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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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L’oriente tra il VI e VII secolo è caratterizzato da una guerra permanete tra Impero Bizantino (l’impero romano d’Oriente) e l’Impero persiano. Questo stato di cose trasformò l’arida penisola arabica e il medio Oriente in un terreno fertile per la nascita di una terza potenza che avrebbe nell’immediato condizionato la cultura e l’assetto politico dell’Europa orientale e, sul lungo periodo, influenzato la storia dell’umanità, l’islam. Maometto, nato alla Mecca nel 570 d.c. circa, secondo la narrazione coranica fu raggiunto nel 610 da una visione dell’arcangelo Gabriele inviato di Allah dal quale fu esortato ha recitare e pregare la parola divina (quara’a da cui Corano); tre anni dopo ebbe inizio la predicazione di Maometto. Il messaggio di Maometto presto risultò egemonico, trovando per altro il consenso dei ceti meno abbietti. Dopo un breve periodo di esilio alla città di Medina, gli islamici guidati da Maometto conquistarono la Mecca e, consolidato il potere politico, diedero avvio alla prima fase di espansione araba.

Tra il 690 e il 730 gli arabi conquistarono tutta l’Arabia, occuparono la Persia (nel 668 fu addirittura messa sotto assedio Costantinopoli, il primo di molti), la Siria, l’Egitto, Cartagine ed il nord Africa; nel 711 iniziò l’invasione della penisola iberica che fu conquistata in cinque anni e nel 733 ci fu il primo scontro, per onore del vero una scaramuccia, tra franchi e arabi a Poitiers.

Mentre in Europa occidente e settentrionale la cultura greca rimaneva poco più che un ricordo l’incontro tra arabi e cultura ellenica ha dato avvio a numerosi studi. Nella metà dell’VIII secolo inizia l’occupazione araba dei territori di lingua greca e iniziano le prime traduzioni delle opere greche in arabo da parte dei pensatori del falsafah. Questi autori pur essendo secondari nella tradizione islamica saranno fondamentali per la rinascita culturale in Europa grazie all’eclettismo che li caratterizza e che è alla base del lavoro di recupero della filosofia classica. Sotto il califfo al-Mamun nel 829, viene fatto costruire uno dei più grandi osservatori astronomici dell’epoca a Bagdad città che di li a poco sarebbe diventata la nuova Alessandria con la costruzione della “casa della sapienza” volta allo studio dell’Organon aristotelico.

Gli autori più rilevanti della tradizione araba sono il matematico Al Khuwarizmi, Al-Kindi, Al-Farabi, i due Alhazen, Avicenna ed Averroè. Questi autori sono fondamentali perché hanno contribuito a recupere e a diffondere l’aristotelismo, quasi scomparso in Europa. Inoltre in tutti questi autori si trova il tentativo di mediare tra il neoplatonismo e l’aristotelismo.

Al Khuwarizmi (780-850) è importante sia dal punto di vista dell’astronomia sia per lo sviluppo dell’algebra, anzi soprattutto per questo. Egli è infatti il traghettatore del sistema numerico indiano, a noi più noto appunto come sistema di numerazione araba, ovvero il sistema posizionale. Con questo autore nasce appunto l’algebra da Al-jabr che è la parola iniziale del titolo dell’opera di Al Khuwarizmi. Il noto matematico greco Diofanto, spesso associato a Fermat e al suo teorema, era stata il primo attraverso la sua opera l’Arithmetica a fondare tali argomenti, ma pur essendo ad un grado elevato di complessità aveva difettato sia per sistematicità che per chiarezza. Solo con Al Khuwarizmi lo studio delle equazioni diventa sistematico, così come la loro trattazione, anche perché come si è notato per i greci era difficile pensare all’aritmetica in modo separato dalla rappresentazione geometrica. Inoltre è dal suo nome che i latini storpiarono in Algoritmi che è stato coniato il termine algoritmo, cioè l’arte di fare calcoli. Al Khuwarizmi inoltre grazie all’utilizzo della trigonometria compone una ampia raccolta di tavole astronomiche

Sia Al-Kindi (800-866) Al-Farabi (870-950), hanno interesse nel sintetizzare il contenuto coranico con la filosofia. Essi tentano di stabilire un rapporto tra dottrina delle cause di Aristotele, e quindi il concetto di causa prima, con il Demiurgo platonico, così da dar ragione della prospettiva creazionistica e al contempo, sempre in virtù del platonismo, poter mostrare come tutto il mondo partecipi dell’essenza di Dio, o dell’Uno in termini neoplatonici, attraverso un percorso di processione. Al-Kindi in particolare ha introdotto il concetto di Intelletto Agente, che è la facoltà che consente di generare le idee astratte, come entità spirituale. Al-Farabi a sua volta ha distinto quattro facoltà della mente umana: l’intelletto potenziale (che ha in potenza la capacità di apprendere), l’intelletto in atto (che consiste nell’atto di apprendere), l’intelletto acquisito (il possesso della conoscenza) e l’intelletto agente (che attribuisce forma alla materia).

Hasan Alhazen (965-1040) è invece particolarmente noto per i suoi studi di ottica fisiologica. Oltre a descrivere in modo opportuno la struttura dell’occhio egli dimostrò che non sono i raggi a partire dall’occhio e a giungere all’oggetto, ma essi partono dall’oggetto per giungere all’occhio. I suoi studi oltre ad essere oggetto degli autori della scuola Padovana del XIII e XIV secolo, saranno oggetto d’attenzione dello stesso Keplero.

Muahmmad Alhazen (959-996?) tentò di fare una descrizione dell’universo ritornando alla versione fisica di Aristotele diversa dal modello matematico di Tolomeo. Nella sua opera La configurazione dell’Universo immaginò che i celi fossero una serie di gusci sferici concentrici che al suo interno contenevano altre sfere, per Alhazen si trattava di un modello fisico e non matematico come per Tolomeo, pertanto vi era la necessità di ridurre il più possibile le complicazioni presenti nell’Almagesto ad iniziare dall’equante che sembrava confliggere con la filosofia armoniosa di Platone e Aristotele.

Anche Avicenna (980-1037) ci presenta un modello ibrido tra aristotelismo e neoplatonismo, dove le quattro cause di Aristotele sono ricondotte a due categorie fondamentali essenza ed esistenza. Esse coincidono solo in Dio che è l’unico essere necessario il mondo è invece contingente. Da ciò scaturisce una delle più note prove dell’esistenza di Dio, se, infatti, il mondo non ha in sé la causa del proprio esistere non può che essere necessario l’esistenza di un ente (Dio) che ha in sé la causa della propria esistenza e al contempo sia causa prima del mondo. Dio, come l’Uno di Plotino, per sovrabbondanza di sé effonde bene, donando esistenza alle cose che sono. La molteplicità è data non da Dio, ma dall’intelletto primo che, un po’ come l’intelletto di Plotino, funge da tramite tra l’Uno e il molteplice.

Averroè (1126-1198) è importante per la sua teoria sull’anima, egli interpretando in senso restrittivo il De anima di Aristotele rammentava che essendo l’anima la forma individuale del corpo essa muore con esso; solo l’intelletto universale ovvero ciò che deriva da Dio, scienza compresa, preso nel suo insieme può sopravvivere: la mente umana possiede due facoltà l’intelletto passivo, disposizione universale verso la conoscenza e l’intelletto agente che permette alla mente di realizzare la sua potenzialità, quest’ultimo non appartiene all’individuo ma è dato da Dio e come tale non è individuale. Egli è da ricordare anche per aver proposto una certa separazione tra il linguaggio della ragione e quello della rivelazione, pur non dichiarando l’esistenza di una doppia verità, egli ritiene che i due linguaggi sono tra loro diversi e perciò non coincidono nella forma (per questo sarà spesso associato all'idea che esiste una doppia verità, tesi considerata eretica). Infine anche Averroè, pur riconoscendo la capacità di predizione dei fenomeni al sistema tolemaico, sosteneva che il cielo dovesse essere descritto esclusivamente attraverso moti circolari concentrici che apparivano fisicamente più probabili.

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