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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Soren Kierkegaard nasce a Copenaghen nel 1813, è l'ultimo di sette figli (cinque dei quali moriranno prima che egli abbia compiuto i vent’anni). Venne allevato dal padre con grande rigidità, malgrado ciò il filosofo danese lo ricorderà sempre con rispetto e affetto. Il clima in cui vive è estremamente austero, caratterizzato dall'indirizzo pietista, ma soprattutto dalla estrema rigidità paterna. A diciassette anni nel 1830 si iscrive alla facoltà di teologia di Copenaghen. In questo stesso periodo Kierkegaard inizia a trascrivere i suoi pensieri, questi scritti non solo ci consegnano la filosofia dell'autore ma dimostrano anche il forte legame tra la sua esistenza e le sue riflessioni.

I suoi scritti mostrano il carattere malinconico di Kierkegaard e anche il senso di angoscia che sarà al centro della sua riflessione filosofica. Considerato il padre dell'esistenzialismo, nessuno meglio di lui ha descritto il tormento dell'esistenza umana. Le sue idee filosofiche si intrecciano alla sua stessa esperienza di vita. Per capire le sue idee la sua biografia è fondamentale.

Nei suoi scritti si legge di un evento cruciale nel 1835 quando il padre, probabilmente in preda ad un momento di ebrezza, rivela a Kierkegaard un terribile peccato che egli avrebbe commesso (non si sa bene se si trattasse della messa incinta della madre di Kierkegaard prima del matrimonio oppure di qualche altro atto impuro). https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRMhHuHvOlmhcXmHVqWt4lmBGnVYxbWMMakjWQKkof--4RjOcOVJQ La conseguenza di questa rivelazione sarà determinate per tutta la sua vita.

 

Nel 1837 conosce la giovane Regina Olsen, se ne innamora e decide di andare a vivere per conto proprio grazie a una rendita concesagli dal padre. Nel 1840 muore il padre di Kierkegaard e il ventisettenne Soren decide di cocludere gli studi di Teologia per onorare il ricordo del padre. Nel 1840 si fidanza ufficialmente con Regina https://pakinamamer.files.wordpress.com/2010/06/regine_olsen.jpg e tutto lascia presagire ad un futuro normale di padre protestante regolarmente sposato con una famiglia. Ma improvvisamente subentra una crisi che lo porta a mettere in discussione il suo fidanzamento, affermando che a causa della sua indole gli sarebbe ipossibile assolvere ai suo oneri di marito.

Ma dopo aver ottenuto il titolo di magister artium nel 1841 con una tesi dal titolo Sul concetto di ironia in riferimento costante a Socrate non intraprendere la carriera di Pastore e decide di dedicarsi completamente allo studio. Contemporaneamente decide di rompere definitivamente il fidanzamento con Regina, probabilmente per non voler far pesare la propria angoscia sulla giovane fanciulla. https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTfnUy5k8cSMQWvnZtr4i5P1N--Hf-_7KwMqNmDSJobhZCQOfL7 Una rottura voluta da Kierkegaard, ma profondamente tormentata, tanto che egli più di una volta torna nei suoi pensieri sulla vicenda in particolare mentre segue le lezioni di Schelling a Berlino tra il 1841 e il 1842. Il sentimento di responsabilità per questa rottura lo accompagneranno per tutta la vita.

L’esperienza a Berlino non lo soddisfa affatto, egli scriverà in proposito che sono troppo vecchio per stare a sentir lezioni, ma Schelling è troppo vecchi per tenerle [...]Credo che mi sarei rimbecillito se avessi continuato ad ascoltare Schelling.

Dal 1843 si dedica a scrivere moltissime opere, mai firmate con il suo nome quasi a marcare la distanza stessa con le sue teorie o a rimarcare il fatto di non sentirsi degno delle sue stesse riflessioni. Tra il 1843 e il 1846 scrive e firma con pseudonimi differenti tutte le sue opere più importanti, tra cui Aut-aut (1843), Timore e tremore (1843), Diario di un seduttore (1843), Il concetto dell’angoscia (1844), Briciole di filosofia (1844), La malattia mortale (1849).

Nel 1854 Kierkegaard apre un aspra polemica con la Chiesa danese, considerata mondana e opportunista. Ma poco, l'11 novebre del 1855, muore  dopo una caduta che gli procura una paralisi, probabilmente le conseguenze fatali sono da ricercare in una malattia ereditaria, probabilmente la stessa che era stata fatale ai suoi fratelli.

Le sue tesi dal punto di vista filosofico rimangono in secondo piano fino all'inizio del '900, ma progressivamente prima in campo teologico e poi filosofico verranno alla ribalta.

I punti cardine del pensiero di Kierkegaard sono: la difesa della singolarità dell'uomo contro l'universalità dello spirito, il predominio dell'esistenza sulla ragione (nonché sull'essenza); la filosofia del inconciliabilità, aut aut, contro la dialettica conciliatrice di Hegel; la libertà intesa come possibilità contro l'idea di libertà di Hegel legata alla necessità

L'irriducibilità del singolo

La realtà non è universalità, ma particolarità. Non può essere ricondotta alla logica come ha fatto Hegel. La realtà, lungi da essere necessaria, è contingente ovvero possibilità di essere come di non essere per ciò è la libertà a caratterizzare sia Dio che l’uomo. La realtà è fattuale, contingente ed effettiva da cui scaturisce che solo il singolo uomo è reale, l’umanità come concetto ha solo valore logico e quindi non esiste veramente. Fondamentale è dunque per Kierkegaard l'istanza del singolo, la verità è una verità solo quando è una verità per me, per il simbolo, non è un oggetto in sé, ma il processo con il quale il singolo uomo se ne appropria, da ciò deriva l’irriducibilità dell’esistenza ad una qualsiasi categoria logica. https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcR_--o0iKPKIE_sTltsPSiAMBFudAe8Z8pCpzOn80aUbkF7PqUU2w

Hegel dice il filosofo di Copenaghen ha ridotto l'uomo ad un animale affermando la superiorità del genere sul singolo, ma la caratteristica propria dell'uomo e invece la sua irriducibile individualità ovvero che il singolo è superiore al genere. Questo vale anche per Dio, il Dio cristiano è un singolo, un Dio persona, non un’entità logica mossa dal movimento dialettico della ragione, la dimostrazione di ciò è che egli nel cristianesimo si manifesta con l’incarnazione in un singolo individuo.

Nodo cardine della filosofia di Kierkegaard sta nel ricondurre l’esistenza umana alla categoria di possibilità, sottolineando l'aspetto negativo di ogni possibilità, perché per ogni "possibilità che si" vi è una "possibilità che no": in altri termini ogni scelta ne nega un'altra. https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT07irceP9dkls4JS6ML1Jnqukgaa4q4p41PGvmFqDt7nwm3i627Q L'uomo posto davanti alla scelta è preso immediatamente dall'angoscia un'angoscia paralizzante, scrive Kierkegaard nel Il concetto dell'angoscia che:

L'angoscia si può paragonare alla vertigine. Chi volge gli occhi al fondo di un abisso è preso dalla vertigine. Ma la causa non è meno nel suo occhio che nell'abisso: perché devi guardarvi. Così l'angoscia è la vertigine della Libertà, che sorge mentre lo spirito sta per porre la sintesi e la libertà, guardando giù nella sua propria possibilità, afferra il finito per fermarsi in esso. In questa vertigine la libertà cade. (Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia).

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Nella scelta non c’è conciliazione degli opposti come nella dialettica di Hegel, perché ogni scelta ne nega di fatto un’altra. Non esistono “e…e” ma solo “aut…aut”. La libertà-possibilità getta anche l’uomo nella disperazione, perché non vi sono appigli o mappe che consentono di valutare una scelta e l’esistenza rimane incerta e indeterminata, tanto meno può venirci in soccorso la ragione. La scelta infatti si configura come un atto di follia, perché è impossibile scegliere soppesando tutte le possibili variabili, impossibile calcolare tutti i pro e i contro. https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRDm_3aQKvvK_MKVjeNRsetECU9DmIwO0-cniBUUPRQurXab6g0ZQ Qui si parla di scelta in senso assoluto, non quando ci conformiamo a delle consuetudini imposte o consolidate. Non è una vera scelta vestirsi più pesate se aprendo la finestra sento che fa freddo, non è una vera scelta prendere l’ombrello se ho sentito che domani pioverà, ecc. La vera scelta è quando non c’è un protocollo da seguire, quando da noi e solo da noi dipende quello che seguirà. Kierkegaard afferma con forza che quando si sceglie si è posti davanti a se stessi, dunque la scelta ti fa capire chi veramente sei, prima di scegliere l’uomo non si conosce.

Gli stadi della vita

In aut aut Kierkegaard affronta il tema di due stadi della vita: quella estetica e quella etica. Gli stadi della vita non sono gravi di sviluppo, non vi è una dialettica tra questi, ma sono due alternative dove l’uno esclude l'altro. Lo stadio estetico è proprio di chi vive nell’attimo, impercettibile e fuggevole, https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSuZFasOEDER0u4yfewErG9utxIXzHpBG41WZSP5OPPEswaw0KV esso è al contempo immaginazione e riflessione, il vissuto è come l'opera poetica è ebrezza intellettuale ed esclude la ripetizione; è un modo per cercare di sfuggire alla scelta, il cambiamento continuo e la continua ricerca del nuovo rende effimera ogni conquista. Questo modello di vita è rappresentato nel Diario di un seduttore dalla figura Don Giovanni. https://www.varesenews.it/photogallery_new/images/2017/08/avarie-628041.610x431.jpg Johannes https://theredlist.com/media/database/settings/cinema/1970-1980/don-giovanni/005-don-giovanni-theredlist.jpg seduce non perché desidera veramente una donna, ma solo per l’atto di sedurre in sé. Una donna da questo punto di vista vale un’altra. Una volta ottenuto il risultato, una volta che la donna è stata sedotta, essa non conta più nulla e Johannes deve immediatamente trovare una nuova vittima da sedurre.https://latuapreferita.it/3442-large_default/gigante-carrozza-con-cavallo-che-cammina-due-bamboleprincipe-con-principessa.jpg  Alla fine però il continuo ripetersi di questo copione genera noia, infatti la realtà è che nessuna donna può soddisfare Johannes e questo appare come una condanna e come tale conduce l’uomo alla disperazione.

È la disperazione che fa compiere all’uomo il salto verso la vita etica. L’uomo deve compiere un salto perché tra un modello di vita e l’altro non c’è nessuna relazione di continuità, sono appunto due scelte diverse dove l’una esclude l’altra. https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQm22nZd5W_VHDvQ_2WDdHEYejknXRnbaeXuoTOeM-PKnyymUU9 La vita etica è rappresentata dal dovere e dalla fedeltà rispetto alle proprie scelte. All'opposto dello stadio precedente, l'individuo si sottopone a una forma si adegua all'universale e rinuncia all'eccezione, esso s’identifica con il marito e il giudice, la sua espressione più tipica è quella del matrimoniohttps://encryptedtbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQx8pXMqqMULnjubgsCQGISGk_wHpkOcjDAB3ycQSiRGv6mG23wAg dove si è sottoposti alla responsabilità e alla legge; la persona etica vive del suo lavoro, rinnova ogni giorno la sua scelta. Grazie alla scelta entra anche nel dominio della libertà, la vita si fa storia perché l’attimo diviene connesso al passato e al futuro, egli sceglie di determinarsi. Di questa storia sceglie anche ciò che è doloroso, crudele, gli aspetti più insopportabili da cui segue il desiderio di contravvenire alla legge e al proprio ruolo. Da ciò scaturisce il sentimento del pentimento, che ricorda all’uomo il suo essere peccatore, il suo essere irrimediabilmente segnato dal peccato e dalla colpa. Ancora una volta sopraggiunge la disperazione.

Sia la vita estetica sia quella etica sono destinate a fallire. La disperazione è dunque la vera malattia mortale dell’uomo.https://www.goodtherapy.org/blog/blog/wp-content/uploads/2014/03/depressed-man-1-300x278.jpg  Essa rappresenta l’impossibilità di essere autenticamente se stessi a causa delle finitezza dell'uomo. Infatti se l’essenza dell’uomo è possibilità essa è sempre e comunque limitata dalle nostre scelte, ciò è dovuto al nostro essere finiti. In altre parole se l’uomo sceglie di non scegliere non realizza se stesso, se sceglie di sceglie non si realizza ugualmente perché limita se stesso ovvero la sua essenza.

 Il paradosso della fede

Da questa condizione secondo Kierkegaard si esce solo tramite la fede, la vita religiosa, che parte dal presupposto che l’uomo riconosce la propria insufficienza. La stadio religioso equivale all’affidarsi a Dio, scegliere dio significa scegliere la possibilità stessa, in quanto in Dio tutto è possibile, egli è la possibilità delle possibilità. Contro la telefonia hegeliana Kierkegaard sostiene che l'incontro con Dio avviene nell'attimo e non nell'evoluzione storica dello Spirito; il cristianesimo è un fatto storico solo per chi ha fede, non vi è differenza tra chi è stato testimone oculare della discesa del Cristo rispetto a chi compie la scelta religiosa secoli più tardi; il rapporto con Dio si instaura nell'attimo, esso è l'improvvisa discesa nella verità divina nell'uomo. La Fede è un rapporto privato tra l'uomo e Dio e dunque è il dominio della solitudine.https://news-town.it/media/k2/items/cache/65414957238b2f90e6000b16cb92fe64_XL.jpg

La fede si caratterizza non solo come solitudine, ma anche come sospensione teologica dell'etica, perchè non vi è un fine, un telos, che l'uomo può in qualche modo perseguire, se fine vi è questo è noto solo a Dio. Da ciò segue l'impossibilità di credere affidandosi alla ragione, non esiste un argomento a favore della fede essa è pertanto assurda, contraria al senso comune e scandalosa perchè può collidere con quelle che sono el categorie morali dell'uomo.

Infatti, scegliere Dio ovvero scegliere la possibilità di tutte le possibilità vuol dire scegliere anche tutto ciò che è paradossale, quindi l'unica certezza nella scelta di Dio e l'angoscia stessa. Lo stadio religioso è rappresentato dalla figura di Abramo al quale viene chiesto da Dio di uccidere il proprio figlio, http://immareli.altervista.org/col1/abramoisacco1.jpg una richiesta al di là di ogni etica, al di là di ogni morale, la scelta religiosa sospende il principio morale è scandalosa. Le richieste di Dio al singolo sono valide sono per il singolo, non hanno alcuna validità universale, l'uomo è solo di fronte alle richieste di Dio e da solo deve scegliere se affidarvisi meno, ecco perché scegliere Dio non è una scelta rassicurante malgrado sia l'unica possibile. Inoltre non c'è nulla che ci garantisce che stiamo effettivamente compiendo la volontà di Dio: nessuno rassicurerà mai Abramo che quello che ha udito e quello che ha compreso è veramente la volontà di Dio.https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSrWrgOQ8icnx3q7ifO2WUEOIpOZLYaWk6hqTcJ1PS_hm6RBZ6q7A

https://it.scribd.com/doc/136993488/Timore-e-tremore-Kierkegaard#

Abramo secondo Kierkegaard

Era di prima mattina, Abramo si alzò per tempo, fece sellare gli asini, lasciò la sua tenda e prese Isacco con sé; dalla finestra Sara li seguì con lo sguardo che s'inoltravano nella valle finché non li perdette di vista. Camminarono tre giorni senz'aprir bocca; la mattina del quarto giorno Abramo non disse parola ma, alzando gli occhi, vide in lontananza il monte Moria. Rimandò indietro i servi e solo, tenendo Isacco per mano, sali il monte. Ma Abramo diceva a se stesso: «Non posso nascondere a Isacco dove porta questo cammino». Si fermò, pose la sua mano sul capo di Isacco in segno di benedizione e Isacco s'inchinò per riceverla. Il volto di Abramo era soffuso di paternità, il suo sguardo mite, il suo discorso incoraggiante. Ma Isacco non riusciva a capirlo, la sua anima non poteva elevarsi; egli abbracciò le ginocchia di Abramo, si gettò ai suoi piedi, supplicò per la sua giovane vita, per le sue belle speranze; ricordò la gioia della casa di Abramo, ricordò la tristezza e la solitudine. Allora Abramo rialzò il ragazzo e prendendolo per mano si rimise in cammino, le sue parole traboccavano di consolazione e di esortazione. Ma Isacco non poteva comprenderlo. Abramo salì il Moria, ma Isacco non lo comprese. Abramo voltò da lui per un momento lo sguardo, ma quando Isacco rivide il volto di Abramo, esso era mutato: il suo sguardo era selvaggio, la sua figura un orrore. Prese Isacco per lo stomaco, lo gettò a terra dicendogli: «Sciocchino, credi tu ch'io sia tuo padre? lo sono un idolatra. Credi tu che questo sia un ordine di Dio? No, è un mio capriccio». Isacco trasalì e gridava nella sua angoscia: «Dio del cielo abbi pietà di me, Dio di Abramo abbi pietà di me; se io non ho un padre sulla terra, sii tu mio padre!». Ma Abramo diceva parlottando con se stesso: «Signore del cielo, è meglio ch'egli mi creda un mostro piuttosto che perda la fede in te».

Quando il bambino dev'essere svezzato, la madre si tinge di nero il seno, perché sarebbe riprovevole ch'esso apparisse ancora delizioso quando il bambino non lo deve avere. Così il bambino crede che il seno è mutato, ma la madre è la meaesima, il suo sguardo è amoroso e tenero come sempre. Beata colei che non ha bisogno di mezzi più terribili per svezzare il bambino! (S. Kierkegaard, Timore e tremore (1843), Rizzoli, 1972).

... Ed egli tagliò la legna, legò Isacco, e accese il rogo: trasse il coltello - e lo vibrò su Isacco!

Nello stesso istante Dio appare in forma corporea ad Abramo e gli dice: "Che fai, povero vecchio? Non pretendevo da te una cosa simile! Tu eri il mio amico, ed io volevo solo provare la tua fede. Anche all'ultimo momento ti ho gridato: 'Abramo, Abramo, férmati!' ".

Allora Abramo rispose con una voce ch'era della debolezza solenne propria dell'adorazione, e al tempo stesso della debolezza accasciata, propria della pazzia: "Oh, Signore, questo non l'ho udito. Ma ora che me lo dici, anche a me sembra di aver sentito una voce di quel genere. Oh, ma quando sei Tu, o mio Dio, che lo ordini, Tu che ordini ad un padre di uccidere il suo proprio figlio: in quel momento ci si sente un po' tesi: perciò non sentii la Tua voce. E se l'avessi sentita, come avrei osato credere che fosse la Tua? Quando Tu mi ordini di sacrificare mio figlio, e all'ultimo momento si sente una voce che dice: 'Férmati!' dovetti credere evidentemente ch'era del tentatore che voleva trattenermi dall'adempiere la Tua volontà. Una delle due: o avrei dovuto pensare che quella voce che mi diceva di sacrificare Isacco fosse del tentato re; e allora non mi sarei messo in cammino. Ma siccome mi assicurai che quella era la Tua voce, allora dovetti concludere che l'altra era del tentatore".

Poi Abramo fece ritorno a casa, e il Signore gli diede un secondo Isacco. Ma Abramo, guardandolo, non si mostrava mai contento. Quando lo guardava, scuoteva la testa e diceva: "Non era questo quell'Isacco!".

Ma a Sara egli disse: ' 'Fu però una cosa strana che sia stato Iddio a volere ch'io sacrificassi Isacco: questo era certo, eternamente certo, Dio stesso non lo può voler negare. E quando poi io lo feci per davvero ecco che era uno sbaglio da parte mia: non era più volontà di Dio ... ". (S. Kierkegaard, Diario, 1851-52).

... E Abramo sali sul monte Moria con Isacco. Egli decise di parlare ad Isacco ... - e riuscì a persuadere Isacco che era volontà di Dio, e cosi Isacco è disposto a lasciarsi sacrificare.

Tagliò la legna, legò Isacco e accese il rogo ... - baciò un'ultima volta Isacco. Non erano più come padre e figlio; no, ma come amico ed amico, ambedue figli ubbidienti al cospetto di Dio. Impugnò il coltello ... e lo cacciò in Isacco.

Nello stesso momento Dio, in forma corporea, apparve a lato di Abramo e gli disse: "Vecchio, vecchio mio, che hai tu fatto? Non hai sentito le mie parole, non hai sentito quel ch'io gridavo? 'Abramo, Abramo, fermati'?".

Ma Abramo rispose con una voce che in parte aveva l'accento della sottomissione, e in parte quello della pazzia: "No, Signore, non l'ho sentita. Grande era il mio dolore, tu lo sai bene, perché tu sai dare la cosa migliore e la sai anche esigere. Però il mio dolore fu mitigato perché Isacco comprese e nella gioia di essere d'accordo con lui, non ho affatto sentito la tua voce. Fui io stesso, persuaso di fare l'ubbidienza, che cacciai il coltello nella vittima ubbidiente".

Allora Dio risuscitò Isacco. Ma, chiuso in un muto dolore, Abramo rimuginava fra sé e sé: "Però non era questo quell'Isacco!" E in un certo senso neppure lo era, perché per aver compreso ciò che Isacco comprese sul Monte Moria, di essere cioè stato scelto da Dio per vittima, era egli in un certo senso diventato un vecchio, vecchio come Abramo, non era del tutto quell'Isacco, e soltanto per l'eternità essi erano fatti veramente l'uno per l'altro.

Dio lo previde, ed ebbe misericordia di Abramo e fece, come sempre, andare tutto bene, infinitamente meglio che se non fosse successo quell'errore. C'è, diss'Egli ad Abramo, un'eternità; tra poco tu sarai eternamente congiunto a Isacco dove in eterno voi sarete fatti l'uno per l'altro. Se tu avessi sentito la mia voce, se ti fossi fermato: avresti allora avuto Isacco per questa vita - ma l'affare dell'eternità non ti sarebbe diventato chiaro. Tu sei andato troppo in là, mi hai guastato tutto ... : però io faccio che la cosa vada ancora meglio che se tu non fossi andato tant'oltre. C'è un'eternità! (S. Kierkegaard, Diario, 1853).

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