'intera realtà è materia, ossia un aggregato di elementi in rapporto meccanico tra loro.

Le impressioni sensoriali e percettive dipendono da particolari movimenti provenienti dai corpi esterni e sono dirette per il tramite dei sensi al cervello. L'immaginazione è un movimento celebrale che conserva e ricombina in un certo modo le immagini dei sensi. L'intelletto è la sua attività calcolatoria. L'emozione è un movimento di reazione causato da un oggetto esterno è rivolto verso l'interno del corpo che la prova. La volontà è un moto che come tutti i moti a una causa è un suo decorso.

A differenza di Cartesio che ammetteva idee innate, Hobbes afferma che ogni conoscenza deriva dai sensi e che l'anima stessa è materiale, dato che i suoi atti (sensazioni, pensieri, concetti) sono movimenti corporei dovuti alla stimolazione degli oggetti esterni. In sintonia con l'empirismo inglese, del quale può essere considerato precursore, Hobbes individua nella sensazione la fonte primaria del conoscere. La sensazione deriva dalla pressione che gli oggetti esercitano sugli organi di senso e, attraverso i nervi, sul cervello. Quando il movimento raggiunge il cervello, quest'ultimo reagisce con un contro-movimento, dando origine all'immagine dell'oggetto percepito. Le idee che restano nella memoria, e che costituiscono il materiale della conoscenza umana, sono dovute all'inerzia con cui i movimenti prodotti dal cervello in risposta al mondo esterno continuano a circolare nel corpo. Hobbes chiama queste immagini mentali con il nome di fantasmi (dal greco phàntasma, rappresentazione). Il contenuto delle immagini mentali non riguarda l'essenza della cose: i colori o i suoni che registriamo non colgono le proprietà delle cose in sé, ma sono il frutto del movimento meccanico di un corpo (l'oggetto) su un altro corpo (gli organi di senso).

Egli confuta l’evidenza del cogito ergo sum affermando che dall’affermzione "io sono una sostanza che pensa" non deriva necessariamente la conclusione"io sono una sostanza pensante”, infattila "cosa che pensa"non è necessariamente pensiero.

Io sono una cosa che pensa". Ben detto; poiché dal fatto che penso o dal fatto che ho un'idea, sia vegliando, sia dormendo, s'inferisce che io sono pensante. [...] Ma dove il nostro autore aggiun­ge: "cioè uno spirito, un'anima, un intelletto, una ragione", là nasce un dubbio. Poiché non mi sem­bra un ragionamento ben dedotto dire: "io sono pensante", dunque "io sono un pensiero"; oppure "io sono intelligente", dunque "io sono un intelletto" Poiché nella stessa guisa potrei dire: "io sono passeggiante", dunque "io sono una passeggiata". Il signor Des Cartes, dunque, prende la cosa in­telligente, e l'intellezione che ne è l'atto, per una medesima cosa; o, almeno, dice che è lo stesso la cosa che intende, e l'intelletto che è una potenza o facoltà di una cosa intelligente. Nondimeno tutti i filosofi distinguono il soggetto dalle sue facoltà e dai suoi atti, cioè dalle sue proprietà e dalle sue es­senze; poiché altro è la cosa stessa che è, ed altro la sua essenza. Può, dunque, darsi che una cosa che pensa sia il soggetto dello spirito, della ragione o dell'intelletto, e, pertanto, che sia qualche cosa di corporeo; ed il contrario di questa ipotesi è assunto, o postulato, ma non provato. (T. Hobbes, Obiezioni alle Meditazioni metafisiche di Cartesio) https://movieplayer.net-cdn.it/images/2011/08/17/passeggiata-romantica-per-maggie-gyllenhaal-e-hugh-dancy-in-hysteria-211887.jpg

La funzione di pensare, così come qualsiasi altra attività, non implica necessariamente che vi sia una sostanza particolare che la genera, può essere pur una proprietà o una funzione che scaturisce da un'altra realtà sostanziale. Il materialismo di Hobbes si colloca in una prospettiva radicalmente riduzionista. La ragione per lui non è la manifestazione di sostanza ma una funzione che appartiene all’uomo e in diversi gradi di sviluppo anche agli animali. Questa funzione è caratterizzata dalla capacità di prevedere cioè capire come comportarsi in vista di uno scopo, questa previsione, o presunzione del futuro è resa possibile dall’esperienza passata.

Anche i comportamenti morali e le valutazioni umane sono soggettivi e relativi all’individuo e alla situazione non esiste una distinzione ontologica tra bene e male fondata sulla natura delle cose, ma dipende dagli individui oppure da una autorità comunemente riconosciuta come lo Stato, un giudice, un arbitro. Bene è ciò che è piacevole, risultando favorevole alla conservazione della macchina del corpo; male è ciò che risulta invece dannoso: bene e male dunque non sono concetti assoluti, bensì relativi. L’uomo a sua volta non agisce in base a scopi o finalità, ma perché determinato da cause, da corpi esterni in movimento che interagiscono coi movimenti interni del corpo.

Ogni uomo, dal canto suo, chiama ciò che gli piace ed è per lui dilettevole, bene; e male ciò che gli dispiace; cosicché, dato che ognuno differisce da un altro nella costituzione fisica, così ci si differenzia l’uno dall’altro anche riguardo alla comune distinzione di bene e male. (T. Hobbes, Elementi di legge naturale e politica)

Da ciò deriva l’impossibilità del libero arbitrio, infatti la libertà è intesa esclusivamente come "assenza di tutti gli impedimenti all'azione" non esiste libertà del volere ogni scelta, ogni volizione è determinate da cause, le quali sono effetti di altre cause, la cui origine è infine esterna all’uomo.

Hobbes sostiene la dottrina della necessità, o del determinismo universale per la quale tutto ciò che è accaduto, accade e accadrà, nella natura fisica come nell’uomo, non poteva, non può, né potrà non accadere. https://www.swissact.com/wp-content/uploads/2015/08/DETERMINISMO.jpg

La politica

Per quanto riguarda la filosofia politica Hobbes appartiene al giusnaturalismo moderno che attribuisce il valore politico solo alle “leggi positive” dell’uomo e nega che nello stato di natura, dove vige il diritto naturale, si possa parlare di politica. Questa visione si contrappone all’idea di politica che era stata espressa da Aristotele. Secondo quest’ultimo, infatti, l’uomo oltre ad essere un animale razionale è un animale politico e la politica è già presente nello stato di natura e il diritto positivo (promulgato dagli uomini) deve conformarsi ad esso. Per Hobbes e i giusnaturalisti moderni le società politica è un costrutto artificiale che si pone come alternativa alla legge di natura.

Secondo Hobbes la creazione artificiale della società politica si rende necessaria per ovviare alla terribile condizione in cui si trova l’uomo nello stato di natura. Per Hobbes lo stato di natura è caratterizzato dal diritto di tutti su tutto questo porta necessariamente gli individui a scontrarsi generando uno stato di guerra bellum omnium contra omnes:

Cosicché, troviamo nella natura umana tre cause principali di contesa: in primo luogo la rivalità; in secondo luogo la diffidenza; in terzo luogo l’orgoglio […] Da ciò, appare chiaramente che quando gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga tutti in soggezione, essi si trovano in quella condizione chiamata guerra: guerra che è quella di ogni uomo contro ogni altro uomo (bellum omnium contra omnes). (Hobbes, Leviatano) https://www.ilvideogioco.com/wp-content/uploads/2014/01/euro_fb_soon_it.jpg

Il passaggio alla società civile è data dalla necessità per l’uomo di preservare quanto egli ha di più caro ovvero la sua stessa vita. Per questo l’uomo accetta di stipulare un contratto dal quale scaturisce lo Stato, il Leviatano, che ha il diritto di governare sulle sue parti e ricondurle all’ordine.

È questa la generazione di quel grande Leviatano, o piuttosto (per parlare con maggior rispetto) di quel dio mortale, al quale dobbiamo, sotto il Dio Immortale, la nostra pace e la nostra difesa […] In lui risiede l’essenza dello Stato, che, per darne una definizione, è: una persona unica, dei cui atti i membri di una grande moltitudine si sono fatti autori, mediante patti reciproci di ciascuno con ogni altro, affinché essa possa usare la forza e i mezzi di tutti loro nel modo che riterrà utile per la loro pace e per la difesa comune. (Hobbes, Leviatano)

Lo Stato è incarnato da un’autorità terza che governi sugli uomini limitando il loro diritto su tutto e stabilendo così i confini, limiti, alla proprietà dei beni di ognuno. Solo introducendo il potere politico come soggetto terzo e al di sopra delle parti è possibile limitare i conflitti, garantire la pace e preservare il diritto alla vita dell’individuo.

Dunque alla base del potere politico vi è:

-preservare la propria vita

-stabilire i limiti alla propria

-stabilire il soggetto reputato a far rispettare le leggi

Affinché sia possibile corrispondere agli obiettivi che si pone la società politica per Hobbes è necessario che gli uomini cedano la loro sovranità, la loro libertà assoluta e il loro diritto su tutto, ad un entità terza, ovvero ad un sovrano che assumerà il governo. Il sovrano a cui è delegata la sovranità dei cittadini avrà diritto di tutto su tutti. Ovvero sarà un sovrano assoluto al di sopra della legge legibus soluto.

Il sovrano dovrà essere al di sopra della legge perchè non può essere limitato nel suo diritto di tutto su tutti, che è la condizione affinché esso riesca a limitare la libertà e il diritto dei cittadini senza essere messo in discussione. Il cittadino subisce una limitazione del diritto alla libertà, ma è necessario affinché si possa difendere il più importante diritto alla vita: primum vivere. Il sovrano assoluto, secondo Hobbes, non ha interesse a sottrarre ai cittadini le ricchezze o ad abusare del proprio potere, proprio perché godendo della sovranità su tutto, tutto gli appartiene e non ha bisogno di incrementare a discapito di altri il proprio potere che è già illimitato.

Hobbes ha una visione pessimistica della natura umana, per cui si parla di pessimismo antropologico, probabilmente accentuata dai cruenti eventi che hanno colpito l’Inghilterra nel ‘600 (si pensi alla condanna a morte di Carlo I e alla dittatura di Cromwell). È rimasta nella storia l’espressione di Hobbes omo omini lupus che dichiara l’impossibilità per gli uomini di vivere in armonia tra loro in assenza di un potere politico che li sovrasti. https://www.kungfulife.net/wp-content/uploads/2015/03/lupi-lotta.jpg

Pertanto per il filosofo inglese l’assolutismo del sovrano è una condizione necessaria per evitare che la civiltà cada nel caos simile a quello presente nello stato di natura dove la vita di tutti sia dei Re sia dei semplici cittadini è perennemente in pericolo. Una volta delegata al Re la sovranità non è possibile recidere il patto tra sovrano e sudditi, i sudditi saranno costretti ad obbedire al sovrano anche quando non considereranno giusta la sua politica previo sfociare nuovamente in uno stato di guerra ed incertezza. L’unica situazione in cui viene meno il patto è quella in cui il sovrano venga preso prigioniero da un altro popolo, in tal caso esso non potrà più garantire l’ordine dello Stato e perciò il patto è da considerarsi sciolto. Inoltre il cittadino non può togliersi la vita sotto richiesta del sovrano, perché il sovrano è stato nominato proprio per preservare la vita dei sudditi. Ma ad eccezione di queste situazioni estreme i provvedimenti del sovrano sono indiscutibili.

Riassumendo le caratteristiche del potere politico in Hobbes esso sono:

– assoluto: non vi sono poteri, leggi o criteri di giustizia superiori. Giusto è ciò che le leggi positive comandano;

– indivisibile: se il potere fosse diviso, esisterebbero più Stati, più patti. Secondo Hobbes, dinanzi al potere dello Stato ogni cittadino è un suddito, non devono esistere ceti privilegiati;

– irrevocabile: il patto da cui nasce il potere politico è tra sudditi, non tra i sudditi e il sovrano, cosicché niente può giustificare la fine dello Stato.

Nello stato di Hobbes non viene limitata solo la libertà di azione dell’individuo, ma anche la libertà religiosa. Posto che secondo Hobbes per essere dei buoni cristiani è sufficiente credere nella figura del Cristo. Gli individui saranno sottoposti alla religione del sovrano, cuius regio, eius religio (per citare il motto della pace di Augusta), questo è necessario per evitare il possibile contrasto fra i due poteri; la proposta di Hobbes è dunque quella di inglobare il potere spirituale tra le prerogative di quello temporale, unico e indivisibile. Per questo nella famosa immagine che rappresenta lo Stato come un immenso gigante composto da tanti individui, il gigante ha in mano la spada che rappresenta il potere temporale e il pastorale che rappresenta il potere spirituale.

https://www.phaidon.com/resource/leviathan-by-thomas-hobbes-lead.jpg

I cookie rendono più facile per noi fornirti i nostri servizi. Con l'utilizzo dei nostri servizi ci autorizzi a utilizzare i cookie.
Ok