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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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La teoria dell’eterno ritorno è anticipata da Nietzsche nella parte finale del La gaia scienza, anche se sarà uno dei temi del Così parlò Zaratustra. Poco prima della pubblicazione del testo nel 1881, mentre si trova in Engadina a passeggio sulla riva del lago, Nietzsche ha un’idea, un’intuizione. L’dea ha alcuni presupposti, il primo che il mondo sia increato e quindi eterno, il secondo che sia composto da un numero finito di elementi, il terzo che tali elementi non possono essere distrutti ma solo aggregati e disgregati come gli atomi di Democrito. Posto che l’aggregarsi e il disgregarsi degli elementi è un fatto causale e casuale, visto che non è ammissibile né l’idea di un Dio né quella di un qualunque altro fine metafisico, allora ogni evento che accade corrispondente ad una determinata conformazione di elementi che potrà verificarsi ancora infinite volte. Cercando di parafrasare il pensiero di Nietzsche con un semplice esempio, immaginare che l’essere, la realtà sia come un pugno di riso lanciato sul pavimento e che questa azione sia ripetuta all’infinito, per quante siano le conformazioni assunte dal riso sul pavimento bisogna ammettere necessariamente che prima o poi si ripresenterà sul pavimento una conformazione che si è già presentata, e siccome i lanci sono infiniti, si ripresenterà infinite volte.

Nietsche al posto della visione lineare del tempo, che è propria della tradizione cristiana e soprattutto di quella agostiniana che legge la storia dell’umanità come storia che va dalla creazione, attraverso la venuta del Cristo, verso la fine della città degli uomini (del mondo) e si conclude con la realizzazione della Gerusalemme Celeste, sostituisce un’immagine ciclica del tempo.

L’idea non è del tutto originale, e riprende in parte il modello ciclico del tempo che avevano i greci, in particolare gli Stoici (che a loro volta lo avevano ripreso da Eraclito l’unico filosofo apprezzato da Nietzsche), ma Nietzsche riuscirà a trasformare un’idea esclusivamente fisico-cosmologica in qualcosa di molto più profondo. In primo luogo questo ripetersi degli eventi, questo eterno ritorno dell’uguale, permette a Nietzsche di eliminare dallo scenario dell’esistenza ogni valenza teleologica (finalistica) dell’agire: ogni azione che si compie non è volta ad un fine ma è il manifestarsi ciclico ed eterno di una determinata configurazione di elementi. In secondo luogo permette a Nietzsche di affermare che il senso, il valore di un’azione, di un vissuto non può che risiedere nell’azione e nel vissuto stesso non avendo uno scopo da raggiungere.

Il peso più grande - Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello? (Nietzsche, La gaia scienza).