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Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

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Colui che segna la fine della scolastica è Gulielmo da Ockham (1280-1349) Doctor invincibilis. Egli è una figura di passaggio sulle sue intuizioni fisiche, affermò Nicola Abbagnano, prendono avvio la meccanica e l’astronomia moderna (non stupisce che saranno proprio i suoi allievi a cercare di superare il sistema aristotelico-tolemaico).

Ockham nacque in Inghilterra e giovanissimo entro nell'Ordine francescano. Studiò poi teologia Oxford tra il 1310 e il 1323 e qui inizio a insegnare. L'applicazione della logica alle cose di Fede lo fece cadere nel sospetto di eresia e, per questa ragione, fu invitato ad Avignone presso il pontefice per dar conto delle sue dottrine. Trattenuto sotto sorveglianza nella sede papale rimase coinvolto insieme al Priore generale dell'ordine Francescano, Michele da Cesena, sulla questione della mancata povertà cristiana dei Pontefici che volevano gestire i beni della comunità francescana. L’Imperatore Ludovico Il Bavaro, in lotta con il Papa Giovanni XXII, prese le difese dei Francescani. Divenuti di fatto protetti dell'imperatore sia Michele da Cesena che Ockham che si rifugiarono a Monaco di Baviera. È in questa circostanza che Ockham coniò la frase rivolta a l'imperatore: “tu mi difendi con la spada, io ti difendo con la penna". Con l'avvento di Carlo IV di Boemia sul trono imperiale e del nuovo Papa Clemente VI, che aveva ristabilito l'egemonia sui Francescani, Ockham fu perdonato ma nello stesso anno il 1349 morì a causa della peste.

Ockham fu il primo a dichiarare impossibile l’accordo tra ricerca filosofica e verità rilevata, ciò che oltrepassa i limiti dell’esperienza non può essere conosciuto né dimostrato dall’uomo dunque le verità teologiche non sono oggetto della filosofia.

La sua teoria della conoscenza si basa sulla distinzione tra coscienza intuitiva e astrattiva la coscienza intuitiva è perfetta perché legata sempre all’esperienza diretta. La conoscenza astrattiva prescinde invece dalla realtà del suo oggetto ed è derivata da quella intuitiva. La conoscenza intuitiva può essere sia sensibile quando riguarda le cose naturali sia intellettuali quando riguarda l’amore, l’odio eccetera, la realtà è sempre individuale e fuori dall’anima non c’è nulla di universale, il concetto presente nell’intelletto umano corrisponde al ‘segno’ che identifica una classe di cose particolari questa è appunto la posizione dei nominalisti.

La funzione del ‘segno’ è la supposizione cioè il riferimento dei termini ad oggetti e si divide in personale (quello è un uomo), semplice (l'uomo è una specie), materiale (l'uomo è un sostantivo).

L'universalità del concetto è dato solo dalla sua funzione significante, attraverso l'intenzione un concetto viene usato come ‘segno’ delle cose. Dunque il concetto è il segno naturale della cosa stessa, ma questa naturalità esprime semplicemente la sua dipendenza causale dalla realtà significata.

Con Ockham la teologia smette di essere scienza in un certo senso e si dissolve il problema centrale della Scolastica medievale. Anche l'esistenza di Dio con i suoi attributi non può essere dimostrata attraverso un ragionamento di valore apodittico cioè dimostrativo.

Dopo aver riconosciuto l’impossibilità di sostenere una teologia razionale Ockham rivolge la sua critica alla metafisica tradizionale. Egli è passato alla storia per l’espressione “rasoio di Ockham”. https://ilrasoiodiockham.files.wordpress.com/2014/02/image63-e1416250004571.png?w=424&h=280 Con questa espressione il filosofo intendeva eliminare tutti quei concetti che non possono essere colti dall’esperienza e sono pertanto forvianti come ad esempio quello di sostanza di cui noi possiamo vedere solo gli attributi o di causa di cui vediamo solo gli effetti ed infine l’idea di causa finale. Lo stesso amore di Dio inteso come causa finale non può che essere inteso come metafora. https://image.slidesharecdn.com/dunsscotoeguglielmodiockam-131023170555-phpapp02/95/duns-scoto-e-guglielmo-di-ockham-8-638.jpg?cb=1382548021

Ai filosofi dunque non rimane altro che analizzare la realtà così com’è senza spiegare le presunte ragioni metafisiche. Sul piano fisico egli afferma che la materia sia la medesima in terna e nel mondo celeste, afferma che ci potrebbero essere più mondi e che c’è la possibilità che vi sia l’infinito attuale e che non esistono enti indivisibili. Egli rifiuta anche l’idea dell’esistenza dell’intelletto attivo proprio perché se non si dimostra l’esistenza dell’anima il suo ruolo decade, visto che la conoscenza deriva dai sensi.

Per ciò che riguarda la politica Ockham rifiuta il potere assoluto assegnato al Papa dalla Chiesa, l'unica legge assoluta per Ockham è quella di Cristo​ che deve poter essere scelta liberamente. La Chiesa è per lui la comunità libera dei fedeli, una comunità storica, e proprio per la sua contingenza fallace, così anche il Papa come il Concilio possono emettere giudizi sbagliati. È sulla base di queste riflessioni che Ockham afferma anche l'indipendenza del potere imperiale da quello religioso e viceversa. https://image.slidesharecdn.com/dunsscotoeguglielmodiockam-131023170555-phpapp02/95/duns-scoto-e-guglielmo-di-ockham-9-638.jpg?cb=1382548021

Gli ockhamisti Giovanni Buridano (1290-1358 d.C.) e il suo allievo Nicola d’Oresme (1323-1382 d.C.) cercarono di andare oltre il modello aristotelico e rappresentano due punti di riferimento per la così detta fisica nova. negli scritti di Buridano, per la prima volta, addirittura il Cielo e la Terra vengono sottoposti, almeno in via ipotetica, ad un unico insieme di leggi. Per onor del vero Buridano è passato alla storia per l’aneddoto dell’asino, che per giunta lui non ha mai scritto, il famoso asino che posto davanti a due balle di fieno equidistanti non avendo un valido motivo per scegliere l’una piuttosto che l’altra finisce per morire di fame, dando così ragione della teoria da lui esposta sulla volontà che segue l’intelletto, e che vede la libertà solo come strumento per impedire il giudizio dell’intelletto. https://lucarota.files.wordpress.com/2018/10/asino-buridano.jpg?w=660&h=378

In realtà una dei contributi maggiori di Buridano è la teoria dell’impetus che di per se è molto moderna. Questa teoria, che sostiene che un corpo continua a muoversi in quanto ha assorbito parte dell’impulso dal motore che gli l’ha trasmesso, permette di spiegare una quantità di fenomeni a cui Aristotele non aveva trovato soluzione come ad esempio perché è più facile lanciare lontano un sasso piuttosto che una piuma, essa infatti permette di mettere in relazione la velocita con la massa di un corpo. Questa teoria permette di risolvere sul piano astronomico il complesso meccanismo dei motori, infatti una volta che Dio ha impresso il moto agli astri in assenza di attrito e resistenze possono continuare a muoversi.

Nel modello aristotelico un oggetto si spostava perché l’aria si spostava dalla parte anteriore alla parte posteriore del oggetto, risultando così la causa del movimento, va ricordato appunto che per lo stagirita ogni moto necessita di una causa immediatamente legata ed esso, la teoria dell’impetus (per altro ottima per affinare la balistica militare) di fatto elimina la necessità di avere sempre una causa prossima, basta un accidente iniziale per far mantenere in moto un oggetto.

Oresme nel suo commentario al De Caelo critica dapprima le argomentazioni di Aristotele a sostegno dell’unicità della Terra, poi propone che la Terra non si muova per sua natura verso il centro del mondo, ma semplicemente che pezzi di terra si attraggano tra loro; dunque parlare di centro dove la materia si raduna ha senso solo se se ne parla in relazione al centro della Terra, il che lascia aperta una porta alle cosmologie in cui la Terra non è né unica né centrale.

Orseme mostra anche che non vi è un particolare impedimento ad un eventuale moto terrestre e noi, in quanto parte del “sistema terra”, non possiamo rendercene conto, scrive Oresme, così come un viaggiatore posto su una nave che si muove con la stessa velocità di una seconda imbarcazione, penserà che queste siano ferme, ed ancora se una delle due fosse in movimento e l’altra no e fossero a fianco l’una all’altra non gli sarà facile capire quale delle due si sta muovendo (un po’ come accade alla stazione quando di due treni affiancati uno dei due inizia a muoversi, se non si guarda la banchina, non si comprende se uno sta avanzando o l’altro indietreggiando). Questo esempio veniva utilizzato anche per confutare l’idea aristotelica dei due oggetti lasciati cadere verso il basso; egli scrive che, se una persona su una nave in movimento lasciasse cadere rapidamente una mano, essa descriverebbe rispetto all’albero maestro solo una linea retta, dunque un corpo che cade a terra sulla sfera terrestre perpendicolarmente non è detto che abbia un unico moto verticale anche se non ne appaiono altri.

Va detto che Oresme era un vescovo e dunque non poteva ammettere il moto terrestre senza che esso fosse compatibile con le sacre scritture, pertanto egli affermava, anticipando Galilei di due secoli e mezzo, che le scritture si accomodavano alla mentalità del tempo in cui furono redatte e come tali non andavano prese alla lettera in ambito scientifico. La pecca di Oresme sta nelle conclusioni quando dopo aver dimostrato la validità e la possibilità del moto terrestre si dichiara comunque convinto dell’immobilità del nostro pianeta, dimostrando che più che la verità di per sé era il piacere del ragionamento a condurre la sua analisi.

Va ricordato però anche il grande contributo che Oresme ha portato alla matematica nel suo Trattatus de latitudinibus formarum dove è introdotto un primitivo metodo per individuare le coordinate di un corpo, qualcosa che richiama molto gli studi che Cartesio condurrà tre secoli dopo. E infine il suo studio sul moto uniformemente accelerato, dove dimostra che:

un moto uniformemente accelerato di un mobile può essere equiparato al moto uniforme di un secondo mobile che abbia una velocità in modo che si può esprimere lo spazio percorso dal primo per mezzo dello spazio percorso dal secondo. Una proporzione dalla quale discerne la legge del moto uniformemente accelerato per la quale lo spazio percorso è proporzionale al quadrato del tempo impiegato a percorrerlo (Gyemonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico)

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