Per suggerimenti e osservazioni scrivi a:

info@storiadelleidee.it

Si ricorda a tutti i visitatori che il sito è in costruzione, ci scusiamo per i numerosi refusi causati dalla dattiloscrittura/dettatura vocale, il materiale presente deve ancora essere revisionato. Lo scopo del sito è didattico i materiali pubblicati o visibili tramite link sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori o gestori.

Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

Amici e collaboratori stanno contribuendo alla realizzazione.

Mentre la civiltà europea arretrava inesorabilmente la cultura romana continuava a sopravvivere a Bisanzio. La sopravvivenza dell'Impero d'Oriente dipese dalle buone condizioni della sua economia e dalla popolazione che a differenza dell'Occidente era rimasta numerosa: vi era ancora un organismo fiorente è un discreto sviluppo commerciale. Le componenti fondamentali della civiltà Bizantina pure una struttura statale romana assonnata alla cultura greca e alla religione cristiana. Uno dei suoi punti di forza fu la sua collocazione in posizione intermedia tra Oriente e occidente. L'imperatore univa al potere politico e quello religioso da cui derivava gli interventi dell'autorità Imperiale sulle dispute religiose come quella scoppiata tra i nestoriani (che affermavano che in Cristo vi era una doppia natura umana e Divina) e i monofisti (che affermavano che in Cristo vi è solo la natura Divina).

L'Impero bizantino restò a lungo in Europa l'unico stato degno di questo nome in virtù della sua burocrazia delle sue scuole di un esercito ancora ben organizzato esso tuttavia assomigliava di più a un'antica monarchia ellenica e ciò lo allontano progressivamente del resto dell'Europa Occidentale cristiana.

Dopo la chiusura delle scuole filosofiche pagane a Bisanzio non si crearono altre istituzioni culturali della stessa natura. l'insegnamento veniva riservato alle personalità della classe dirigente e perlopiù era svolto da maestri privati. I monasteri a Bisanzio non ebbero la stessa funzione educativa che avranno in Occidente. Tuttavia non mancarono autori di rilievo nel mondo bizantino spiccano la figura dello pseudo-dionigi che riprendeva il neoplatonismo in particolare per quanto riguarda la generazione per processione (uno intelletto anima) e per quanto riguarda la teologia negativa.

Nel 568 l'Italia fu invasa dai Longobardi guidati da Alboino. Essi occuparono una parte significativa della penisola che costrinse i bizantini a firmare un accordo nel 603 che sanciva la divisione tra i territori controllati dai Longobardi e quelli ancora sotto il dominio bizantino. Il dominio longobardo in Italia fu molto duro differenza di quello ostrogoto che aveva rispettato le tradizioni romane. I Longobardi distrussero l'amministrazione civile romana e attribuire una la popolazione autoctona una condizione politica inferiore, proprio per questo l'invasione longobarda rappresentò una frattura di civiltà nella storia della penisola producendo un arretramento culturale ed economico senza pari.

Il ruolo della penisola tornerà centrale solo dopo il 755 quando il re Pipino il Breve intervenne contro i longobardi, che approfittando della crisi iconoclastica dei bizzantini avevano invaso il Lazio e parte dell’esarcato. Dal 774, anno il cui Carlo Magno sconfisse definitivamente i longobardi, si ebbe una lenta ripresa della civiltà nella penisola.

Il fatto culturalmente più significativo nell’occidente cristiano, è la fondazione da parte di Carlo Magno nel 781 della Scuola Palatina, non ha torto per quei tempi immaginata come la nuova Atene. La costruzione della scuola è affidata ad Alcuino di York (740-804). Da prima destinata in prevalenza ad accogliere la corte di Carlo, essa comprendeva maestri, copisti, scribi e cantori. Qui oltre ad impartire i rudimenti di grammatica e computo si studiava le arti liberali e le sacre scritture.

L’opera di Alcuino è fondamentale perché anche gli ecclesiastici non erano più in grado di leggere e scrivere correttamente e il nuovo Sacro Romano Impero aveva invece bisogno di buoni amministratori. Ci ricorda Santoni Rugiu, con una velata ironia, che già Pipino il Breve si era accorto della totale ignoranza di preti ed ecclesiasti figuriamoci i comuni mortali, cioè i laici. Gli stessi testi liturgici erano pieni di errori tali da pregiudicare anche la corretta trasmissione del dogma cristiano. Ovviamente Carlo Magno non era preoccupato alla liturgia, per quanto fosse un buon cristiano, ma al fatto che la sua alleanza con la Chiesa prevedeva che proprio agli ecclesiastici fosse dato il compito di redigere i registri (funzionali come dati anagrafici, fiscali e militari) oltre che alla conservazione di codici e tesori bibliografici.

Alcuino si dedica, infatti, soprattutto a riorganizzare l’ordinamento scolastico: oltre a fondare nuove scuole istituisce gli scriptoria dove vengono ricopiate le opere; raccoglie le opere e costruisce biblioteche; redige trattati e manuali per l’insegnamento. È dalla sua opera che si può effettivamente parlare di rinascita carolingia, una rinascita che aveva come obiettivo quello di trasferire nelle Gallie tutto il sapere dell’età classica greco e romano.  

A proseguire l’opera di Alcuino alla direzione della Scuola palatina venne chiamato da Carlo il Calvo Giovanni Scoto (810-877 circa) egli, oltre alla traduzione latina del così detto pseudo Dionigi (si usa il termine pseudo quando un’opera erroneamente attribuita in principio ad un autore rimane di fatto anonima….), scrive De divisione naturae (La divisione della natura) un’opera di ispirazione platonica. In questo testo Scoto divide l’essere in quattro nature:

la prima natura è quella che crea e non è creata ed è Dio padre;

la seconda natura è quella che è creata e crea ed è l’insieme delle cause primordiali il Logos o figlio sede degli archetipi;

la terza natura è quella che è creata e non crea ed è tutto ciò che sta nel tempo cioè il mondo e le creature;

la quarta natura è quella che non crea e non è creata ed è Dio stesso come fine ultimo delle cose create al quale esse devono tornare.

Si tratta di un circolo che inizia da Dio per processione exitus muove attraverso il Logos al mondo e torna a Dio reditus. Il mondo è teofonia ovvero manifestazione del divino. Giovanni Scoto sempre nel De divisione naturae riprende le teorie di Eraclide pontico sull'ordine del cielo, nega l’esistenza delle sfere etere di Aristotele, e si fa sostenitore dell’eliocentrismo infatti non solo fa ruotare Mercurio e Venere intorno al sole ma anche Marte e Giove: tale sistema, molto simile a quello pitagorico-platonico, avrà una certa diffusione per qualche tempo putroppo non era supportate da tavole capaci di prevedere i fenomeni celesti, era per così dire un opera a carattere filosofico e non matematicò perciò si perderà del tutto Nell'europa Occidentale con l’arrivo della traduzione dell'Almagesto di Tolomeo, che era diversamente supportato da una maggior accuratezza matematica.

Va ricordato che che Scoto era irlandese e l’Irlanda a differenza dell’Europa e della stessa Inghilterra aveva sofferto meno le invasioni dell’epoca tardoantica e del basso medioevo, pertanto è facile che egli avesse potuto gustare ancora della sapienza classica, il suo sistema come si è già detto è estremamente legato al Platonismo, il Logos è il mondo delle idee di Platone. Le sue posizioni in merito alla religione per molti aspetti ad un cattolico rigoroso risulterebbero eretiche. Dalla trinità che assomiglia alle ipostasi di Plotino, ad un possibile panteismo deducibile dall’immagine del mondo come teofonia, fino alla sua teoria dell’eterna creazione. Per questo papa Onorio III nel 1225 ordinò la distruzione totale delle sue opere ma come dice Russell «fortunatamente quest’ordine non fu eseguito con cura».