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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Per Gramsci l’educazione diventa momento funzionale al raggiungimento dell’«egemonia culturale», cioè della capacità che la classe egemone deve mostrare «forgiando le energie e le capacità necessarie e avvertendo il diritto di dirigere tutta quanta la società» in modo da ottenere «il consenso delle classi subalterne». Una filosofia, non contemplativa, ma volta a realizzare il cambiamento; dove l’egemonia è concepita «nell’interesse della formazione e del massimo sviluppo delle potenzialità creative delle classi subalterne», questo a sottolineare che il rapporto di egemonia si articola in modo dialettico da un lato con la ricerca del consenso cosciente e attivo dall’altro accogliendo i bisogni che giungono dal basso, una pedagogia quindi che tende allo «allo sviluppo delle potenzialità creative delle classi subalterne». Questa analisi si innesta nella rielaborazione che Gramsci compie sul tema del rapporto tra struttura e sovrastruttura. Lo sforzo compiuto da Gramsci in questa revisione è rivolto a rispondere alle nuove esigenze sorte dalla «nuova industrializzazione» e dal dato ineludibile della non estensione della rivoluzione proletaria in Europa.

Questo nesso tra pedagogia e politica secondo Manacorda non rappresenta l’aspetto innovativo del pensiero gramsciano, anche se fa si che Gramsci sia inserito a pieno titolo nella tradizione pedagogica che va da Platone a Isocrate, dove la formazione del dirigente politico è centrale. La peculiarità di questo nesso si concretizza invece quando Gramsci pone come elemento determinante che il “dirigente”, l’uomo politico per eccellenza, non sia un mero governatore come il filosofo di Platone, ma sia “politico e produttore” contemporaneamente, in sostanza che si compia quel percorso che porta «il produttore, liberato dalla unilateralità e ristrettezza del suo particolare mestiere, [a] diventare nuovamente politico». Un processo che prende avvio dal Rinascimento cioè da quando la scienza inizia il suo percorso di avvicinamento alla tecnica e quindi al lavoro, alle esigenze produttive. Marx aveva notato che necessariamente si sarebbe dovuto istruire i nuovi produttori nel processo di industrializzazione, ma questo avrebbe aperto una contraddizione tra dirigenti e subalterni, che avrebbero acquisito così più facilmente la coscienza di essere sfruttati; su questo punto Gramsci più di qualunque altro ha saputo comprendere il «rapporto tra pedagogia e politica, intellettuali e produttori, tra cultura e lavoro».

Il pensatore sardo precisa che «tutti gli uomini sono intellettuali […] ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione intellettuale»; infatti scrive: «non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una sua consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo».

Gramsci sostiene che il popolo sente, ma spesso non comprende, mentre l’intellettuale «sa», ma solitamente non sente. Per superare questa dualità è necessario che il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, cioè tra governanti e governati, sia dato da «un’adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere […] cioè si realizza la vita d’insieme che solo è la forza sociale: si crea il “blocco storico”», funzione che in particolare spetta al Partito Comunista che rappresenta in Gramsci il «moderno principe», l’intellettuale collettivo per eccellenza.

Gramsci, nei Quaderni, distingue tra tre tipi di intellettuali: quelli appartenenti alla «casta» del clero, che sono sopravvissuti alle trasformazioni sociali dall’epoca aristocratico-feudale a quella borghese; gli intellettuali organici alla classe dominante e quelli legati alla classe egemone che si candida alla conquista del potere. Qui Gramsci accusa gli intellettuali laici, in particolare gli idealisti, di aver rinunciato a “educare il popolo” impedendo la formazione di un nuovo “blocco storico”.

Gramsci sostiene che ogni società o gruppo sociale crea un ceto di intellettuali a sé organici, cosicché «l’imprenditore capitalista crea con sé l’economista, lo scienziato dell’economia politica» che gli dà consapevolezza della propria funzione nel campo economico. Questi dunque non rappresentano una classe, ma una categoria legata ad essa; perciò la classe che si candida alla dirigenza della società deve elaborare una sua cultura ed individuare il metodo per la sua diffusione tra le masse, attraverso la crescita e il lavoro dell’Intellettuale. Egli scrive, in una lettera a Tatiana, che è proprio in virtù dell’incapacità di creare un gruppo di intellettuali organici a sé che i Comuni medioevali sono caduti in declino; essi, scrive Gramsci, non sono riusciti «a diventare uno Stato integrale come invano indicava il Macchiavelli», infatti gli intellettuali italiani avevano un carattere «cosmopolita» e non «popolare-nazionale», cioè per loro era indifferente mettersi al servizio di un comune o di uno stato straniero.

Il dirigente sardo sottolinea, dunque, l’esigenza di formare un gruppo di intellettuali capaci di dare «al proletariato la coscienza della sua missione storica», che abbiano la capacità di elaborare e diffondere la «dottrina» del socialismo, organizzando le masse in un movimento rivoluzionario che sia guida nel momento pre-rivoluzionario e nella fase della gestione del «comando»; dunque, un nuovo soggetto, differente dal disinteressato ricercatore della verità così come invece era inteso da Giovanni Gentile e Benedetto Croce ― che scindevano «l’alta cultura» dalla «cultura popolare» ―, l’intellettuale gramsciano non si stacca mai dalle masse, ma ne condivide i problemi e le aspirazioni, si misura cioè con la vita pratica e sa unire in sé le conoscenze tecniche e scientifiche all’interno di una prospettiva storico-umanistica, senza la quale si rimane solo degli specialisti, ma non si può diventare dirigenti del proletariato.

            Nella lettere a Giulia del 1 agosto del 1932, Gramsci si pone il problema di quali caratteristiche deve avere l'intellettuale del proletariato, che deve essere soggetto onninalterale per usare l’espressione di Marx. Egli scrive che «l’uomo moderno dovrebbe essere una sintesi di quelli che vengono ipotizzati come caratteri nazionali: l’ingegnere americano, il filosofo tedesco, il politico francese, ricreando, per dir così, l’uomo italiano del Rinascimento, il tipo moderno di Leonardo da Vinci divenuto uomo-massa o uomo collettivo, pur mantenendo la sua forte personalità ed originalità individuale»; l’analogia con la rivoluzione culturale del Rinascimento è assunta da Gramsci perché egli vede, nel superamento del Medio Evo attraverso la Riforma, l’affermazione di un nuovo concetto di soggettività, che è alla base dell’attuale individualismo e dell’attuale rapporto intellettuali-popolo.

           Da questa metafora dell’uomo rinascimentale, del Leonado da Vinci appunto, possiamo ricavare il progetto educativo di Gramsci rivolta alla formazione completa dell’uomo; una formazione che, come ha notato Ragazzini, è rivolta all’«avvenire» ma «tiene i piedi dentro al presente», cioè che ha in sé l’ambizione di formare l’uomo onnilaterale, che sarà il soggetto del domani, ma non attraverso categorie astratte, quanto piuttosto partendo dalle necessità della società industriale dell’oggi: non una immagine utopica e ideale, ma un uomo concreto che fa i conti con i processi produttivi e con lo sviluppo della scienza. Gramsci nei Quaderni appunterà «Leonardo sapeva trovare il numero in tutte le manifestazioni della vita cosmica, anche quando gli occhi profani non vedevano che arbitrio e disordine»; qui Leonardo diviene l’esempio di colui che ha saputo rintracciare nella «bizzarria» della realtà la riprova della sua teoria, cioè «ha saputo tradurre in linguaggio teorico gli elementi della vita storica e non viceversa la realtà presentarsi secondo lo schema astratto».

Dietro alle allusive figure proposte da Gramsci, si cela la personalità di questo nuovo “Leonardo”, che, come l’ingegnere americano è padrone della scienza e della tecnica in relazione alle nuove modalità di produzione sorte dalla seconda industrializzazione; il modello americano qui è assunto come riferimento perché in quel paese era sperimentato il più alto livello di applicazione tecnologica, e chiaramente non è assunto per il modello proprietario. Il Filosofo tedesco incarna colui dal quale ha origine la filosofia della prassi, ma anche la figura di cui è erede il proletariato, a partire dall’opera di Hegel, di Marx e dei loro seguaci. Ed infine il politico francese, che con la sua capacità di organizzare le masse verso la politica rivoluzionaria, si fa rappresentante della volontà collettiva, qui è forte il richiamo all’esperienza rivoluzionaria dei giacobini da cui prendeva spunto anche l’analisi di Lenin (egli si definiva, infatti, un «giacobino rivoluzionario»). Scrive Ragazzini che «la sintesi dei tre termini richiama la terna costitutiva di produzione-modi di vita, ideologia e politica» che in sostanza costituiscono la base della società moderna.

Il nuovo intellettuale per Gramsci non può essere caratterizzato dall’eloquenza «motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente con alla vita pratica». Per questo egli scrive sui Quaderni che «bisognerà sostituire il latino e il greco come fulcro della scuola formativa»; un operazione non facile, aggiunge di seguito, chi «non sarà agevole disporre la nuova materia o la nuova serie di materie in un ordine didattico che dia risultati equivalenti di educazione e formazione generale della personalità, partendo dal fanciullo fino alla soglia della scelta professionale». Su questa basa si potrà costruire questo nuovo intellettuale che non sarà né puro oratore né matematico astratto ma che abbia saputo «dalla tecnica-lavoro giungere alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” (specialista + politico)».

 

Sulle discipline atte a formare l’intelletto Gramsci riconosce che la metodologia più generica è universale non è altro che la logica formale e la matematica, che quindi possono essere discipline metodiche e formative della mente. Lo studio della logica formale, secondo Gramsci, è simile allo studio della grammatica; esse, infatti, affinate nella storia della filosofia, raccolgono le esperienze e le tecniche passate del pensiero e sono la «condizione per lo sviluppo ulteriore della scienza stessa». Nell’apprezzare la logica Gramsci espone anche le sue idee sull’insegnamento della matematica; qui Gramsci mantiene forti riserve sulla riduzione «matematizzante» e «metafisica» dello scientismo positivistico, egli ritiene infatti che l’intossicazione matematica della cultura americana sia simile a quella metafisica quando esso si esplica come ragionamento puro e astratto; per questo motivo tale metodo risulterebbe «meno adatto ad essere generalizzato per farlo diventare la forma mentis fondamentale dell’uomo moderno; la quale deve invece essere invece storico-filosofica, cioè capace di cogliere l’aspetto concreto e sintetico della realtà»; il riferimento qui è all’uso improprio che secondo Gramsci ne hanno fatto Russell e Peano che l’avevano elevata a sola filosofia reale trasformandola da logica delle qualità a logica delle relazioni. Una volta considerato l’aspetto negativo, che risulta connesso con il positivismo di fine ‘800, Gramsci attribuisce anche un giudizio pedagogico sostanzialmente positivo, proprio per la sua forte connessione con lo sviluppo tecnico e scientifico, criticando fortemente Croce e l’idealismo che ne avevano sottovalutato la portata pedagogica. Su questo punto conclude Urbani che la posizione di Gramsci probabilmente risiede nel sottolineare l’«opportunità di dare il massimo sviluppo […] delle matematiche specie in connessione con quello scientifico, ma assegnandoli la funzione didattico-formativa corrispondente al carattere di “strumento logico” che va riconosciuto alla matematica», così da evitare che la cultura sia pervasa da un astratto spirito matematico. Si tratta quindi per Gramsci non di osteggiare l’insegnamento della matematica, ma di cambiarne il metodo con cui è insegnato.

Nel prosieguo della sua analisi Gramsci viene «elaborando una più precisa definizione del nuovo umanesimo, come consapevolezza della storia umana in quanto storia del progressivo dominio scientifico-tecnico dell’uomo sulla natura». Gramsci scrive della necessità di promuovere una rubrica sulle correnti scientifiche che abbia come fine quello di «esporre, criticare e inquadrare le “idee scientifiche” e le loro ripercussioni sulle ideologie e sulle concezioni del mondo e per promuovere il principio pedagogico-didattico della “storia della scienza e della tecnica come base dell’educazione formativa-storica della nuova scuola”». In quest’ultimo passo egli, dunque, riconosce alla storia della scienza e della tecnica il ruolo di contenitore in cui si realizza l’unione tra la prospettiva filosofica, scientifica e storica; su questo punto, infatti, Manacorda afferma che si va precisando l’itinerarium mentis che passa «da una concezione “per salti” (lavoro-tecnica-scienza-tecnica) a una concezione in cui il motivo scientifico-tecnico e il motivo storicistico si unificano nella “storia della scienza e della tecnica”». Essa deve, come si è visto, diventare la «base dell’educazione formativa-storica nella nuova scuola» e quindi dovrà quindi prendere il posto delle discipline classiche: questo rappresenta secondo Manacorda «una risposta al quesito lasciato sospeso sulle materie che dovranno costituire il nuovo principio educativo».

Il sapere scientifico secondo il pensatore sardo è un’impresa collettiva che si fonda sul consenso sociale, ed è quindi innanzi tutto storia, Gramsci, nel ricordare un’affermazione di Bertrand Russell, sul significato che può assumere l’identificazione di due punti sulla superficie terrestre uno a Nord e l’altro a Sud, al di là dell’esistenza dell’uomo, scrive «non sono queste espressioni necessariamente legate all’uomo, ai suoi bisogni, alla sua vita, alla sua attività? Senza l’attività dell’uomo, creatrice di tutti i valori anche scientifici, cosa sarebbe l’oggettività?». A queste domande la sua risposta è «niente», non si può immaginare alcun pensiero ed alcun linguaggio al di là dell’uomo, il materialismo storico riconosce il legame indissolubile tra storia-materia-scienza. Sulla base di queste considerazioni scrive Gramsci «ciò che interessa la scienza non è tanto l’oggettività del reale, ma l’uomo che elabora i suoi metodi di ricerca, che rettifica continuamente i suoi strumenti materiali che rafforza gli organi sensoriali e gli strumenti logici (incluse le matematiche) di discriminazione e di accertamento, cioè la cultura, cioè la concezione del mondo, cioè il rapporto tra l’uomo e la realtà con la mediazione della tecnologia».