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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Tutto il Tractatus si concentra su un problema fondamentale: il rapporto tra il mondo e il linguaggio. La soluzione che viene proposta è, nelle sue linee di fondo, piuttosto semplice: il linguaggio rappresenta i fatti del mondo, in quanto è in grado di riprodurre al suo interno la struttura del mondo; nella sua natura più profonda il linguaggio è essenzialmente "geroglifico", perché ha la stessa forma di ciò che intende rappresentare e rispetto a cui è, in tal modo, isomorfo. Quando il linguaggio, per un qualsiasi motivo, smarrisce la funzione rappresentativa che gli è propria sorgono espressioni insensate e domande che non potranno ricevere alcuna risposta; su queste sono stati costruiti gli edifici della metafisica tradizionale.

L’autore non fa quasi mai riferimento ad altri filosofi dalle cui teorie possa aver tratto spunto per le proprie riflessioni. E’ quindi quasi eccezionale che riconosca qui esplicitamente un debito nei confronti di Frege e Russell: si richiamino brevemente le linee fondamentali del pensiero di questi due autori come sfondo su cui si articola la riflessione del Tractatus logico-philosophicus (la logica simbolica, l’intento di depurare il linguaggio ordinario da equivoci e ambiguità, il paradosso dell’autoriferimento e la teoria dei tipi).

http://www.filosofico.net/Antologia_file/wittggggggeee32.htm

Le proposizioni principali del Tractatus sono:

1   Die Welt ist alles, was der Fall ist.          

Il mondo è tutto ciò che accade

 

2   Was der Fall ist, die Tatsache, ist das Bestehen von Sachverhalten.

Ciò che si trova ad essere attuato, cioè ogni fatto, è il sussistere di stati di cose.

 

3   Das logische Bild der Tatsachen ist der Gedanke.

L’immagine logica dei fatti è il pensiero.

 

4   Der Gedanke ist der sinnvolle Satz.

Il pensiero è la proposizione munita di senso.

           

5   Der Satz ist eine Wahrheitsfunktion der Elementarsatze. (Der Elementarsatz ist eine Wahrheitsfunktion seiner selbst).

Ogni proposizione è una funzione di verità di proposizioni elementari. (Ogni proposizione elementare è una funzione di verità di se stessa).

 

6   Die allgemeine Form der Wahrheitsfunktion ist: [pˉ, ξ, N(ξ) ]. Dies ist die allgemeine Form des Satzes.

La forma generale delle funzioni di verità è: [pˉ, ξ, N(ξ)]. Questa è la forma proposizionale generale.

           

7   Wovon man nicht sprechen kann, daruber muss man schweigen.  

Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.

Notiamo, prima di esplicare il contenuto delle proposizioni, che il libro tratta del linguaggio, ma si apre altresì con una serie di considerazioni sul ‘mondo’, sui ‘fatti’ e sugli ‘stati di cose’: Wittgenstein sta qui gettando le basi di tutta la sua opera di chiarificazione logica, partendo dagli elementi che sono in gioco nel linguaggio, scomponendoli nei loro caratteri essenziali e mostrandone l’articolazione interna. Se il linguaggio parla del ‘mondo’ e dei ‘fatti’ si dovrà prima capire cosa essi siano, per poi mostrare quale legame sussista tra essi e il linguaggio e come si possa parlarne con pretesa di verità o di accrescimento della conoscenza (luoghi classici questi, di tutto il dibattito filosofico anche per come è stato affrontato nel corso del triennio di studi superiori). Il mondo è la totalità dei fatti (termine che implica anche il concetto di ‘spazio logico’) e non delle ‘cose’, così come il linguaggio è la totalità delle proposizioni e non dei nomi (in entrambi i casi si delinea cioè un’articolazione complessa in cui sono in gioco relazioni tra elementi; queste relazioni sono racchiuse nel concetto di ‘spazio logico’ ovverosia la possibilità che qualcosa avvenga o no, che qualcosa sia vero oppure falso). Tutto ciò che accade è una porzione più o meno ampia di ciò che potrebbe accadere.

I punti 1 e 2 definiscono il mondo come insieme non di cose ma di fatti e si adeguano al mutamento di prospettiva introdotto nel 1905 da Russell, gli eventi prendono di conseguenza il posto degli oggetti

1

Il mondo è tutto ciò che accade.

1.1

Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.

1.11

Il mondo è determinato dai fatti e dall’essere essi

tutti i fatti.

1.12

Ché la totalità dei fatti determina ciò che accade, ed anche tutto ciò che non accade.

1.13

I fatti nello spazio logico sono il mondo.

1.2

Il mondo si divide in fatti.

1.21

Qualcosa può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere eguale.

2

Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.

2.01

Lo stato di cose è un nesso di oggetti (entità, cose).

2.011

È essenziale alla cosa il poter essere parte costitutiva d’uno stato di cose.

2.012

Nella logica nulla è accidentale:

Se la cosa può ricorrere nello stato di cose, la possibilità dello stato di cose dev’essere già pregiudicata nella cosa

 

I punti 3 e 4 stabiliscono che il linguaggio è un'immagine isomorfa del mondo in cui i nomi corrispondono agli oggetti e la struttura delle proposizioni alla relazione fra gli oggetti in esse menzionati

Ma cosa vuol dire raffigurare qualcosa? Che cosa hanno in comune un’immagine e l’oggetto raffigurato? Ad esempio: Che cosa hanno in comune il progetto di una casa e la casa costruita, una ricostruzione con dei modellini della dinamica di un incidente stradale e l’incidente stesso? https://4.bp.blogspot.com/-Uw3ue6daUiw/WUFQXM9IrkI/AAAAAAAAMw4/Tyxrai8uUokCc-sKBYFTrVZ5xXBBQA_ZQCLcBGAs/s1600/constatazione-amichevole-compilata.jpg In che modo lo raffigurazione, il modello, lo schema corrispondono alla realtà? E sulla base di che cosa si definisce questa relazione di ‘corrispondenza’?

Isomorfismo tra LINGUAGGIO-PENSIERO-MONDO:

Per fondare il rapporto tra linguaggio e mondo viene elaborata una teoria per cui il primo raffigura il secondo così come un'immagine proiettiva bidimensionale raffigura un oggetto tridimensionale.

Noi sappiamo che un oggetto reale, tridimensionale può essere riprodotto proiettivamente secondo una prospettiva formale (geometrica) bidimensionale. Nonostante ogni possibile stilizzazione e deformazione, tale proiezione consente di riconoscere il modello di partenza. Esiste quindi una sorta di regola attraverso la quale un fatto riproduce effettivamente in modo comprensibile un altro fatto diverso. La stessa cosa avviene in sostanza nell'ambito che interessa Wittgenstein. Il fatto linguistico raffigura, secondo forme mezzi propri, l'altro e diverso fatto costituito dagli oggetti reali.

La raffigurazione è compiuta dalle proposizioni atomiche, la cui verità o falsità può essere accertata in modo rigoroso il rapporto al darsi o al non darsi dei fatti enunciati. Quanto alle proposizioni molecolari, la loro verità o falsità dipende da quella delle proposizioni atomiche che le costituiscono. (Sergio Moravia, Filosofia)

Perciò afferma Wittgenstein nella 4.112:

Lo scopo della filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri. La filosofia non è una teoria, ma un'attività. Un'opera filosofica consiste essenzialmente di elucidazioni. Risultato della filosofia non è un insieme di "proposizioni filosofiche", ma il chiarirsi di proposizioni. La filosofia deve rendere i pensieri, che altrimenti sarebbero nebulosi e confusi, chiari e nettamente delimitati.

4.46 Tra i possibili gruppi di condizioni di verità vi sono due casi estremi. Nel primo caso, la proposizione è vera per tutte le possibilità di verità delle proposizioni elementari. Noi diciamo che le condizioni di verità sono tautologiche. Nel secondo caso, la proposizione è falsa per tutte le possibilità di verità. Le condizioni di verità sono contraddittorie. Nel primo caso noi chiamiamo la proposizione una tautologia; nel secondo, una contraddizione.
4.461 La proposizione mostra ciò che dice; la tautologia e la contraddizione mostrano che esse non dicono nulla. La tautologia non ha condizioni di verità, poiché è incondizionatamente vera; e la contraddizione è sotto nessuna condizione vera. Tautologia e contraddizione sono prive di senso. (Come il punto onde due frecce divergono in direzione opposta). (Ad esempio, io non so nulla sul tempo se so che o piove o non piove).        
4.4611 Tautologia e contraddizione non sono però insensate; esse appartengono al simbolismo, cosí come lo “o” al simbolismo dell’aritmetica.        
4.462 Tautologia e contraddizione non sono immagini della realtà. Esse non rappresentano alcuna possibile situazione. Infatti, quella ammette ogni possibile situazione; questa, nessuna. Nella tautologia le condizioni della concordanza con il mondo – le relazioni di rappresentazione – si annullano l’una l’altra, cosí che essa non sta in alcuna relazione di rappresentazione con la realtà.
4.463 Le condizioni di verità determinano il margine che è lasciato ai fatti dalla proposizi one. (La proposizione, l’immagine, il modello sono, in senso negativo, come un corpo solido che restringe la libertà di movimento degli altri; in senso positivo, come lo spazio, limitato da una sostanza solida, ove un corpo ha posto). La tautologia lascia alla realtà la – infinita – totalità dello spazio logico; la contraddizione riempie tutto lo spazio logico e non lascia alla realtà alcun punto. Nessuna delle due, quindi, può in qualche modo determinare la realtà.  
4.464 La verità della tautologia è certa; della proposizione, possibile; della contraddizione, impossibile.

Vi sono dunque proposizioni sempre vere, come "nevica o non nevica" o "se piove, allora piove" e proposizioni sempre false come "piove e non piove". Sono proposizioni il cui stato di verità e di falsità è del tutto indipendente dai fatti e si chiamano rispettivamente tautologie e contraddizioni. Le leggi logiche sono tutte tautologie, cioè giudizi nei quali il predicato non fa che enunciare in modo diverso il medesimo contenuto del soggetto, esprimendo così soltanto una condizione di possibilità.

Il punto 5 decreta che il linguaggio è riconducibile alla logica proposizionale e il valore di verità di una proposizione al valore di verità delle sue componenti

Il criterio di verità di una proposizione complessa dotata di senso è la verità delle proposizioni atomiche che la costituiscono. La presenza dei connettivi logici ("e", "o", "se... allora", "se e solo se") rende inconfrontabili le proposizioni molecolari con stati di cose, perché i connettivi non rappresentano alcunché. "Piove e fa freddo" è, per esempio, vera se effettivamente piove ed effettivamente fa freddo, ma "piove o fa freddo" è vera sia quando non piove e fa effettivamente freddo, sia quando effettivamente piove, però non fa freddo.

Il punto 6 riguarda la riduzione di tutti i connettivi a uno solo, il connettivo non entrambi studiato però già in passato da Crisippo.

Dunque si può giungere a una esplicazione dell’opera. A partire da queste tesi Wittgenstein si propone di capire quale sia l’essenza del linguaggio, ovvero che cosa faccia di un linguaggio un linguaggio (Tutto il mio compito consiste nello spiegare l’essenza della proposizione, Quaderni, 22 gennaio 1915), in parte ponendosi nella scia delle riflessioni già avviate da Frege e Russell, in parte prendendo significativamente posizione rispetto ad esse. È importante, ad esempio, ricordare che, a differenza di quanto sostenuto da Russell, in Wittgenstein non vi è una ‘svalutazione’ del linguaggio ordinario a favore di un presunto linguaggio ideale, perfetto: il linguaggio ordinario è di per sé già perfetto (Tutte le proposizioni del nostro linguaggio comune sono di fatto, così come esse sono, del tutto ordinate logicamente, 5.5563). Il tema dell’essenza della proposizione viene subito strettamente legato a quello dell’essenza del mondo come se si trattasse di due lati, inscindibili, di un medesimo compito: di qui l’intreccio profondo che lega le riflessioni sulla logica, quelle sulla forma della proposizione e sulla capacità del linguaggio di raffigurare il mondo, e quelle sui limiti del linguaggio stesso (problema cruciale di ordine sia logico sia etico). nell’affermare che le proposizioni del linguaggio sono immagini, Wittgenstein sta pensando all’immagine in termini logici e non psicologici. Quello che qui interessa è la possibilità di pensare uno schema, un insieme di articolazioni, una sorta d’impalcatura concettuale che rispecchi un insieme di relazioni e di rapporti che esisterebbero nella “realtà”. Per capire come Wittgenstein possa riuscire a vedere nel linguaggio una teoria raffigurativa incardinata sul concetto di forma logica si può pensare a questa metafora: si pensi al significato che un foglio bianco può assumere per chi lo guarda, esso apparirà per lo più come qualcosa di vuoto e di indeterminato. Così come chi guardi il linguaggio in una prospettiva non filosofica lo penserà per lo più come uno strumento che non intrattiene relazioni se non convenzionali con gli oggetti designati e difficilmente potrà ammettere che il linguaggio “raffiguri” alcunché del mondo. Ma se chi guarda il foglio bianco osserva con l’occhio di un pittore, ecco che all’improvviso questo foglio dischiuderà un intero mondo di possibilità già molto ben delineate, perciò Wittgenstein scrive nella 4.462 le condizioni di verità determinano il margine che è lasciato ai fatti dalla proposizione. Il linguaggio non dice nulla della sua capacità di raffigurare il mondo: però la mostra in continuazione. Non c’è nessun trucco nascosto, il problema è anzi che questa forma è sempre in vista e per questo non viene notata. La forma logica, elemento chiave della raffigurazione stessa, non può però essere in alcun modo detta bensì solo mostrata, esibita, nel linguaggio stesso. Questa constatazione rappresenta il cuore delle riflessioni proposte nel Tractatus. Perché l’immagine possa raffigurare anche la forma della raffigurazione, questa dovrebbe essere qualcosa di indipendente, un “meccanismo esterno” alla raffigurazione stessa: ma senza la forma della raffigurazione, verrebbe meno anche lo stesso concetto di immagine. La forma della raffigurazione, lungi dall’essere un’appendice esterna al discorso ed al linguaggio, è la condizione del suo stesso farsi: è, secondo una metafora dello stesso Wittgenstein, il punto cieco della visione che non vede se stesso, ma da cui si delinea il campo visivo, la possibilità stessa della visione. Il problema dei paradossi viene così risolto.   E il paradosso di Russell, dove è finito?

La proposizione del Tractatus 3.333, una proposizione che per quanto è dato ricercare non viene mai spiegata con molta precisione, dice: Una funzione non può essere suo proprio argomento perchè il segno funzionale contiene già l’immagine primitiva del suo argomento e non può contenere se stesso.

Cosa intende Wittgenstein quando dice che una funzione non può essere suo argomento? Per Wittgenstein vuol significare che, nel linguaggio una funzione non può essere suo argomento. Ad esempio se io scrivo F(Fu) in cui u= Socrate è F=saggio, posso dire Socrate è saggio, ma non posso dire come invece vorrebbe indicare la funzione Socrate è saggio, è saggio. Posso dire al massimo Socrate è saggio e tutto ciò che ho detto è saggio. Ma naturalmente il concetto di “saggezza” della seconda frase è diversa dalla prima; conseguentemente i due simboli di funzione devono essere diversi così ad esempio F(fu) o in qualsiasi altro modo. Si tratta di una chiarificazione notazionale che precisa l'uso scorretto della simbologia che viola il fatto che una “funzione” non può essere suo argomento. Con ciò Wittgenstein conclude: s’elimina il paradosso di Russell.
La soluzione del paradosso di Russell in effetti è la soluzione del paradosso relativo appunto alle funzioni: se noi affermiamo che ogni funzione con un argomento incognito determina un insieme dovremmo rappresentare l'insieme di tutti gli insiemi che comprendono se stessi o l'insieme di tutti gli insiemi che non comprendono se stessi con una funzione che li raggruppa tutti e che quindi come argomento ha la totalità di quegli insiemi. Questo è peraltro il problema del Tractatus stesso che è costruito sì con la logica, ma non può appunto raffigurare la logica. A sua volta, l’impossibilità di “dire” la forma logica sembrerebbe riconnettersi idealmente ad un altro interdetto, quello esposto nella settima proposizione: Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

E il punto 7 in effetti mette il dito sulla piaga delle limitazioni intrinseche del linguaggio ovvero che benché esso mostri la propria forma non può però parlarne, se il linguaggio esprime il come e non il che, ciò che più conta nell'esperienza umana, il senso del mondo e i valori che nel mondo ci orientano, è Mistico, cioè destinato al silenzio, precluso al linguaggio.

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