Per suggerimenti e osservazioni scrivi a:

info@storiadelleidee.it

Si ricorda a tutti i visitatori che il sito è in costruzione, ci scusiamo per i numerosi refusi causati dalla dattiloscrittura/dettatura vocale, il materiale presente deve ancora essere revisionato. Lo scopo del sito è didattico i materiali pubblicati o visibili tramite link sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori o gestori.

E' possibile trovare parte delle spiegazioni dei testi presenti sul sito nell'omonimo canale storia delle idee su youtube

Il sito è a cura del prof. Bernardo Croci, attualmente insegnante di filosofia presso il Liceo delle Scienze Umane Galilei di Firenze.

Amici e collaboratori stanno contribuendo alla realizzazione.

Nel 1690 venne pubblicato il capolavoro di Locke, il Saggio sull’intelletto umano, il cui scopo è quello di indagare i fondamenti del sapere umano. L’oggetto del Saggio è l’intelletto, definito come il potere che la mente umana ha di conoscere, ossia di percepire idee.

Il metodo proposto dall’autore è di indagare l’intelletto sospendendo il giudizio su ipotesi non confermate dall’osservazione. Attraverso l’introspezione l’intelletto deve dunque studiare se stesso senza entrare in questioni metafisiche.

L’intelletto deve quindi provare ad analizzare i propri contenuti di pensiero ricostruendo la loro “storia”, ossia il modo in cui sono stati acquisiti o formati; da qui arrivare poi a stabilire i criteri di certezza e di verità di ogni conoscenza umana. Il saggio si propone di mostrare come ogni conoscenza umana deriva dall’esperienza sensoriale.

Secondo Locke l’empirismo è l’unica dottrina difendibile, poiché quella concorrente sostiene che nel nostro intelletto vi siano idee innate. Quindi il primo intero libro è una critica dell’innatismo, dottrina trionfante tra i contemporanei di Locke e che riteneva presenti nella mente umana dei principi eterni e immutabili.

L’autore, insomma, ritiene che nessuna conoscenza di alcun tipo preesiste all’esperienza: il nostro intelletto, osserva Locke in armonia con l’empirismo di matrice aristotelica e stoica, “non è diverso da ciò che si suol chiamare una tabula rasa”.

La presunta realtà di principi innati viene confutata dall’autore attraverso una serie di argomentazioni, una delle quali sostiene che se tutte le idee fossero innate dovrebbero essere presenti anche nei bambini e negli “idioti”; ma così non appare affatto. Inoltre tende a mostrare come sia inutile persino pensarle, poiché tutti gli uomini sono dotati di facoltà idonee a formarle da soli; anche proposizioni considerate assiomi sono conoscenze derivate dall’esperienza di casi particolari: è l’esperienza a mostrarci ad esempio che “il rosso non è il blu”. Locke mostrerà come alcuni principi ritenuti innati trovino il loro fondamento solo nel linguaggio umano, ossia nel significato attribuito alle parole. Inoltre fa riferimento ai resoconti di navigatori ed esploratori nelle terre dei nuovi continenti per dimostrare come la diversità culturale ponga in serio dubbio la validità universale di certi principi e la presunta esistenza di un generale consenso delle genti su alcune credenze e nozioni fondamentali.

Nel secondo libro del Saggio Locke completa la critica all’innatismo, mostrando come tutti i contenuti mentali siano riconducibili a dati forniti dai sensi.

Poiché alla nascita la mente umana è priva di contenuti conoscitivi, le idee originariamente derivano dai sensi e dalla riflessione:

  • La prima fonte delle idee è la sensazione: le idee di sensazione sono prodotte dal contatto tra i nostri sensi e gli oggetti esterni, sono i primi atti del pensiero e sono tali idee come il dolce, il duro, il freddo, il rosso;
  • La seconda fonte è la riflessione, con la quale siamo consapevoli delle operazioni compiute dalla nostra mente, come il dubbio, il pensiero, la percezione.

Tutte le idee che derivano da queste due fonti sono semplici, non ulteriormente divisibili e scomponibili della conoscenza. Le idee semplici di riflessione ci fanno conoscere le operazioni interne di qualcosa che possiamo chiamare spirito o mente, mentre le idee semplici di sensazione ci mettono in relazione mediante il nostro corpo con il mondo esterno.

Nel percepire le idee semplici l’intelletto è passivo, ossia non può rifiutarsi di riceverle, non può ignorarle, né può alterarle o cambiarle. Ciò prova che non può essere l’intelletto a produrle.

Riguardo alla fedeltà o adeguatezza delle nostre rappresentazioni alla realtà esterna egli recupera la distinzione tra qualità primarie e secondarie: le prime sono fondate sulle proprietà oggettive delle cose e producono in noi idee semplici come quelle di estensione, solidità, movimento che sono dunque nelle cose così come noi le percepiamo; le seconde, per esempio i colori, sono soggettive e dipendono dai nostri organi di senso.

Una volta ricevuti i dati conoscitivi dai sensi, l’intelletto, combinando, confrontando o separando tra loro le idee semplici, inizia a comporre idee complesse. Benché la mente non possa dunque creare i contenuti elementari essa si attiva nella formazione di idee complesse a partire dalle idee semplici.

Sensazione e riflessione forniscono dunque il materiale con il quale l’intelletto costruisce il sapere complesso. Locke ritiene che esse si possano dividere in tre principali categorie:

  • I modi: idee complesse, che, per quanto composte, non contengono in sé la supposizione di esistere di per se stesse, bensì sono considerate dipendenze o affezioni delle sostanze;
  • Le sostanze: combinazioni di idee semplici utilizzate per rappresentare cose particolari e distinte, di per sé sussistenti;
  • Le relazioni: genere di idee complesse che consiste nell’esaminare e confrontare un’idea con un’altra.

Le idee di modo si dividono a loro volta in idee di modo semplice e misto: nel primo caso, si tratta della ripetizione della stessa idea semplice, nell’altro di combinazioni di idee semplici diverse.

Di particolare importanza, tra i modi semplici, sono le idee di tempo, di spazio e dei numeri. Il tempo è l’idea ripetuta di durata, che otteniamo dall’avvicendarsi delle idee nella nostra mente; lo spazio, invece, è l’idea ripetuta di distanza, che avvertiamo tra due o più rappresentazioni nella stessa percezione. Conseguentemente anche delle idee dell’infinito e di eternità non abbiamo una conoscenza diretta. Le idee dei numeri derivano dalla ripetizione dell’idea di un’unità. Anche l’idea di potere rientra nell’analisi del gruppo delle idee di modo semplice: potere è l’idea ripetuta di un’attività causale. L’idea del volere è l’idea di un particolare potere, attribuibile all’uomo, di iniziare un’azione sulla base di una preferenza della mente. La libertà è invece il potere di compiere o non compiere l’azione voluta.

Tra le idee di modo semplice vi sono anche quelle di bene e male, riferite rispettivamente a ciò che reca piacere e a ciò che arreca danno.

Le idee di modo misto derivano invece dalla composizione di più idee semplici diverse tra loro. È nella loro elaborazione che secondo Locke è più riconoscibile il potere attivo della mente nella formazione di conoscenze complesse. Le idee di modo misto infatti possono prescindere dal riferirsi a una realtà effettivamente esistente fuori dalla mente. A questo genere di idee appartengono tutte le nozioni morali e di valore, come la bellezza, la sincerità, l’ipocrisia, con le quali l’intelletto umano elabora esso stesso degli archetipi.

Le idee di relazione nascono invece da un confronto tra le idee dell’intelletto. Idee di relazione sono, ad esempio, grande e piccolo o debole e forte, ma anche le idee d’identità e di diversità.

La principale idea di relazione studiata da Locke è quella di causalità, per la quale due idee si congiungono tra loro, richiamandosi l’un l’altra in qualità di causa e effetto: così il calore è causa della cera che si scioglie in una candela accesa; e la cera che si scioglie è effetto del calore.

Ma è l’indagine del secondo gruppo di idee complesse, quelle di sostanza, che costituisce il nodo problematico dell’intero Saggio, giacché sia le idee di modo, sia di relazione non sussistono di per sé ma sempre in riferimento a delle cose, o sostanze.

Locke fa riferimento ad un’accezione tradizionale, aristotelico-scolastica della nozione di sostanza, quale realtà di per sé sussistente cui ricondurre qualità e poteri, che da soli non potrebbero sussistere.

Per l’autore, le idee di sostanza sorgono perché l’intelletto constata per esperienza come alcune idee semplici o certe idee di modo siano costantemente unite fra loro; e pensa che vi sia un substratum, un qualcosa, che invece esiste senza dipendere da altro e che fa loro da supporto. Ad esempio, l’esperienza mi ha mostrato che il rosso, la dolcezza, la ruvidità sono sempre in connessione con la percezione di un corpo e, poiché non possono sussistere da sole, le riferisco tutte all’idea di un unico sostrato corporeo, di un qualcosa che sia il fondamento della loro costante congiunzione.

A prescindere dalle sue proprietà e qualità sensibili, l’idea di una sostanza rimane però ignota: è semplicemente una supposizione della nostra mente che nasce dalla constatazione di “un certo numero di queste idee semplici che vanno costantemente insieme”.

Tale substratum è ignoto perché non è riconducibile a nessuna esperienza sensibile; insomma: la nostra mente combina insieme una serie di qualità, per riferirle a una sostanza che dovrebbe fare loro da supporto; ma all’interno dell’esperienza dei sensi e della riflessione non troviamo mai alcuna cono scienza diretta di questo presunto sostrato o sostanza.

Analogamente, con la riflessione non cogliamo direttamente la nostra mente, ma sempre e soltanto un io che pensa, dubita, odia ecc. Ciò non significa che non “esista una qualche costituzione reale”, anzi esiste senza dubbio, visto che le idee semplici di sensazione ci mettono in comunicazione con qualcosa che è fuori dalla nostra mente; il punto è che l’uomo non può conoscere che cosa siano di per se stesse queste sostanze. Ne conosce proprietà, poteri, ma non l’essenza, che è l’attributo principale, la loro essenza intima.

Secondo Locke l’illusione di conoscere la sostanza delle risiede soprattutto in una falsa apparenza prodotta dal nostro linguaggio che ci porta a scambiare i nomi per le cose.

La nozione di essenza reale, che indica la proprietà costitutiva della sostanza, viene così confusa con quella puramente nominale, che è perfettamente conoscibile, perché soltanto utile a classificare convenzionalmente le sostanze in generi e specie.

 

I cookie rendono più facile per noi fornirti i nostri servizi. Con l'utilizzo dei nostri servizi ci autorizzi a utilizzare i cookie.
Ok