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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Io penso e scrivo per i posteri e non per i miei contemporanei”

  1. Schopenhauer

Schopenhauer nasce a Danzica da un’agiata famiglia borghese, il 22 febbraio del 1788. Il padre, mercante, lo porterà in Inghilterra e proverà ad istradarlo verso il commercio. Tuttavia di li ha poco il padre morirà. Si parlò di un tragico evento, ma probabilmente fu un suicidio in parte dovuto alla presunta infedeltà della madre di Schopenhauer. Da quel momento Schopenhauer si dedicò completamente agli studi umanistici, da sempre preferita dalla madre. Schopenhauer pur condividendo con la madre gli interessi verso gli studi letterari e umanistici si troverà in conflitto permanente con essa, mentre manterrà un dolce ricordo del padre.

La madre, con il suo temperamento disinvolto, si trasferisce a Weimar si dedica promuovere un salotto letterario. Il giovane Schopenhauer viene lasciato appena diciassettenne ad occuparsi degli affari di famiglia mentre la madre nel suo salotto ospitava i più celebri intellettuali dell’epoca come i fratelli Grimm, i fratelli Schlegel, Wieland e soprattutto Wolfan Goothe. Oltre all’abbandono affettivo, ad incrinare i rapporti con la madre, vi fu anche la disinvoltura con cui ella si dedicava alla sua seconda passione ovvero circondarsi di quelli che oggi si chiamerebbero toy boy https://st.depositphotos.com/1979759/1989/i/950/depositphotos_19893243-stock-photo-a-woman-surrounded-by-men.jpg (cit. da Schopenauer ed Grandangolo, 2014), da cui forse scaturì la manifesta misoginia di Schopenhauer. (approfondimento http://www.uncommons.it/village/le-donne-di-schopenhauer-522) Sul ruolo della donna sentenzierà: la donna non è affatto adatta ad essere oggetto della nostra stima e venerazione, a tenere la testa più alta dell'uomo e ad avere gli stessi diritti

Solo dal 1807 Schopenhaur segue la madre a Weimar dove entra stringe una forte amicizia con Goethe, che tuttavia presto si incrinerà a causa dei tentativi del giovane filosofo di emergere che finiranno per irritare il vecchio Goethe.

Al raggiungimento della maggior età a 21 prese la sua parte di eredità e inizio a viaggiare in Europa e a soggiornare e vivere in differenti città tedesche per completare i suoi studi: da prima nel 1809 studia medicina all’università di Gottinga, nel 1811 si trasferisce alla facoltà di filosofia di Berlino dove assiste alle lezioni di Fichte e Schleiermacher. Nel 1813 si laurea a Jena. Dopo la laurea si trasferisce a Dresda e poi a Berlino, dove è libero docente presso l’Università.

La sua esperienza accademica non sarà felice quando nel 1818 in opposizione a Hegel,  che Schopenhauer considera un ciarlatano della filosofia, ebbe l'ardire di mettere le sue lezioni in contemporanea a quelle del filosofo dell'assoluto https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSwhCPODwIDrbWZtqdFqVcwC7pEo-CMzdgmaxaBK-3BxcZriAplEA

Nel 1831 scappa dall'epidemia di colera che coglie Berlino (quella che ucciderà Hegel) e si trasferisce a Francoforte che allora non aveva Università (quasi ad affermare che l'Università non era degna dei suoi insegnamenti).

Il periodo in cui si forma Schopenhauer è quello dell'occupazione francese da parte di Napoleone e la successiva restaurazione da parte del Congresso di Vienna. Si tratta di un momento estremamente cruento dove si scontrano da un lato le mire espansionistiche e imperialistiche dei francesi e dall'altro le diverse associazioni nazionaliste dei diversi territori tedeschi, che passarono rispettivamente dal dominio francese a quello austriaco e prussiano. Mentre questi fenomeni avevano indotto Hegel a immaginare un progresso e un evoluzione inarrestabile, portarono Schopenhauer ad una forma di pessimismo Radicale. Un pessimismo radicale che era assolutamente osteggiato dalla cultura tedesca del momento, che invece aveva visto nella filosofia progressiva ottimistica degli idealisti tedeschi il punto di riferimento per la riscossa della nazione tedesca. Questi fatti portarono all'insuccesso, in un primo momento, del pensiero di Schopenhauer.

Quando nel 1819 viene pubblicata la prima edizione del mondo come volontà e rappresentazione a causa della pesantissima critica ricevuta quasi tutte le copie finiranno al macero. Lo stesso Wolfgang Goethe finirà per disprezzare il sistema del giovane allievo. Soltanto l’Accademia Norvegese e quella Danese gli riservarono alcuni apprezzamenti. Spinto da questi timidi incoraggiamenti Schopenhauer si impegna ad approfondire e rieditare la sua opera ampliandola, dopo aver convinto l'editore ne pubblicherà una nuova versione nel 1844, ma anche in questo caso il testo finì al macero con un vero e proprio disastro editoriale. http://www.eredischirru.com/wp-content/uploads/2018/06/AdobeStock_69639118.jpeg

Tuttavia l'orizzonte politico e culturale stava per cambiare rotta, infatti, a cavallo tra il 1848 l'Europa assistete a grandi ondate rivoluzionarie, spesso cruente, che sottolinearono per così dire il fallimento del processo di restaurazione e l'utopia dell'eterno progresso propagandato dalle filosofie idealiste. Questo nuovo clima rende più favorevole l'accettazione di una prospettiva pessimista come quella di Schopenhauer. Spinto dalla ricerca del successo, il filosofo di Danzica sceglie di scrivere un'opera completamente diversa dal Il mondo come volontà e rappresentazione, la quale ne riprende si i teli e i concerti, ma li espone in un modo completamente diverso attraverso saggi brevi e aforismi pungenti, l'opera Parenga e paralipomena vedrà la luce nel 1851 e questa volta avrà un successo strabiliante.

Egli rimase per lo più un personaggio isolato, privo di relazioni sociali e affettive. Come dimostrano i diversi aneddoti su di lui. L'unico amore vero della sua vita, furoni i suoi due barboncini tutti e due rigorosamente chiamati Atma (lo spirito delle religioni orientali) https://royalpettoelettatura.files.wordpress.com/2018/04/images.jpg?w=1400

Oltre al capolavoro del 1819, Il mondo come volontà e rappresentazione e a Parerga e paralipomena del 1851, Schopenhauer è autore di altre opere rilevanti, tutte accomunate da un successo tardivo. Tra di esse sono da ricordare:

Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, 1813

La vista e i colori, 1816

La volontà nella natura, 1836

I due problemi fondamentali dell’etica, 1841

Schopenauer morirà a Francoforte il 21 settembre 1860.

Il saggio “La vista e i colori” e il rapporto con Goethe

Tra le esperienze che segnano la maturazione del sistema filosofico di Schopenhauer c’è senza dubbio l'incontro con Goethe che all'inizio dell'800 era all'apice della sua fama. I due si conoscono al bar e stringono un forte sodalizio intellettuale. Goethe non era solo un grande letterato ma anche un appassionato di scienze naturali e nel 1810 aveva scritto un breve saggio sulla teoria dei colori il suo intento era contestare la teoria di Newton secondo cui i colori fondamentali sono sette e la loro composizione da origine alla luce bianca. La tesi di Goethe era invece che la genesi dei colori è nella polarità di luce e oscurità. https://ekologhia.files.wordpress.com/2015/01/color-a.jpg Schopenhauer stimolato da Goethe prosegue questa riflessione sui fenomeni cromatici e nel 1815 scrive uno studio in cui prende pubblicamente posizione a favore del maestro proponendosi però di completare il suo lavoro, infatti, sostiene il giovane filosofo, Goethe costruisce l’esperienza del colore dall'oggetto anziché dal soggetto. Di contro la tesi di Schopenhauer è che la percezione dei colori dipende dalla struttura dell'occhio che vede. http://www.lettere.unimi.it/Spazio_Filosofico/imago/schopim/sch041.jpg Quando Goethe legge il manoscritto essendo poco propenso a farsi correggere dal giovane allievo interrompe la loro collaborazione. Schopenhauer deluso pubblica autonomamente il saggio sulla vista e i colori. Malgrado il conflitto che sarebbe sorto da li a poco l’amicizia tra i due lascerà il segno nel capolavoro filosofico di Schopenhauer Il mondo come volontà e rappresentazione che avrebbe visto la luce da lì a pochi anni. Il filosofo aveva certamente parlato con Goethe della direzione in cui si stava muovendo la sua riflessione e la sua metafisica, nel testo riprende alcuni dei grandi temi che li univano come la ricerca dell'elemento originario comune a tutti gli esseri viventi, non è un caso d'altronde che l'opera si apra proprio con una citazione di Goethe “la natura non cerca forse in fondo di conoscere sé stessa”.

Il nucleo del pensiero di Schopenhauer e la volontà di vivere http://www.ilgraffio.online/wp-content/uploads/2018/02/tromba-marina-americo.jpg

Un punto di riferimento fondamentale del pensiero di Schopenhauer è Kant, in particolare la distinzione tra fenomeno e noumeno, cioè tra la realtà per come si dà al soggetto attraverso le forme a priori della soggettività, e la realtà come cosa in sé. Ma mentre per il filosofo di Konisberg si può conoscere solo la realtà fenomenica per Schopenhauer è possibile giungere anche a quella noumenica. Anzi egli affermerà che il fenomeno ovvero la rappresentazione è solo una parvenza, è sogno, e che la verità è nascosta al di là del mondo della rappresentazione, quest’ultimo è paragonato al velo tessuto della dea indiana Maya per ingannare l'uomo, e solo dietro di esso si celala vera realtà ovvero il noumeno la cosa in sé. https://www.associazioneprometeo.net/images/17758395_1882049655382693_157588360454256744_o.jpg

La dimensione fenomenica è per Schopenhauer rappresentazione: «il mondo è mia rappresentazione», nel senso che scaturisce dall’incontro di soggetto e oggetto che non sono isolabili in quanto non esiste oggetto senza soggetto e non esiste soggetto che non si ponga come conoscitore di un qualche oggetto. Da questa reciproca dipendenza di soggetto e oggetto scaturisce per il filosofo di Danzica l’errore sia dei realisti e dei materialisti che hanno ricondotto il soggetto all’oggetto sia degli idealisti che al contrario hanno ridotto l’oggetto al soggetto.

Occorre pertanto tornare a Kant, cioè riprenderne la concezione dell’a priori come elemento costitutivo dell’esperienza, ma anche semplificarlo radicalmente.

Per Schopenhauer le forme a priori della conoscenza sono soltanto spazio e tempo per la sensibilità e la categoria di causalità per l’intelletto.

La rappresentazione deriva da un'intuizione intellettuale originaria operata dalla causalità grazie ad essa, infatti, il soggetto concepisce a priori la sensazione corporea come effetto di un'altra causa: per esempio quando sentiamo un rumore o un profumo senza bisogno di riflessione concepiamo queste sensazioni come l'effetto di qualche causa. Questa intuizione produce la base per ogni intuizione empirica dove operano le forme pure della sensibilità dello spazio del tempo.

Lo spazio e il tempo garantiscono il cosiddetto principio individuazione ovvero permettono di individuare l'oggetto che altrimenti ci apparirebbe come un insieme informe di dati sensoriali, è grazie a questo principio che l'uomo riesce a percepirsi come io, tuttavia anche questo, come la causalità, lo spazio e il tempo, fanno appunto parte della rappresentazione e dunque dell'illusione, del sogno, della maschera che ci impedisce di vedere la cosa in sé e cioè la verità dell'essere.

La soggettività, costruendo il mondo come rappresentazione, per Schopenhauer opera un’alterazione della verità, cioè non dice le cose come stanno, ma crea un’illusione. https://www.libriantichionline.com/uploads/tx_gorillary/-ren-fulop-miller---il-bisogn-20190318-145227-illusione.jpg

Pertanto, per svelare la vera essenza della realtà, non possiamo affidarci alla conoscenza teoretica perché essa è schiava delle forme che generano l’illusione ed è quindi necessario cercare un’altra via di accesso al noumeno. In quest'opera di smascheramento Schopenhauer si fa precursore dei maestri del sospetto introducendo la dimensione corporea, con il suo sentire, come elemento di conoscenza.

Il corpo ci permette, infatti, di entrare in contatto con le esperienze originarie come il dolore e la sofferenza è più in generale la vita o meglio la volontà di vivere. È il corpo che ci richiama ai nostri bisogni vitali come il mangiare, il bere il desiderio sessuale che porta generare nuova vita. https://i.pinimg.com/originals/b0/15/97/b01597e01128fca0d6a188414c28d398.jpg Il corpo è pertanto la forma manifesta di oggettivizzazione della volontà di vivere che è la vera essenza del mondo.

Da ciò comprendiamo che la realtà fenomenica, e con essa i nostri progetti di vita, i nostri precetti e le nostre aspettative, i nostri ragionamenti filosofici, la nostra cultura con i suoi canoni non sono dotati di un significato autonomo ma sono solo l’espressione della volontà di vivere che ci domina e che utilizza questi orizzonti di senso solo per soddisfare il suo inesauribile istinto a perpetuare se stessa.

In breve l’uomo si accorge che la volontà di vivere non è solo l’essenza della sua vita, ma di tutto l’universo, e non è visibile solo nel proprio corpo, ma in ogni altra cosa ci circonda:

Volontà vedrà nella forza che fa crescere e vegetare la pianta; in quella che da forma al cristallo; e persino nella gravità, che agisce con tanta potenza in ogni materia. (Schopenhauer, Il mondo come volontà e come rappresentazione)

Essa è inconscia perché la consapevolezza e l'intelletto sono una parte del suo manifestarsi nella rappresentazione; è unica perché trascende il principio di individuazione essendo in ogni dove; è eterna perché al di là delle forme a priori di tempo e spazio ed essendo anche al di là delle categorie è incausata; infine è senza scopo in quanto ha come solo fine il perpetuare di se stessa: vivere per continuare a vivere e quindi volere. Come tale essa è inconsapevole e cieca, volendo soltanto se stessa e il proprio infinito potenziamento.

La volontà si concretizza oggettivandosi nel mondo: l’oggettivazione passa attraverso degli archetipi, cioè dei modelli originari, platonicamente intesi come idee intermedie tra volontà e rappresentazione fenomenica, la sua oggettivizzazione procede per gradi dalle forze della natura, alle specie del mondo vegetale e animale, fino all’uomo. La massima oggettivazione della volontà è l’uomo che può fare esperienza del senso del mondo come assenza di senso e quindi è in grado di spezzare la catena che lo avvince all’insensatezza crudele della volontà stessa, ma al contempo, in virtù dalla sua ragione che lo rende più instabile rispetto all'istinto animale, è anche il più malato di volontà tra tutti gli esseri.

Il pessimismo metafisico di Schopenhauer deriva dalla constatazione che l'essere è dolore, in quanto l'universo è solo volontà inappagata, ossia il teatro di una vicenda di cui la sofferenza costituisce la legge immanente. Contro l’ottimismo cosmico della religione e della ragione immanente di Hegel viene sostenuto che la vita è in realtà un'esplosione di forze irrazionali e il mondo, lungi da essere dominato dalla logica, è il teatro dell'illogicità e della sopraffazione. Le religioni sono definite metafisiche per il popolo così come i sistemi teisti in generale. Schopenhauer abbozza le linee per un ateismo filosofico poi ripreso da Nietzsche. Contro l'ottimismo sociale, che sostiene la bontà e la socievolezza dell'uomo, egli vi contrappone l’idea di Hobbes che i rapporti umani sono caratterizzati da conflitti e sopraffazioni, lo stessa collettività non nasce da simpatia o socievolezza, ma dal bisogno di reciproco sfruttamento, proponendo così un pessimismo antropologico. Contro l'ottimismo storico sostiene l'infondatezza della portata conoscitiva della storia, gli storici credono che la vita dell'uomo sia in mutamento, ma in realtà la storia è solo il fedele ripetersi di un medesimo dramma.

La volontà di vivere nell’uomo si manifesta nel desiderio, desiderare è dolore, perché si soffre per la mancanza dell’oggetto desiderato, da che l'uomo oscilla tra il dolore e la noia, essa segue all’appagamento del desiderio, fino a che non sopraggiunge un nuovo desiderio. La falsa felicità è solo l'attimo di cessazione del dolore nel momento in cui si ottiene ciò che si desidera, ma è effimera e inconsistente perché ad essa subentra subito la noia. La vita umana è un pendolo che oscilla costantemente tra il dolore e la noia. http://www.liceoausiliatricepd.it/wp-content/uploads/2018/03/index.png

Tutta la vita umana scorre tra il desiderio e la soddisfazione. Il desiderio è per sua natura dolore: la soddisfazione si traduce presto in sazietà. Il fine, in sostanza, è illusorio: col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce in forma nuova e, con esso, il bisogno. (Schopenhauer, Il mondo come volontà e come rappresentazione)

In effetti, anche se vi sono dei momenti di piacere, non si tratta di un piacere pieno, cioè positivo, che vale in sé, ma di un piacere negativo, derivato dal dolore che momentaneamente allevia. Ciò che è originario, irriducibile, primo e vero è in effetti il dolore.

La felicità non è una sensazione di gioia spontanea […] ma sempre bisogna che sia l’appagamento di un desiderio […] ossia di una mancanza, che è la condizione preliminare di ogni piacere. (Schopenhauer, Il mondo come volontà e come rappresentazione)

La stessa gioia dell’amore è pertanto un’illusione, anzi un inganno della volontà per perpetuare se stessa attraverso la propagazione della specie. http://ing.uniroma2.it/files/2017/10/abc-della-riproduzione.jpg

L’amore sentimentale, celebrato dai poeti, è nient’altro che desiderio sessuale, strumentale alla spinta della volontà. Ma la conseguenza di ciò è generare un altro essere che sarà costretto a soffrire e pertanto l’amore risultà agli occhi di Schopenhauer un vero e proprio crimine. https://www.tag24.it/wp-content/uploads/2014/07/scena-del-crimine-CSI_h_partb.jpg

 L’uomo, in quanto consapevole dell’oggettivazione della volontà, può sottrarsi alla volontà stessa.

E se un uomo riesce a farlo completamente tutta la volontà ne sarà annientata, perché la volontà, sottraendosi al principio di individuazione, è sempre tutta intera in tutto.

Un modo rapido di annientamento potrebbe parere il suicidio, ma è esattamente il contrario: infatti il suicidio annienta solo la vita del suicida non la volontà.

Anzi, il suicidio è per l’appunto un disperato atto di volontà che rafforza il primato della volontà.

Il suicida afferma il mondo invece di negarlo, anche se sarà un mondo senza di lui.

Ci sono tre vie per sfuggire alla volontà ma due di esse sono solo momentanee. La prima è l'arte che permette di contemplare gli archetipi (in particolare la musica che rappresenta il dramma umano e dunque per così dire la volontà stessa) in modo disinteressato questo fa si che per pochi istanti la volontà passi in secondo piano, ma senza essere sconfitta; tra le diverse arti la più nobile è la musica, perché essa non rappresenta idee, ma direttamente il senso del mondo, la volontà. La musica infatti non rappresenta alcunché, ma attraverso le emozioni che suscita produce una tranquilla serenità. http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2018/01/libros-teoria-musica.jpg

Le emozioni infatti sono come svuotate delle esperienze concrete che le suscitano, dalla loro materia, e rimangono pure, astratte, come spiriti.

A seguire vi è la pietas o compassione, assumendoci i dolori degli altri attraverso la giustizia e la carità si manifesta un comportamento opposto a quello dettato dalla volontà, per così dire sconveniente al perpetuarsi della volontà stessa che non ha a cuore i singoli. https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2018/11/Proshhenie-i-zdorove.jpg In particolare si esercita la giustizia, indicando ciò che non si deve fare per non far soffrire gli altri.

Si esercita la carità quando si mette in pratica positivamente ciò che lenisce la sofferenza altrui. Tuttavia però anche l’etica della pietà non va a tagliare le radici della volontà ed è pertanto transitoria come l’arte.

L’ascesi invece ha il potere di sconfiggere la volontà e trasformarla in noluntas, ciò si ha rinunciando a tutto ciò che perpetua la volontà, il cibo, il sesso, il piacere, le glorie etc.. L’asceta non cessa di vivere come il suicida, ma vive senza volontà, attraverso il digiuno, la povertà, la mortificazione della carne, l’umiltà e soprattutto la castità. https://mikeplato.myblog.it/wp-content/uploads/sites/301547/2017/08/image-by-maria-kovtun.jpeg

Una volta liberati dalla volontà si raggiunge il Nirvana che è esperienza del nulla rispetto al mondo, ma non è un nulla in senso negativo di niente, perché in realtà il nulla del nirvana è il raggiungimento del “tutto” in quanto il soggetto si sente completo e non più schiavo del senso di mancanza originato dalla volontà.

All’affascinate teoria di Schopenhauer, che probabilmente aveva attinto anche ad alcune idee di Giacomo Leopardi che aveva raggiunto già una fama europee, va però detto che non seguiva da parte del filosofo un’altrettanta condotta pratica.

E neppure sincera la sua dottrina, se ci è lecito giudicare dalla vita di Schopenhauer. Abitualmente pranzava bene, ad un buon ristorante, ebbe molti amorazzi triviali, sessuali, ma non appassionati, era eccezionalmente litigioso ed avaro fuori dal comune. (B. Russell, Storia della filosofia Occidentale).

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