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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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“Io penso e scrivo per i posteri e non per i miei contemporanei”

A. Schopenhauer

Schopenhauer nasce a Danzica da un’agiata famiglia borghese, nel 1788. Il padre, mercante, lo porterà in Inghilterra e proverà ad istradarlo verso il commercio. Tuttavia di li ha poco il padre morirà. Si parlo di tragico evento, ma probabilmente fu un suicidio in parte dovuto alla presunta infedeltà della madre di Schopenhauer. La madre di Schopenhauer al contrario avviò il figlio verso l’università. Schopenhauer pur condividendo con la madre gli interessi verso gli studi letterari e umanistici si troverà in conflitto permanente con essa, mentre manterrà un dolce ricordo del padre.

L’intraprendente madre nel frattempo apri un circolo letterario a Weimar che ospiterà molti personaggi del romanticismo tedesco con cui Schopenhauer entrerà in contatto (da Schlegel a Goethe)...oltre a dedicarsi alla sua seconda passione ovvero circondarsi di quelli che oggi si chiamerebbero toy boy (cit. da Schopenauer ed Grandangolo, 2014), da cui forse scaturì la manifesta misoginia di Schopenhauer. (approfondimento http://www.uncommons.it/village/le-donne-di-schopenhauer-522)

Sul ruolo della donna sentenzierà: la donna non è affatto adatta ad essere oggetto della nostra stima e venerazione, a tenere la testa più alta dell'uomo e ad avere gli stessi diritti

L’indole, gli studi e la carriera accademica lo portano a viaggiare in Europa e a soggiornare e vivere in differenti città tedesche: studia a Gottinga, si laurea a Jena; si trasferisce dunque a Dresda e poi a Berlino, dove è libero docente presso l’Università.

La sua esperienza accademica non sarà felice nel 1818 quando in opposizione al Hegel,  che Schopenhauer considera un ciarlatano della filosofia, ebbe l'ardire di mettere le sue lezioni in contemporanea a quelle del filosofo dell'assoluto https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSwhCPODwIDrbWZtqdFqVcwC7pEo-CMzdgmaxaBK-3BxcZriAplEA

Nel 1831 scappa dall'epidemia di colera (quella che ucciderà Hegel) e si trasferisce a Francoforte che allora non aveva Università (quasi ad affermare che l'Università non era degna dei suoi insegnamenti), dove muore nel 1860.

L'unico amore vero della sua vita, i suoi due barboncini tutti e due rigorosamente chiamati Atma (lo spirito delle religioni orientali) https://royalpettoelettatura.files.wordpress.com/2018/04/images.jpg?w=1400

Oltre al capolavoro del 1819, Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer è autore di altre opere decisive, tutte accomunate da un successo tardivo. Tra di esse sono da ricordare:

Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, 1813

La vista e i colori, 1816

La volontà nella natura, 1836

I due problemi fondamentali dell’etica, 1841

Parerga e paralipomena, 1851 (l’opera che gli garantirà il successo tardivo)

Il saggio “La vista e i colori” e il rapporto con Goethe

Tra le esperienze che segnano la maturazione del sistema filosofico di Schopenhauer c’è senza dubbio l'incontro con Goethe che all'inizio dell'800 era all'apice della sua fama. I due si conoscono al bar e stringono un forte sodalizio intellettuale. Goethe non era solo un grande letterato ma anche un appassionato di scienze naturali e nel 1810 aveva scritto un breve saggio sulla teoria dei colori il suo intento era contestare la teoria di Newton secondo cui i colori in quanto onde sono tutti contenuti nella luce bianca, la sua tesi era invece che la genesi dei colori è nella polarità di luce e oscurità. Schopenhauer stimolato da Goethe prosegue questa riflessione sui fenomeni cromatici e nel 1815 scrive uno studio in cui prende pubblicamente posizione a favore del maestro proponendosi però di completare il suo lavoro, infatti, sostiene il giovane filosofo, Goethe costruisce l’esperienza del colore dall'oggetto anziché dal soggetto. Di contro la tesi di Schopenhauer è che la percezione dei colori dipende dalla struttura dell'occhio che vede. Quando Goethe legge il manoscritto essendo poco propenso a farsi correggere dal giovane allievo interrompe la loro collaborazione. Schopenhauer deluso pubblica autonomamente il saggio sulla vista e i colori Tuttavia l'amicizia tra i due lascerà il segno nel capolavoro filosofico di Schopenhauer Il mondo come volontà e rappresentazione che avrebbe visto la luce da lì a pochi anni. Il filosofo aveva certamente parlato con Goethe della direzione in cui si stava muovendo la sua riflessione e la sua metafisica, nel testo riprende alcuni dei grandi temi che li univano come la ricerca dell'elemento originario comune a tutti gli esseri viventi, non è un caso d'altronde che l'opera si apra proprio con una citazione di Goethe “la natura non cerca forse in fondo di conoscere sé stessa”.

Il nucleo del pensiero di Schopenhauer e la volontà di vivere http://www.ilgraffio.online/wp-content/uploads/2018/02/tromba-marina-americo.jpg

Il pessimismo metafisico di Schopenhauer deriva dalla constatazione che l'essere è dolore, in quanto l'universo è solo volontà inappagata, ossia il teatro di una vicenda di cui la sofferenza costituisce la legge immanente. Contro l’ottimismo cosmico della religione e della ragione immanente di Hegel Viene sostenuto che la vita è in realtà un'esplosione di forze irrazionali e il mondo, lungi da essere dominato dalla logica, è il teatro dell'illogicità e della sopraffazione. Le religioni sono definite metafisiche per il popolo così come i sistemi teisti in generale. Schopenhauer abbozza le linee per un ateismo filosofico poi ripreso da Nietzsche. Contro l'ottimismo sociale, che sostiene la bontà e la socievolezza dell'uomo, egli vi contrappone l’idea di Hobbes che i rapporti umani sono caratterizzati da conflitti e sopraffazioni, lo stessa collettività non nasce da simpatia o socievolezza, ma dal bisogno di reciproco sfruttamento, proponendo così un pessimismo antropologico. Contro l'ottimismo storico sostiene l'infondatezza della portata conoscitiva della storia, gli storici credono che la vita dell'uomo sia in mutamento, ma in realtà la storia è solo il fedele ripetersi di un medesimo dramma.

In quest'opera di smascheramento si fa precursore dei maestri del sospetto. La verità è nascosta al di là del mondo della rappresentazione, quest’ultimo è paragonato al velo tessuto della dea indiana Maya per ingannare l'uomo, dietro di esso si cela solo una forza cieca e irrazionale, la volontà. Essa è inconscia perché la consapevolezza e l'intelletto sono una parte del suo manifestarsi nella rappresentazione; è unica perché trascende il principio di individuazione essendo in ogni dove; è eterna perché al di là delle forme a priori di tempo e spazio ed essendo anche al di là delle categorie è incausata; infine è senza scopo in quanto ha come solo fine il perpetuare di se stessa: vivere per continuare a vivere e quindi volere.

La volontà si concretizza oggettivandosi attraverso le idee archetipi, simili a quelli di Platone, la sua oggettivizzazione procede per gradi dalle forze della natura (come il magnetismo) fino all'uomo (nel quale assume la massima consapevolezza) l’uomo essendo dotato di maggior coscienza, in virtù dalla sua ragione che lo rende più instabile rispetto all'istinto animale, è anche il più malato di volontà tra tutti gli esseri.

La volontà di vivere nell’uomo si manifesta nel desiderio, desiderare è dolore, perché si soffre per la mancanza dell’oggetto desiderato, da che l'uomo oscilla tra il dolore e la noia, essa segue all’appagamento del desiderio, fino a che non sopraggiunge un nuovo desiderio. La falsa felicità è solo l'attimo di cessazione del dolore nel momento in cui si ottiene ciò che si desidera, ma è effimera e inconsistente perché ad essa subentra subito la noia. Ci sono tre vie per sfuggire alla volontà ma due di esse sono solo momentanee: la prima è l'arte che permette di contemplare gli archetipi (in particolare la musica che rappresenta il dramma umano e dunque per così dire la volontà stessa) in modo disinteressato questo fa si che per pochi istanti la volontà passi in secondo piano, ma senza essere sconfitta; a seguire vi è la pietas o compassione, assumendoci i dolori degli altri attraverso la giustizia e la carità si manifesta un comportamento opposto a quello dettato dalla volontà, per così dire sconveniente al perpetuarsi della volontà stessa che non ha a cuore i singoli. Ma solo l’ascesi ha il potere di sconfiggere la volontà e trasformarla in noluntas, ciò si ha rinunciando a tutto ciò che perpetua la volontà, il cibo, il sesso, il piacere, le glorie etc., una volta liberati dalla volontà si raggiunge il Nirvana che è esperienza del nulla rispetto al mondo, ma non è un nulla in senso negativo di niente, perché in realtà il nulla del nirvana è il raggiungimento del “tutto” in quanto il soggetto si sente completo e non più schiavo del senso di mancanza originato dalla volontà.

E neppure sincera la sua dottrina, se ci è lecito giudicare dalla vita di Schopenhauer. Abitualmente pranzava bene, ad un buon ristorante, ebbe molti amorazzi triviali, sessuali, ma non appassionati, era eccezionalmente litigioso ed avaro fuori dal comune. (B. Russell, Storia della filosofia Occidentale).