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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Alla fine del IV secolo a.c. nasce, a fianco all'epicureismo e dello stoicismo, anche un'altra corrente di pensiero lo scetticismo, che tuttavia non può essere considerata una vera e propria scuola a se stante, ma piuttosto un atteggiamento culturale che influenzerà diversi ambienti, compresa la stessa Accademia. Fondatore dello scetticismo è considerato Pirrone di Elide (360-275 a.c.). Di lui sappiamo che si era avviato alla pittura e solo dopo aver partecipato alla spedizione di Alessandro Magno in Oriente iniziò a dedicarsi al ricerca filosofica. Egli fu influenzato sia dei magi persiani sia dei megarici, da questi ultimi in particolare nasce il legame con alcuni aspetti della cultura socratica. Fu anche allievo di Anassarco di Abdera che era democriteo. Pirrone, così come Socrate, non lasciò scritto nulla probabilmente in coerenza con quanto sostenuto dalla sua filosofia, la quale prende il nome dal termine sképsis che significa ricerca o dubbio, da cui scetticismo, a sottolineare il fatto che non si può giungere a una verità definitiva e che quindi la filosofia corrisponde esclusivamente all'atteggiamento, al modo di vivere, che consegue da questa considerazione.

Per quello che riguarda il suo pensiero la testimonianza principale è quella offertaci da Timone di Fliunte che ne fu suo allievo e che ne trascrisse le dottrine in una raccolta dal titolo Silli.

La tesi fondamentale di Pirrone è che riguardo alla natura delle cose noi non possiamo accordare né verità né falsità. A tale conclusione Pirrone arrivava dopo aver analizzato gli strumenti che sono in dote all'uomo ovvero i sensi e la ragione, dimostrando che non è possibile giungere alla verità con nessuno di questi. I sensi e la percezione in primo luogo possono rivelare soltanto le apparenze, ma non la vera natura delle cose. Questa idea era già stata fatta propria dai sofisti, ma anche dallo stesso Platone per quello che riguardava la conoscenza del mondo sensibile, per il quale appunto era possibile fare solo delle ipotesi fenomeniche (apparenti) sulla natura. In epoca successiva Enesidemo di Cnosso, autore latino amico di Cicerone, ha raccolto in 10 tropi le aporie tra realtà e percezione. Tra questi troviamo per esempio come vi sia differenza nel percepire il piacere e il dolore, ed ancora il danno e l'utilità, in base a diverse impressioni riguardanti gli stessi oggetti. Un altro tratta della forma delle figure che muta a seconda della prospettiva da cui è osservata, per cui è impossibile attribuire forma alle cose. Un altro riguarda la morale che cambia in base all'educazione che si era ricevuto, per esempio i Massageti ammettono la comunanza delle donne mentre i Greci non lo ammettono. Ancora che la porpora mostra un colore diverso a seconda che sia vista alla luce del sole, della luna o di una lampada ad olio.

Per quanto riguarda la ragione, in particolare gli scettici vogliono confutare le teorie degli epicurei e degli stoici, le quali affermano che il ragionamento, per essere corretto, deve partire da delle premesse che si accordano con la percezione degli avvenimenti oppure che un giudizio per essere considerato vero deve accordarsi con ciò che realmente accade. Rispetto alle premesse, necessarie per valutare vero o falso un ragionamento un giudizio razionale, è necessario avvalersi dei sensi e della percezione, ma questi non sono a loro volta in grado di fornirci delle verità assolute, pertanto anche la ragione non può giungere a delle verità. Daltrocanto anche il giudizio questo è un uomo, è vero solo e soltanto se io sto percependo un uomo, ma io secondo quanto detto da Pirrone, posso affermare solo questo a me appare come un uomo e non è un uomo. Di conseguenze premesse come tutti gli uomini sono mortali o tutti gli animali sono mortali fondamentali per costruire un ragionamento non possono essere considerate di per sé vere e dunque nemmeno i ragionamenti possono condurre alla verità. La conseguenza è la negazione non tanto della verità in quanto tale, ma delle teorie su di essa, e sulla possibilità dell'uomo di coglierla.

Dall'impossibilità di determinare la verità, e dunque di distinguere una cosa da un'altra con certezza, nasce il sentimento d’indifferenza rispetto al mondo. Questo sentimento d’indifferenza non è soltanto una posizione teoretica ma ha conseguenze sulla vita pratica. Se di nulla è possibile dire che sia veramente bene o male, rifacendosi all'affermazione socratica che non era poi sicuro che la morte fosse peggiore della vita e pertanto da evitarsi, Pirrone stesso affermava che non si poteva dire che vi era veramente differenza tra la vita e la morte, e alla provocazione del perché allora lui non si suicidasse, egli controbatteva dicendo che non lo faceva perché tra il vivere e il morire non c'è nessuna differenza.

Al di là delle estremizzazione del discorso pirroniano troviamo un presupposto profondo cioè che l'uomo non ha la possibilità di motivare le proprie scelte in base a un principio o a un giudizio poiché non esistono regole o presupposti a cui potersi affidare. Da questo consegue che tutto ciò che accade e in generale le cose sono in effetti senza differenze. Da questa riflessione nasce l'atteggiamento che il saggio deve assumere ovvero l'indifferenza agli eventi che lo circondano, il saggio scettico è indipendente dal piacere di matrice epicurea e anche dalla virtù di matrice Stoica. L'imperturbabilità del saggio scettico, che passa attraverso la negazione della possibilità della riflessione gnoseologica fino ad arrivare all’afasia ovvero assenza di qualsiasi discorso sulla realtà, ha come obiettivo l'autarchia del soggetto ossia lo sta in pace con se stessi senza affidarsi a nulla che provenga dal mondo esterno.

Come anticipato lo scetticismo influenzò anche l'Accademia platonica nel corso del terzo secolo avanti Cristo. In particolare subirono il fascino delle dottrine scettiche e pirroniane gli Scolarchi Arcesilao e Carneade. Arcesilao di Pitane (315-240 a.c.) pur accogliendo la distinzione platonica tra opinione e conoscenza affermava che se la prima era erronea la seconda era probabilmente non raggiungibile da parte dell'uomo, pertanto il solo atteggiamento corretto del filosofo doveva essere l'epoché ovvero la sospensione del giudizio. In altri termini non è possibile né affermare né negare nulla intorno alle cose. Sono le abitudini che rendono buone o cattive le azioni, pertanto l'agire umano deve essere guidato esclusivamente dal buon senso, da una sorta di ragionevolezza realizzabile in sede pratica guidata da un istinto naturale che ogni uomo possiede in quanto tale, ovvero a prescindere da qualsiasi giudizio. Carneade (219-130 a.c.) è passato alla storia soprattutto per la sua attività di diplomatico (e nel luogo comune per essere stato citato da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi come personaggio ignoto a Don Abbondio). Nel 155 a.c. Carneade, in qualità di Scolarca dell'Accademia, fece parte, con Critolao che apparteneva al Liceo e Diogene di Babilonia della scuola stoica, dell'ambasceria inviata a Roma dagli Ateniesi che erano stati accusati da Roma per aver saccheggiato la cittadina di Oropo. Qui Carneade riscosse una notevole attenzione imbastendo due discorsi uno a favore e uno contro l’esistenza di una legge naturale universalmente valida. Un giorno argomento a favore di questa il giorno successivo in modo opposto ad esso, risultando convincente in entrambe le esposizioni. La dialettica di Carneade fu talmente impressionante da sconvolgere i Romani: egli affermava che se i romani avessero voluto essere giusti avrebbero dovuto restituire i loro possessi agli altri e andarsene, ma in tal caso sarebbero stati stolti. In questo modo arrivò alla conclusione che saggezza e giustizia non andassero d'accordo. Le ardite argomentazioni scandalizzarono Catone il censore che né chiese l'arresto e l'immediata espulsione, ma esso rimase inascoltato e nulla poté negli anni a venire per fermare la progressiva contaminazione della raffinata cultura greca con quella romana. L’atteggiamento scettico di Carneade era prevalentemente volto a criticare le certezze conoscitive degli stoici, ovvero il canone della rappresentazione catalettica. Egli affermava che tutte le rappresentazioni sono ingannevoli (e che se anche alcune non lo fossero non avremmo potuto distinguere dalle altre). Da ciò seguiva che l'uomo che avesse la necessità e la possibilità di esprimere giudizi avrebbe dovuto farlo solo in forma probabilistica, verosimile. Carneade orientò lo scetticismo e l'Accademia verso una forma di sapere probabilistico dove il compito del filosofo era distinguere tra le diverse posizioni, i diversi gradi di verosimiglianza, che tuttavia erano sempre lontani e distanti dalla verità assoluta.

Per quanto riguarda lo scetticismo latino rimane da ricordare Agrippa (I sec d.c.), che aggiunse alcuni argomenti ai Tropi di Enesidemo: per esempio che è impossibile giungere alla scoperta dell'origine di qualcosa perché questo presuppone sempre che abbia una causa e così via all'infinito, oppure che niente può essere assunto come tale in sé e per sé ma sempre soltanto in relazione a un'altra cosa da cui dipende, quindi tutto è relativo. Ultimo rappresentante dello scetticismo antico fu Sesto Empirico (180-220) di cui ci sono rimaste le opere principali (esso rappresenta una fonte sul pensiero antico perché le sue argomentazioni, volte a confutare le dottrine stoiche o accademiche, riportano solerti le tesi degli autori antichi). Egli anticiperà alcuni dei temi che saranno propri dell'empirismo inglese: per quanto riguarda il discorso deduttivo affermerà che esso corrisponde a una tautologia perché le conseguenze sono in realtà già presenti nelle premesse per cui ogni deduzione non conduce a nuove conoscenze; per quanto riguarda l'induzione affermerà che questa è sempre falsificabile perché un evento nuovo può sempre invalidare le osservazioni fatte fino a quel momento; metterà in discussione il concetto di causa facendo notare che è possibile assumere la causa come effetto e l'effetto come causa creando una sorta di circolo vizioso senza fine. Egli affermerà anche l'impossibilità dell'insegnamento-apprendimento affermando che esso avviene o in forma diretta o tramite le parole, ma se per forma diretta esso sarà immediato e quindi senza alcuna pratica, se tramite le parole inutile perché le parole hanno valore solo per chi le esprime, come dimostra la pluralità di termini per indicare la stessa cosa. Da ciò segue che per Sesto Empirico hanno valore solo le evidenze immediate e non le teorie scientifiche.

 

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